C'è una luce possibile, nel buio del mondo in tempesta
Dopo un anno vissuto sotto la cappa dei conflitti armati in Medio Oriente ed Ucraina, l'intervento militare americano in Venezuela sembra segnare un altro passo nella regressione verso un mondo basato sulla violenza delle armi e sul diniego del diritto. Occorre cercare di guardare oltre le immagini propagandate e cogliere i fondamenti delle relazioni del potere internazionale. Così benché il governo americano sembri ripiegare su un controllo ferreo del proprio emisfero lasciando al loro destino i tradizionali alleati europei, dobbiamo constatare che sistema economico e sistema internazionale permangono invariati. Infatti, né l'ondivaga politica dei dazi di Trump ha cambiato i fondamentali dell'economia occidentale, né la nuova dottrina strategica quelli della difesa degli interessi globali degli Stati Uniti, che divergono radicalmente da quelli cinesi e russi. I fondamentali della società occidentale, nell'economia e nella strategia così come nella cultura, restano talmente omogenei sulle due sponde dell'Atlantico, da indurci a ritenere transitoria e poco realistica la forma di relazione atlantica delineata in modo più propagandistico che razionale da D. Trump.
Siamo Europa, anzi lo siamo sempre di più, malgrado il pronto bacio della pantofola americana di G. Meloni dopo l'arresto di N. Maduro. Lo siamo di più anche per il rinnovato fervore con cui i nazionalisti nostrani stanno profittando dei benfici comunitari, dopo il "Quantitative easing" di M. Draghi, il PNRR della commissione di U. Von der Layen. Ma, pantofole a parte, l'Europa vede con crescente preoccupazione la politica aggressiva della Russia di V. Putin, e continua quindi a poter contare entro la NATO sull'alleanza americana. Che non verrà meno, perchè non è mutato l'intresse USA per un mondo equilibrato. O se vogliamo essere prosaici, perché l'economia americana nella competizione con quella cinese non può fare a meno del mercato europeo.
Per cercare di farsi un'idea di prima mano in questo momento buio, suggerisco ancora di ripartire dalla comunicazione diretta che ci hanno rivolto i due massimi dirigenti politici: Vladimir Putin nell'intervista all'ex trumpiano Tucker Carlson (https://www.youtube.com/watch?v=hYfByTcY49k) e Donald Trump nell'intervista rilasciata poche settimane fa a Dasha Burns di Politico.com (https://www.youtube.com/watch?v=rVV1tbNZf_A).
Numerose sono le possibili interpretazioni della politica di V. Putin, come dimostrato dalla immediata divisione nostrana, fra ghibellini antiputiniani e guelfi antiamericani. Ma per restare ai fatti la Russia di Putin ha invaso l'Ucraina, e questo ci riguarda come europei perché la propaganda e la disinformazione di vario segno non sono riuscite a nascondere il vero interrogativo aperto dall'azione putiniana: chi e cosa può fermare V. Putin? Ieri la Russia ha attaccato l'Ucraina in base a svariate motivazioni storiche e strategiche, illustrate da Putin nell'intervista. Al fondo perché la Russia di oggi afferma di non poter sostenere la minaccia di un alleato della NATO ai suoi confini. Ma comunque finirà questa guerra, ci sarà ancora un confine fra Russia ed Europa. Questo significa che l'Europa dovrebbe sottostare alla stessa minaccia che ha portato alla "operazione militare speciale". Fino a quando? E un'Europa di nuovo instabile quale profitto porterebbe all'economia americana nella vera sfida del secolo, contro il colosso cinese?
L'intervista di D. Trump, uomo politico che si è affidato all'immagine ed alla parola per costruire il consenso, forse non ha svelato nulla di nuovo. Ma, accanto alla ribadita inclinazione dell'ex tycoon per la speculazione immobiliare - a Gaza come in Crimea - ha confermato che le forze ultra conservatrici di cui Trump si è fatto catalizzatore hanno l'ossessione dell'immigrazione e del sorpasso fra immigrati e nativi. D. Trump ha infatti accusato l'Europa di lasciarsi invadere, arrivando ad indicare come responsabili di ciò vari leader fra cui il sindaco di Londra Sir Sadiq Khan, e confermato di voler continuare nell'azione repressiva contro l'immigrazione in patria. Ma finché non verrà cancellata dalla base della Statua della Libertà l'iscrizione dovuta a Emma Lazarus che definisce la libertà "mother of exiles", gli Stati Uniti resteranno quello che la loro incancellabile storia ha fatto: una nazione di immigrati basata sulla libertà. Una nazione che sulla libertà e sulla democrazia ha costruito una comunità che ha dato un contributo innegabile al progresso della civiltà umana. Insieme a innegabili storture e passaggi a vuoto, che non alterano il ruolo complessivo degli Stati Uniti nella storia mondiale degli ultimi secoli.
Il potere di D. Trump è stato acquisito con una elezione legittima, sebbene fortemente condizionata dall'autocrazia digitale. Nel corso di questi undici mesi questo potere è stato gestito senza alcun rispetto dei limiti imposti dalla legge, americana o internazionale che sia. Che si tratti di deportare senza il previsto passaggio per l'ordinamento giudiziario dei poveracci immigrati negli Stati Uniti, di mettersi in tasca un campo da golf per arricchire il proprio patrimonio personale o di arrestare e tradurre sul suolo americano un capo di stato fattosi dittatore, le regole vigenti sono state costantemente ignorate dall'amministrazione Trump. Il suo potere è rapidamente passato, con riferimento alla classica tripartizione di Max Weber, dall'approccio razionale a quello carismatico, non senza segni di un'aspirazione al tradizionale, come evidenziato dalla auto intitolazione al Presidente in carica del Kennedy Center di Washington. Di fatto è innegabile che il Presidente degli Stati Uniti opera al di fuori della dinamica costituzionale, senza il confronto ed il controllo del potere legislativo, e semplicemente ignorando e vanificando ogni pronuncia giurisdizionale che gli sia sfavorevole.
Si potrebbe temere che sia l'inizio di una deriva intesa a portare gli Stati Uniti al di fuori del tradizionale campo democratico che ha retto l'occidente negli ultimi due secoli. Ma così non sarà, per la solidità delle istituzioni democratiche americane e per la responsabilità di quella parte, invero consistente, della classe dirigente nazionale e dei detentori del potere economico, poco inclini a spingersi sulla strada dell'instabilità e dell'avventurismo politico-militare, da sempre estranei alla cultura americana.
L'estrema destra conservatrice che ha sin qui ispirato D. Trump dovrà ben presto fronteggiare l'inquietudine della maggioranza degli americani per quello che molti non esitano a definire un cambio di regime e non solo di strategia. Ma per quanto i think tank nazionalisti possano produrre con grande efficienza ricette anti democratiche e programmi di governo autoritari, come resta inciso nel marmo della Statua della Libertà la frase di Emma Lazarus, così è connaturata alla società americana l'idea di libertà. Si tratta certamente di un'ora oscura per la libertà negli Stati Uniti e altrove in Occidente, ma come ha scritto più recentemente un'altra poetessa, Amanda Gorman "there is always a light, if only we are brave enough to see it. If only we are brave enough to be it". C'è una luce di democrazia nel futuro dell'Occidente, se solo saremo abbastanza coraggiosi da vederla, e abbastanza coraggiosi da realizzarla.