<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[Euramerica]]></title><description><![CDATA[Per chi voglia cercare di capire dove vanno Europa ed America.]]></description><link>http://www.euramerica.it/</link><image><url>http://www.euramerica.it/favicon.png</url><title>Euramerica</title><link>http://www.euramerica.it/</link></image><generator>Ghost 3.37</generator><lastBuildDate>Wed, 06 May 2026 13:01:41 GMT</lastBuildDate><atom:link href="http://www.euramerica.it/rss/" rel="self" type="application/rss+xml"/><ttl>60</ttl><item><title><![CDATA[Non esiste pace senza diplomazia]]></title><description><![CDATA[<p>Nel Ventunesimo secolo é diventato <strong>difficile risolvere in tempi brevi le crisi </strong>che hanno coinvolto negli orrori della guerra milioni di persone, e influenzano in modo più o meno immediato il resto del mondo. Per restare all'oggeto di questo blog, nell'insediarsi alla Casa Bianca <strong>nel gennaio 2024, Donald Trump affermò</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/untitled-14/</link><guid isPermaLink="false">69f877ba25319304c3564623</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Mon, 04 May 2026 15:44:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/05/a-america-new-2.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/05/a-america-new-2.png" alt="Non esiste pace senza diplomazia"><p>Nel Ventunesimo secolo é diventato <strong>difficile risolvere in tempi brevi le crisi </strong>che hanno coinvolto negli orrori della guerra milioni di persone, e influenzano in modo più o meno immediato il resto del mondo. Per restare all'oggeto di questo blog, nell'insediarsi alla Casa Bianca <strong>nel gennaio 2024, Donald Trump affermò di poter chiudere la guerra in Ucraina in pochi giorni</strong>, poi divenuti pochi mesi senza che ancora oggi ci sia stato un reale avvicinamento alla fine delle ostilità. La <strong>lunga gestazione della fine della guerra portata all'Iran, con annunci quasi quotidiani di categoriche quanto opposte definizioni</strong>, pace o distruzione, e lo stillicidio di negoziati di cui nemmeno le modalità sono ancora definite, derivano certamente dallo stile ondivago e dalla tendenza demagogica del Presidente D. Trump. Ma alle peculiarità politiche e psicologiche del momento da parte americana, si é aggiunta anche <strong>la mancanza di una adeguata classe di "<em>civil servants</em>", i diplomatici</strong>, dediti all'attuazione ma anche partecipi della formazione della politica presidenziale</p><p>Nelle scorse settimane la rivista "<em>Foreign Affairs</em>" ha ripubblicato un saggio del 1997 di George F. Kennan dal titolo provocatorio quanto profetico "<em><strong>Diplomacy Without Diplomats?</strong></em>".  Kennan é stato un diplomatico di carriera, nativo del Wisconsin, entrato al Dipartimento di Stato nel 1947, Ambasciatore in Russia nel 1952, poi in Jugoslavia, passato alla storia per aver definito la teoria del "<em>containement</em>" della potenza sovietica che sarebbe stata il tratto distintivo della politica estera americana dall'amministrazione Truman in avanti.</p><p>Kennan ricordava che n<strong>elle intenzioni dei Padri Fondatori l'indipendenza strategica  degli Stati Uniti doveva essere la base per una prudente condotta verso le altre nazioni</strong>, non orientata all'affermazione di una politica estera ma nemmeno ignara del ruolo delle relazioni internazionali, in coerenza con i principi fondanti della nuova America. Una nazione ancora non consolidata al suo interno, votata alla felicità dei suoi cittadini, venne votata ad una politica estera di non coinvolgimento, che sarebbe durata sino all'inizio del Novecento. Quella impostazione iniziale ha lasciato pesanti tracce nel permanere di una diffusa corrente isolazionista e contraria all'internazionalismo, anche quando le due Guerre Mondiali cambiarono radicalmente gli interessi americani al di fuori delle frontiere nazionali. Come corollario di questo teorema l'apparato burocratico dedicato alla politica estera avrebbe dovuto essere leggero e non invasivo.  Anche perché, secondo la Costituzione americana, il Presidente e il Congresso detengono poteri esclusivi in ​​materia di politica estera, che all'epoca potevano essere gestiti con pochi funzionari destinati ad occuparsi delle relazioni con gli altri stati, senza che fossero loro attribuiti troppe prerogative, come era invece avvenuto per gli omologhi delle diplomazie dei principali stati europei nel corso della secolare evoluzione dell'attività diplomatica.</p><p><strong>Il servizio diplomatico Usa si è quindi sviluppato sino agli anni 20 del 900 quasi inavvertitamente, principalmente come supporto agli inviati presidenziali </strong>che gestivano le relazioni inter statuali. Di fatto il servizio  consolare assorbiva la maggior parte delle risorse impiegate a tutela delle attività americane all'estero, che erano in costante e progressivo allargamento. Solo <strong>nel 1924 il Congresso promulgò una legge organica sull'organizzazione dei servizi diplomatici, il <em>Rogers Act</em></strong>, che venne poi firmato dal Presidente <em>Calvin Coolidge </em>il 24 maggio 1924. <strong>Autonomia gestionale, accesso per concorso e apoliticità erano i tre pilastri della riforma</strong>, in coerenza con il nuovo ruolo che gli Stati Uniti assumevano nelle relazioni internazionali sulla base della dottrina di W. Wilson, da cui non si sarebbe allontana per decenni la politica estera americana.<br>Va detto che<strong> ben presto, come riconosce lo stesso Kennan, i presupposti di indipendenza e apoliticità vennero meno </strong>e il Dipartimento di Stato finì sottoposto alle dinamiche politiche, intese come governative, congressuali e partitiche, come tutti gli altri ambiti dell'amministrazione federale. Lo stesso dogma dell'accesso tramite concorso venne immediatamente ignorato in base a pretese motivazioni emergenziali, ben prima che le necessità belliche si facessero sentire  (1930 <em>H. Hoover</em> - 1936 <em>F. D. Roosevelt</em>). Nel dopoguerra ci fu un'<strong>esplosione quantitativa degli addetti del Dipartimento di Stato</strong>, in parte per trovare incarichi a molti funzionari impiegati nello sforzo bellico, ma più di tutto per il ruolo di leader degli affari mondiali assunto dagli USA, insieme alle contingenze dettate dalla Guerra Fredda. Ma questa espansione avvenne non nel segno dell'autonomia, ma del controllo politico sempre più stringente.</p><p><strong>La politicizzazione dell'amministrazione federale è del resto insita nel principio costituzionale della prevalenza dell'autorità presidenziale in ogni ramo del governo</strong>. Così, come è noto, da sempre i presidenti americani hanno conferito i principali incarichi diplomatici a persone scelte per la loro fedeltà alla Casa Bianca, che si trattasse di inviati permanenti o di missioni speciali. Ma anche la conduzione della politica estera non è sfuggita all'alta <strong>frammentazione conseguente alla divisione dei poteri previsti dalla Costituzione.</strong> In particolare la riserva della ratifica dei trattati internazionali in capo al Senato ha sempre condizionato  l'azione presidenziale, facendo emergere altri centri di responsabilità nella conduzione degli affari esteri. In questa dinamica <strong>il Dipartimento di Stato, privato della connotazione spiccatamente tecnica che gli avrebbe assicurato l'indipendenza della politica, ha progressivamente ceduto all'invadenza di altri centri decisionali</strong>: la <strong>Commissione esteri del Senato, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale (NSC), il Dipartimento della Difesa, le agenzie federali di intelligence</strong>. Si è anche sviluppata, coerentemente con la prassi tutta americana del <em>lobbying</em>, una rete di <strong>centri studi istituzionali e privati che influenzano il processo decisionale di politica estera</strong>, assicurando anche con il diretto collegamento con la società civile e il mondo accademico (<em>Council on Foreign Relations, Brookings Institution, Atlantic Council </em>e molti altri).  Già alla fine del secolo scorso Kennan calcolava che solo un terzo del personale accreditato all'estero dipendesse direttamente dal Dipartimento di Stato, ma l'aumento della complessità operativa ha obbligato comunque a strutturare in modo nuovo l'organizzazione del Dipartimento di Stato, vincendo resistenze nuove e vecchie. La concorrenza fra diversi rami dell'amministrazione federale, la limitata visione di fondo della funzione diplomatica e l'avversione popolare per ogni forma di elite burocratica, sono alcuni fra i moventi dell'insufficiente affermazione della diplomazia americana.</p><p>Resta la convinzione che <strong>in qualunque stato democratico qualsiasi politica estera, per affermarsi concretamente e non produrre solo sterile propaganda, avrebbe bisogno di essere coadiuvata dall'azione di quei professionisti della politica estera che sono i diplomatici</strong>. Nessuna nostalgia per gli "<em>Specula principum</em>" che caratterizzarono un'epoca ormai lontana e definitivamente sepolta, ma una più forte nostalgia per competenza e professionalità, attributi ormai svalutati nella politica USA. Del resto, proprio per restare alla politica americana, nel 2022 l'allora Presidente <em>J. Biden </em>propose al Congresso una serie di nomine tese a ridare fiducia all'apparato professionale del Dipartimento di Stato. E nel dibattito sulla politica estera nello stesso anno, a favore di una rinnovata fiducia nei diplomatici di professione si pronunciarono personalità molto diverse come il repubblicano <em>George Schulz</em>, ex ministro di <em>G. W. Bush </em>insieme a <em>William J. Burns </em>e <em>Linda Thomas-Greenfield</em>, vicini al Partito Democratici ed ex diplomatici. <strong>La giusta strada per il ritorno della diplomazia, passa probabilmente per il tanto vituperato metodo bipartisan.</strong></p><p><a href="https://www.foreignaffairs.com/united-states/diplomacy-without-diplomats">https://www.foreignaffairs.com/united-states/diplomacy-without-diplomats</a>?<br><a href="https://history.state.gov/departmenthistory/people/kennan-george-frost">https://history.state.gov/departmenthistory/people/kennan-george-frost</a><br><a href="https://www.cfr.org/backgrounders/us-foreign-policy-powers-congress-and-president">https://www.cfr.org/backgrounders/us-foreign-policy-powers-congress-and-president</a><br><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/specula-principum-in-eta-moderna">https://www.treccani.it/enciclopedia/specula-principum-in-eta-moderna</a><br><a href="https://www.senate.gov/pagelayout/legislative/one_item_and_teasers/nom_cmtec.htm">https://www.senate.gov/pagelayout/legislative/one_item_and_teasers/nom_cmtec.htm</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La democrazia americana nella morsa reazionaria]]></title><description><![CDATA[<p>Il Presidente mandato alla Casa Bianca dalla forte spinta conservatrice dell'ultimo decennio è solo la punta di <strong>un iceberg che rischia di congelare la democrazia americana.</strong></p><p>Non bastassero le politiche violente contro minoranze e immigrati, anche il <strong>sistema elettorale USA</strong> rischia di venire orientato nuovamente verso l'immobilismo voluto dai settori</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/untitled-13/</link><guid isPermaLink="false">69f871ed25319304c356453b</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Mon, 04 May 2026 15:44:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/05/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/05/a-america-new.png" alt="La democrazia americana nella morsa reazionaria"><p>Il Presidente mandato alla Casa Bianca dalla forte spinta conservatrice dell'ultimo decennio è solo la punta di <strong>un iceberg che rischia di congelare la democrazia americana.</strong></p><p>Non bastassero le politiche violente contro minoranze e immigrati, anche il <strong>sistema elettorale USA</strong> rischia di venire orientato nuovamente verso l'immobilismo voluto dai settori più tenacemente reazionari della società.</p><p>L'ultima metà del Novecento aveva fatto registrare una progressiva apertura verso la parte meno abbiente e difesa della popolazione americana, che in larga misura corrisponde agli afro americani. Dalla legislazione <em>Kennedy/Johnson </em>in avanti, <strong>il razzismo era stato limitato dentro le istituzioni e nel sistema politico</strong>. La cultura conservatrice oggi dominante ha ribaltato i concetti, ed oggi arriva a definire razzismo la tutela delle minoranze, con perfetta applicazione del truce concetto di lotta contro la "<em>sostituzione etnica</em>".</p><p>Un segnale evidente di questa invluzione è arrivato con la recente <strong>sentenza della Corte Suprema nel caso <em>Louisiana vs Callais, </em></strong>che assesta <strong> </strong>un colpo diretto al cuore del <em>Voting Rights Act </em>e alla fragile promessa che il voto di ogni americano debba avere lo stesso peso. Con questa decisione, la Corte riapre la possibilità della manipolazione dei distretti elettorali per circoscrivere il crescente peso del voto nero e ispanico, contraddicendo centosessanta anni di lenta e contrastata  tensione verso il riequilibrio delle diseguaglianze su base etnica.</p><p><strong>L'abolizione della schiavitù dopo la Guerra Civile venne inserita nella Costituzione nel 1865 con tre emendamenti</strong>: 13° (abolizione), 14° (cittadinanza per diritto di nascita), e 15° (divieto di negare il diritto di voto in base a razza). Prima dell'attacco dell'attuale Presidente contro il diritto di nascita, solo  quest'ultimo emendamento é stato violato in particolare da alcuni stati del Sud: tasse elettorali, test di alfabetizzazione e restrizioni linguistiche sono stati usati per restringere di fatto il diritto di voto. E in più, una tracciatura dei distretti elettorali tale da rendere sempre perdenti le minoranze. Dal 1965 il <em>Voting Rights Act </em>aveva stabilito il divieto anche di questa pratica, ma anche questa normativa è stata combattuta e a lungo disattesa negli stati del sud.</p><p>Più recentemente, nel 2023, la stessa Corte Suprema aveva confermato i criteri per l'applicazione delle norme del VRA, quando <strong>era stato ordinato all'Alabama di ridisegnare i distretti in senso coerente con la proporzione di cittadini di colore</strong>, col fine di attribuire una rappresentanza equilibrata a tutti i gruppi sociali. <strong>Negli scorsi giorni la Corte, dopo aver  subito un attacco diretto ed intimidatorio da parte del Presidente Trump lo scorso 22 aprile,  ha smentito sé stessa:</strong> nella citata sentenza Louisiana vs Callais la Corte, ha adesso stabilito che <strong>i distretti elettorali a maggioranza nera della Louisiana sono incostituzionali perché violano la parità fra i cittadini. L'argomento agghiacciante usato nell'opinione di maggioranza redatta dal giudice S. Alito, campione del fronte iper conservatore, é che "La Costituzione non consente quasi mai al governo federale o a uno Stato di discriminare sulla base della razza</strong>.... e non ci sono argomenti che possono giustificare la discriminazione razziale". Un secolo e mezzo di lotta contro la schiavitù, adesso sono gli schiavi ed i loro eredi ad essere sul banco degli impiutati: <strong>per i giudici conservatori la tutela delle minoranze è essa stessa razzismo</strong>.</p><p>Con gli Stati a maggioranza repubblicana che aspettavano questa sentenza per mettere in cantiere ampie modifiche alla loro geografia elettorale, <strong>le consultazioni di Mid Term del prossimo novembre potrebbero così impedire quel cambiamento politico richiesto da quasi la metà degli americani</strong>. Oltre a questo, appare preoccupante per la salute della democrazia americana <strong>la deriva della Corte Suprema, che nella recente sentenza ha letteralmente applicato il programma politico del Presidente Trump. </strong>Si ripete il copione dell'adeguamento al dictat presidenziale recitato nella devastante incriminazione dell'ex capo del <em>Federal Bureau of Investigation, J. Comer</em>, che è prima costata la poltrona all'ex <em>attorney general P. Bondi</em>, ed è stata ora riproposta con mossa servile quanto autoritaria dal successore ad interim, <em>Todd Blanche</em>. <strong>Quando la giustizia non ha più un ruolo indipendente ed autonomo, è difficile che possano funzionare i sistemi democratici, tutti per loro natura fatti di alternanze ed equilibri fra i poteri.</strong></p><p><a href="https://www.scotusblog.com/cases/louisiana-v-callais-2/">https://www.scotusblog.com/cases/louisiana-v-callais-2/</a><br><a href="https://thehill.com/homenews/administration/5843013-trump-supreme-court-conservative-justices/">https://thehill.com/homenews/administration/5843013-trump-supreme-court-conservative-justices/</a><br><a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/04/restoring-equality-of-opportunity-and-meritocracy/">https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/04/restoring-equality-of-opportunity-and-meritocracy/</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Da couple a throuple: cosa spaventa i conservatori USA]]></title><description><![CDATA[<p>Il ciclo politico conservatore che si è concretizzato nella seconda presidenza di D. Trump, è nato da una d<strong>iffusa reazione verso la cultura impropriamente definite <em>woke</em>, che a sua volta era nata da diversi filoni tutti orientati a correggere qualche forma di ingiustizia sociale, per poi diventare un fenomeno</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/da-couple-a-throuple-cosa-spaventa-i-conservatori-usa/</link><guid isPermaLink="false">69f875aa25319304c35645ce</guid><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Mon, 04 May 2026 15:43:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/05/a-america-new-1.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/05/a-america-new-1.png" alt="Da couple a throuple: cosa spaventa i conservatori USA"><p>Il ciclo politico conservatore che si è concretizzato nella seconda presidenza di D. Trump, è nato da una d<strong>iffusa reazione verso la cultura impropriamente definite <em>woke</em>, che a sua volta era nata da diversi filoni tutti orientati a correggere qualche forma di ingiustizia sociale, per poi diventare un fenomeno che molti hanno finito per trovare opprimente</strong>. L'ossessione del <em>politically correct </em>e la <em>cancel culture </em>sono state alcune delle forme contro cui <strong>si é organizzata in modo militaresco la parte più conservatrice della società americana</strong>. Sin dal 2020 nel programma predisposto dalla <em><strong>Heritage Fundation </strong></em>per riportare Trump alla Casa Bianca, era scritto a chiare lettere che "<em>Il prossimo Presidente dovrà difendere accanitamente dai guerrieri della cultura woke le istituzioni della società civile americana</em>". E la battaglia è ancora in corso se la stessa Heritage nel 2023 proclamava che la sinistra americana avrebbe pagato duramente il sostegno alla "cultura woke".</p><p>Si tratta di <strong>posizioni estreme che sono espressione di due visioni molto distanti della cultura americana, e tuttavia sono entrambe dotate di un radicamento forte in pezzi significativi della società</strong>. Da una parte a destra il mito di un'America pura e sempre votata al bene, ben ancorata a principi religiosi pur disomogenei ma largamente presenti da un capo all'altro della nazione, includendo settori della società molto diversi, dalla classe media ai padroni del vapore informatico, dagli abitanti delle zone rurali depresse a quelli delle aree urbane aggredite dalla violenza. Dall'altra parte uno schieramento altrettanto variegato che accomuna nel nome della libertà americana gli eredi del 68 e i diseredati di sempre, la parte meno fortunata della popolazione afro americana insieme alla borghesia intellettuale del <em>New England</em>.</p><p>Quando si parla di principi tutti diventano intransigenti, ma ci vorrebbe anche un pò di moderazione per rendersi conto che <strong>la reazione, come sempre, conta sulla paura che tutte le novità si portano appresso</strong>. Secondo gli analisti del voto è probabile che <strong>la narrativa anti woke abbia avuto un'importanza decisiva nelle scelte elettorali di milioni di americani</strong>, spaventati da certi scenari pur annoverabili fra i casi di liberazione sociale. Uno dei più significativi è quello dei <strong>matrimoni fra persone dello stesso sesso, </strong>argomento molto divisivo anche dalle nostre parti. La questione ha un'importanza anche numerica perché come rilevato dal Williams Institute della University of California Los Angeles, <strong>nel 2025 negli Stati Uniti si contavano 823.000 coppie sposate dello stesso sesso (erano 390.000 dieci anni prima) e 300.000 minori di 18 anni vengono cresciuti da coppie dello stesso sesso</strong>. Fra queste, le coppie sposate sono in maggioranza (59%) rispetto alle coppie conviventi. Dopo la sentenza del 2015 nella causa <em>Obergefell vs Hodgescon </em>con cui la Corte Suprema, all'epoca non normalizzata dal Partito Repubblicano, ha esteso l'uguaglianza matrimoniale a livello nazionale, <strong>più della metà delle coppie dello stesso sesso vive in stati con leggi o emendamenti costituzionali che vietano il matrimonio egualitario</strong>, ciò che mette in un stato di semilegalità quelle coppie.</p><p>La parte più estrema del movimento pro unioni egualitarie è arrivata ad <strong>un nuovo traguardo, che non manca di sollevare gli strali del fronte conservatore, il riconoscimento delle unioni "<em>poliamorose</em>". </strong>Si tratta di una <strong>evoluzione del concetto di "unione civile" (<em>domestic partnership</em>) </strong>che riguarda nuclei familiari nati su molte possibili basi, dal reciproco sostegno, alla cura, e che evolvono verso una protezione sociale e giuridica analoga a quella del matrimonio. Già da alcuni anni sono stati registrate, ad esempio in  Massachusetts, ordinanze sulle unioni civili con più partner. Un effetto acceleratore è venuto dalla pandemia, che ha messo a nudo le fragilità del sispetema di protezione sociale americano e indotto in vari stati a "<strong><em>garantire alle persone unite da un'unione civile tutti gli stessi diritti e privilegi concessi a coloro che sono sposati e che vivono in unioni civili con più partner</em></strong>". E' seguita una spinta a livello nazionale da parte delle "<em>comunità consensualmente non monogame</em>" per il il riconoscimento legale delle loro relazioni.</p><p>Recentemente in <em>California </em>la città di <em>West Hollywood </em>ha deciso di <strong>riconoscere e tutelare le relazioni con più partner</strong>, anche per contrastare la discriminazione in materia di alloggio e assistenza sanitaria. Le difficoltà sono enormi, se solo si consideri che per la legge tuttora vigente <strong>in California la famiglia non monogama (throuple e non più couple) è equiparata alla bigamia</strong>. Inoltre ogni elemento di possibile contenzioso fra i partecipanti e verso le autorità (privacy, divorzi, protezione minori, affido figli, eredità, proprietà condivisa) vede moltiplicato il problema per il numero di partecipanti alla "<em>polifamiglia</em>". Nel rompicapo va anche considerato che l'estensione delle tutele per le famiglie con più partner richiederebbe una modifica di  numerose leggi statali e federali.</p><p>Questa possibile evoluzione (per molti involuzione) del concetto di famiglia rischia di essere <strong>un altro argomento che infiammerà il dibattito politico, invece di spingere ad uno sforzo per sintetizzare gli interessi particolari nell'interesse generale della società americana</strong>.</p><p><a href="https://www.heritage.org/progressivism/commentary/the-left-will-regret-opening-the-woke-pandoras-box">https://www.heritage.org/progressivism/commentary/the-left-will-regret-opening-the-woke-pandoras-box</a><br><a href="https://williamsinstitute.law.ucla.edu/press/marriage-obergefell-press-release/">https://williamsinstitute.law.ucla.edu/press/marriage-obergefell-press-release/</a><br><a href="https://supreme.justia.com/cases/federal/us/576/644/">https://supreme.justia.com/cases/federal/us/576/644/</a><br><a href="https://harvardlawreview.org/print/vol-135/threes-company-too-the-emergence-of-polyamorous-partnership-ordinances/">https://harvardlawreview.org/print/vol-135/threes-company-too-the-emergence-of-polyamorous-partnership-ordinances/</a><br><a href="https://www.latimes.com/california/story/2026-04-25/california-west-hollywood-polyamorous-union-laws">https://www.latimes.com/california/story/2026-04-25/california-west-hollywood-polyamorous-union-laws</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Groenlandia e Stati Uniti: una prospettiva storica recente]]></title><description><![CDATA[<p>L'inopinato interesse manifestato dal Presidente D. Trump per l'acquisto della Groenlandia dalla Danimarca ha diviso l'opinione pubblica fra strani sovranisti e apparenti indipendentisti. Il primo punto in discussione è l'<strong>effettiva importanza strategica della Groenlandia</strong> : per alcuni si tratta di un falso problema perché il il controllo USA delle rotte</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/groenlandia-e-stati-uniti-una-prospettiva-storica-recente/</link><guid isPermaLink="false">6974bb135201721bc2e6be09</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 24 Jan 2026 18:26:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new.png" alt="Groenlandia e Stati Uniti: una prospettiva storica recente"><p>L'inopinato interesse manifestato dal Presidente D. Trump per l'acquisto della Groenlandia dalla Danimarca ha diviso l'opinione pubblica fra strani sovranisti e apparenti indipendentisti. Il primo punto in discussione è l'<strong>effettiva importanza strategica della Groenlandia</strong> : per alcuni si tratta di un falso problema perché il il controllo USA delle rotte artiche è assicurato dall'esercito americano (cartina qui sotto), con la base di <em>Dutch Harbor </em>nelle Aleutine, supportata direttamente da <em>Anchorage </em>in Alaska. Per la narrazione del governo americano invece, senza un controllo diretto della Groenlandia, Russia e Cina avrebbero spalancata la porta per un attacco militare. Lasciamo agli esperti di questa materia valutare questi argomenti, e con quali armi e con quali eserciti si combatterebbe una guerra sul suolo Artico nell'epoca dei droni e dei missili.</p><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/rotte-groenlandia.png" class="kg-image" alt="Groenlandia e Stati Uniti: una prospettiva storica recente" srcset="http://www.euramerica.it/content/images/size/w600/2026/01/rotte-groenlandia.png 600w, http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/rotte-groenlandia.png 640w"></figure><p>Sembra interessante ricordare <strong>i due precedenti momenti in cui si manifestò l'interesse americano per la Groenlandia: il primo nel 1941, al momento del coinvolgimento USA nella Seconda Guerra Mondiale</strong>, quando gli Stati Uniti istituirono un consolato a Nuuk in accordo con il governo danese. Le indicazioni del Presidente F. D. Roosevelt partirono dall'esigenza umanitaria di sostenere la popolazione della Groenlandia, che dipendeva interamente dalla Danimarca per i rifornimenti. A queste si unirono considerazioni strategiche: il suolo della Groenlandia offriva le uniche miniere commerciali di criolite al mondo, allora essenziali per la produzione di alluminio. Inoltre in quell'epoca lontana dagli attuali strumenti tecnologici, dalla Groenlandia arrivavao dati meteorologici essenziali per le previsioni meteo sull'Europa occidentale, cruciali dal punto di vista militare, come emerse chiaramente in occasione dello sbarco in Normandia. Il punto di arrivo fu l'<strong>accordo sulla difesa della Groenlandia, firmato a Washington il 9 aprile 1941</strong>, da Henrik Kauffmann, inviato del Regno di Danimarca, e Cordell Hull, Segretario di Stato di Roosevelt.</p><p>Ci fu quindi un periodo intermedio, nel quale durante la Guerra Fredda sarebbe stata cementata l'intesa stabilita nel periodo bellico. Come risultato <strong>la Groenlandia, come altre isole atlantiche, venne inclusa nella strategia NATO</strong> come potenziale trampolino di lancio per un eventuale nuovo afflusso di forze americane in Europa.</p><p>Il <strong>secondo momento importante ebbe il culmine nel 2001, quando gli Stati Uniti avviarono una trattativa con Danimarca e Groenlandia per la sistemazione delle basi USA sul suolo danese.</strong> L'accordo tripartito fu negoziato nel 2001 dall'ambasciatrice <strong><em>A. Elizabeth (Beth) Jones</em></strong>, che in 35 anni di carriera raggiunse il grado di Segretario Aggiunto per l'Europa e l'Eurasia (2001-2005 e 2012-2014), dopo essere stata in missione in Kazakistan (1995 - 1998) e Vice Capo Missione a Bonn e Islamabad.</p><p>Il racconto completo che l'Ambasciatrice Jones ha fatto del negoziato con la Groenlandia (link in calce pag. 172-174), dimostra che <strong>anche un'amministrazione che basava la sua politica estera sulla messianica missione di esportare la propria visione della democrazia, poteva rispettare autonomia e sovranità dei suoi interlocutori</strong>. Per <em>Colin Powell</em>,  Segretario di Stato nel governo di <em>G. W. Bush</em>, era essenziale installare un sistema missilistico antibalistico a Thule, dopo l'uscita dal Trattato ABM, già comunicata agli alleati, al fine di contrastare quella che era ritenuta la politica aggressiva del primo governo Putin, e diede incarico all'Ambasciatrice di ottenere l'assenso di Danimarca e Groenlandia. </p><p>Non tenera con le Nazioni europee (<em>gli europei erano sorprendentemente inconsapevoli ...perché erano concentrati su se stessi e sul loro allargamento</em>),<br><strong>l'Ambasciatrice negoziò su basi paritarie con i governi di  Groenlandia e Danimarca. Sia da parte americana che da parte europea vi fu pieno rispetto dell'autonomia speciale della Groenlandia stessa,</strong> trovando un'intesa diplomatica senza ricorrere a minacce di intervento militare. Le parole dell'ambasciatrice sono chiare: "<em>Fu un negoziato interessante con i danesi. Non coinvolse né la NATO né l'UE. Fu un negoziato bilaterale che coinvolse i groenlandesi, interessati a contropartite in cambio dell'autorizzazione a continuare a utilizzare la base di Thule per questi missili. Ho trascorso molto tempo a negoziare con i danesi ..., così come J.D. Crouch (nota: all'epoca "national security adviser"</em>)<em>, perché c'era anche un aspetto militare nel negoziato. Alla fine, abbiamo finalmente raggiunto l'accordo e convinsi il Segretario Powell ad andare in Groenlandia</em>". Questo episodio mostra che<strong> solo 25 anni fa gli  Stati Uniti si dimostrarono capaci di perseguire un obbiettivo strategico essenziale per la sicurezza americana, nel rispetto della sovranità degli altri paesi.</strong></p><p>La politica estera di Washington è stata variamente giudicata nel tempo, e certamente quando anche la Presidenza Trump sarà materia solo per i libri di storia, sarà evidente come le diverse anime degli Stati Uniti si sono fronteggiate con metodi opposti anche sui ghiacci della Groenlandia.</p><p><a href="https://2009-2017.state.gov/r/pa/ei/biog/209038.htm">https://2009-2017.state.gov/r/pa/ei/biog/209038.htm</a><br><a href="https://adst.org/OH%20TOCs/Jones.Elizabeth.Part2.pdf?mc_cid=1b2326bb36&amp;mc_eid=294439da7d">https://adst.org/OH TOCs/Jones.Elizabeth.Part2.pdf?mc_cid=1b2326bb36&amp;mc_eid=294439da7d</a></p><p>Cordell Hull - Memorie di pace e di guerra - Ed. It. Rizzoli 1949</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il controllo della FED è essenziale per il futuro di Donald Trump]]></title><description><![CDATA[<p>Le elezioni di <em>mid term </em>portano da sempre <strong>il rischio per il Presidente degli Stati Uniti di dover passare il secondo biennio del mandato sotto la tutela di un Congresso controllato dal partito di opposizione</strong>, in quella che oltre Oceano viene chiamata la posizione dell'anatra zoppa. Per Donald Trump la</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/il-controllo-della-fed-e-vitale-per-il-presidente-trump/</link><guid isPermaLink="false">6974c1a45201721bc2e6be83</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 24 Jan 2026 18:22:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new-1.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new-1.png" alt="Il controllo della FED è essenziale per il futuro di Donald Trump"><p>Le elezioni di <em>mid term </em>portano da sempre <strong>il rischio per il Presidente degli Stati Uniti di dover passare il secondo biennio del mandato sotto la tutela di un Congresso controllato dal partito di opposizione</strong>, in quella che oltre Oceano viene chiamata la posizione dell'anatra zoppa. Per Donald Trump la situazione è diversa, dopo che per 12 mesi ha agito oltre i limiti costituzionali, guerreggiando con i cittadini nei tribunali, vendicandosi dei nemici politici e limitando la libertà degli stati governati dal Partito Democratico.</p><p>Le azioni del governo federale sono state talmente eccessive e ben oltre i poteri costituzionalmente previsti, che <strong>una maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti potrebbe verosimilmente agire per l'impeachment di Trump</strong>, che ha dovuto già subire la procedura due volte al termine del primo mandato, sempre salvato dal Partito Repubblicano. Perciò per il Presidente in carica vincere, o almeno limitare i danni nelle elezioni del prossimo novembre diventa un imperativo. Non bastano le <strong>iniziative in corso da mesi negli stati controllati dai repubblicani per condizionare il voto, cambiando il disegno dei distretti elettorali </strong>al fine di neutralizzare il voto democratico, con l'appoggio partigiano offerto dalla Corte Suprema. <strong>L'argomento principe delle elezioni americane, specie quelle per il Congresso, è l'economia. </strong>Non ci siamo dimenticati nel 2024 il lungo dibattito sul prezzo delle uova che danneggiò il partito del Presidente uscente. Di qui <strong>l'offensiva finale per il controllo della banca centrale americana, la FED, il cui Presidente Jerome Powell è tutto meno che un pericoloso liberal</strong>, ma non obbedisce alle necessità dell'ondivaga politica dell'attuale amministrazione.</p><p>La scorsa settimana Powell è stato messo sotto inchiesta dal Dipartimento di Giustizia per i costi di ristrutturazione dell'edificio principale della banca a Washington, oggetto già di un aspro battibecco in diretta TV fra i due personaggi lo scorso 25 luglio 2025, che apparvero in pubblico muniti di casco protettivo per evitare i colpi proibiti. Trump ha ripetutamente chiesto pubblicamente a Powell di abbassare i tassi per dare fiato all'economia americana, cosa che è stata fatta recentemente ma con grande prudenza e moderazione. Ma <strong>ancor più dei tassi, il governo è disturbato dall'insieme dell'azione di analisi e informazioni della FED che periodicamente mette sotto accusa i risultati pratici della politica economica </strong>e monetaria di Trump.</p><p>La FED pubblica un rapporto che è la sintesi delle osservazione sulle condizioni economiche fatte dagli analisti in ognuno dei 12 distretti della Federal Reserve (<em>Boston - New York - Philadelphia - Cleveland - Richmond - Atlanta - Chicago - St. Louis - Minneapolis - Kansas City - Dallas - San Francisco</em>). Devo alla cortesia dell'avv. Giancarlo Rizzi la segnalazione dell'ultimo rapporto, comunemente noto come <strong>Beige Book</strong>, In esso gli osservatori delle Federal Reserve Bank regionali raccolgono informazioni sullo stato dell'economia reale nel proprio distretto.<strong> Il quadro che emerge dal Beige Book appena pubblicato indica elementi di preoccupazione comune dalla costa ovest a quella est: instabilità, effetto negativo dei dazi, rialzo generalizzato dei prezzi, e difficoltà nelle linee di approvvigionamento </strong>sono i principali indicatori comuni ai 12 rapporti.</p><p>Una situazione che descrive un'economia in rallentamento e senza prospettive, tale da poter spaventare gli elettori e indurli a mandare un segnale forte alla destra repubblicana. Segnale che come detto, però, potrebbe avere come conseguenza la messa in stato d'accusa del Presidente, che non può sperare in un terzo mandato senza ulteriori forzature della Costituzione, ma è già pronto a consolarsi con l'astronomica somma che gli ha sin qui fruttato la Presidenza (1,5 miliardi di dollari) secondo l'inchiesta del NYT.</p><p><strong>Il fronte favorevole a Trump risponde con informazioni tendenti a tranquillizzare gli elettori</strong>: Goldman Sach ha pubblicato un rapporto di segno opposto a quello della FED. Per la banca d'affari le prospettive macroeconomiche per il 2026 sarebbero: crescita solida, posti di lavoro stagnanti, prezzi stabili. Una crescita del 2,8%  contro le previsioni del 2.5%, indicherebbero la buona salute dell'economia americana, grazie a tagli fiscali e buon mercato finanziario.</p><p><strong>Il fronte democratico sta iniziando l'attacco,</strong> non solo con la preparazione di battaglie elettorali serrate su tutti i seggi in bilico, ma schierando i grossi calibri della cultura. Per il 17 febbraio è annunciata l'uscita di <strong>un saggio di <em>Cass Sunstein</em> sull'equilibrio dei poteri, che sin dalla copertina a stelle e strisce, </strong>propoposta diretta contro la cultura del progetto MAGA, in nome dei valori fondativi americani. Il professore di Harvard, era stato a capo della task force che nell'amministrazione Biden fu incaricata di mettere mano alla struttura burocratica, con metodi ed obbiettivi totalmente opposti a quelli che quattro anni dopo sono stati perseguiti da Elon Musk.</p><p>Saranno dieci mesi interessanti.</p><p><a href="https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/publications/beige-book-default.htm">https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/publications/beige-book-default.htm</a><br><a href="https://www.whitehouse.gov/videos/president-trump-tours-the-federal-reserve/">https://www.whitehouse.gov/videos/president-trump-tours-the-federal-reserve/</a><br><a href="https://www.nytimes.com/interactive/2026/01/20/opinion/editorials/trump-wealth-crypto-graft.html">https://www.nytimes.com/interactive/2026/01/20/opinion/editorials/trump-wealth-crypto-graft.html</a>?<br><a href="https://www.goldmansachs.com/insights/goldman-sachs-research/macro-outlook-2026-sturdy-growth-stagnant-jobs-stable-prices">https://www.goldmansachs.com/insights/goldman-sachs-research/macro-outlook-2026-sturdy-growth-stagnant-jobs-stable-prices</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[C'è una luce possibile, nel buio del mondo in tempesta]]></title><description><![CDATA[<p>Dopo un anno vissuto sotto la cappa dei conflitti armati in Medio Oriente ed Ucraina, <strong>l'intervento militare americano in Venezuela sembra segnare un altro passo nella regressione verso un mondo basato sulla violenza delle armi e sul diniego del diritto</strong>. Occorre cercare di guardare oltre le immagini propagandate e cogliere</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/ce-luce-possibile/</link><guid isPermaLink="false">695992ac5201721bc2e6bd81</guid><category><![CDATA[Euramerica]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 03 Jan 2026 22:39:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/ue-usa.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/ue-usa.jpg" alt="C'è una luce possibile, nel buio del mondo in tempesta"><p>Dopo un anno vissuto sotto la cappa dei conflitti armati in Medio Oriente ed Ucraina, <strong>l'intervento militare americano in Venezuela sembra segnare un altro passo nella regressione verso un mondo basato sulla violenza delle armi e sul diniego del diritto</strong>. Occorre cercare di guardare oltre le immagini propagandate e cogliere i fondamenti delle relazioni del potere internazionale. Così benché il governo americano sembri ripiegare su un controllo ferreo del proprio emisfero lasciando al loro destino i tradizionali alleati europei, dobbiamo constatare che sistema economico e sistema internazionale permangono invariati. Infatti, <strong>né l'ondivaga politica dei dazi di Trump ha cambiato i fondamentali dell'economia occidentale, né la nuova dottrina strategica quelli della difesa degli interessi globali degli Stati Uniti</strong>, che divergono radicalmente da quelli cinesi e russi. I fondamentali della società occidentale, nell'economia e nella strategia così come nella cultura, restano talmente omogenei sulle due sponde dell'Atlantico, da indurci a ritenere transitoria e poco realistica la forma di relazione atlantica delineata in modo più propagandistico che razionale da D. Trump.</p><p>Siamo Europa, anzi lo siamo sempre di più, malgrado il pronto bacio della pantofola americana di G. Meloni dopo l'arresto di <em>N. Maduro</em>. Lo siamo di più anche per il rinnovato fervore con cui i nazionalisti nostrani stanno profittando dei benfici comunitari, dopo il "<em>Quantitative easing</em>" di M. Draghi, il PNRR della commissione di <em>U. Von der Layen</em>. Ma, pantofole a parte, <strong>l'Europa vede con crescente preoccupazione la politica aggressiva della Russia di V. Putin, e continua quindi a poter contare entro la NATO sull'alleanza americana</strong>. Che non verrà meno, perchè non è mutato l'intresse USA per un mondo equilibrato. O se vogliamo essere prosaici, perché l'economia americana nella competizione con quella cinese non può fare a meno del mercato europeo.</p><p>Per cercare di farsi un'idea di prima mano in questo momento buio, suggerisco ancora di ripartire dalla <strong>comunicazione diretta che ci hanno rivolto i due massimi dirigenti politici: Vladimir Putin </strong>nell'intervista all'ex trumpiano <em>Tucker Carlson</em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=hYfByTcY49k">https://www.youtube.com/watch?v=hYfByTcY49k</a>) e <strong>Donald Trump </strong>nell'intervista rilasciata poche settimane fa a Dasha Burns di Politico.com (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=rVV1tbNZf_A">https://www.youtube.com/watch?v=rVV1tbNZf_A</a>).</p><p>Numerose sono le possibili interpretazioni della politica di <em>V. Putin</em>, come dimostrato dalla immediata divisione nostrana, fra ghibellini antiputiniani e guelfi antiamericani. Ma <strong>per restare ai fatti la Russia di Putin ha invaso l'Ucraina, e questo ci riguarda come europei </strong>perché la propaganda e la disinformazione di vario segno non sono riuscite a nascondere il vero interrogativo aperto dall'azione putiniana: chi e cosa può fermare V. Putin? Ieri la Russia ha attaccato l'Ucraina in base a svariate motivazioni storiche e strategiche, illustrate da Putin nell'intervista. Al fondo perché la Russia di oggi afferma di non poter sostenere la minaccia di un alleato della NATO ai suoi confini. Ma <strong>comunque finirà questa guerra, ci sarà ancora un confine fra Russia ed Europa</strong>. Questo significa che l'Europa dovrebbe sottostare alla stessa minaccia che ha portato alla "<em>operazione militare speciale</em>". Fino a quando? E un'Europa di nuovo instabile quale profitto porterebbe all'economia americana nella vera sfida del secolo, contro il colosso cinese?</p><p>L'intervista di <em>D. Trump</em>, uomo politico che si è affidato all'immagine ed alla parola per costruire il consenso, forse non ha svelato nulla di nuovo. Ma, accanto alla ribadita inclinazione dell'ex tycoon per la speculazione immobiliare - a Gaza come in Crimea - ha confermato che <strong>le forze ultra conservatrici di  cui Trump si è fatto catalizzatore hanno l'ossessione dell'immigrazione e del sorpasso fra immigrati e nativi</strong>. <em>D. Trump </em>ha infatti accusato l'Europa di lasciarsi invadere, arrivando ad indicare come responsabili di ciò vari leader fra cui il sindaco di Londra <em>Sir Sadiq Khan</em>, e confermato di voler continuare nell'azione repressiva contro l'immigrazione in patria. Ma <strong>finché non verrà cancellata dalla base della Statua della Libertà l'iscrizione dovuta a <em>Emma Lazarus </em>che definisce la libertà "<em>mother of exiles</em>", gli Stati Uniti resteranno quello che la loro incancellabile storia ha fatto: una nazione di immigrati basata sulla libertà</strong>. Una nazione che sulla libertà e sulla democrazia ha costruito una comunità che ha dato un contributo innegabile al progresso della civiltà umana. Insieme a innegabili storture e passaggi a vuoto, che non alterano il ruolo complessivo degli Stati Uniti nella storia mondiale degli ultimi secoli.</p><p>Il potere di <em>D. Trump</em> è stato acquisito con una elezione legittima, sebbene fortemente condizionata dall'autocrazia digitale. Nel corso di questi undici mesi questo <strong>potere è stato gestito senza alcun rispetto dei limiti imposti dalla legge, americana o internazionale che sia</strong>. Che si tratti di deportare senza il previsto passaggio per l'ordinamento giudiziario dei poveracci immigrati negli Stati Uniti, di mettersi in tasca un campo da golf per arricchire il proprio patrimonio personale o di arrestare e tradurre sul suolo americano un capo di stato fattosi dittatore, le regole vigenti sono state costantemente ignorate dall'amministrazione <em>Trump</em>. Il suo potere è rapidamente passato, con riferimento alla classica tripartizione di <em>Max Weber</em>, dall'approccio razionale a quello carismatico, non senza segni di un'aspirazione al tradizionale, come evidenziato dalla auto intitolazione al Presidente in carica del Kennedy Center di Washington. Di fatto è innegabile che <strong>il Presidente degli Stati Uniti opera al di fuori della dinamica costituzionale</strong>, senza il confronto ed il controllo del potere legislativo, e semplicemente ignorando e vanificando ogni pronuncia giurisdizionale che gli sia sfavorevole.</p><p>Si potrebbe temere che sia l'inizio di una deriva intesa a portare gli Stati Uniti al di fuori del tradizionale campo democratico che ha retto l'occidente negli ultimi due secoli. Ma così non sarà, per <strong>la solidità delle istituzioni democratiche americane e per la responsabilità di quella parte, invero consistente, della classe dirigente </strong>nazionale e dei detentori del potere economico, poco inclini a spingersi sulla strada dell'instabilità e dell'avventurismo politico-militare, da sempre estranei alla cultura americana.</p><p>L'estrema destra conservatrice che ha sin qui ispirato <em>D. Trump </em>dovrà ben presto fronteggiare l'inquietudine della maggioranza degli americani per quello che molti non esitano a definire un cambio di regime e non solo di strategia. Ma per quanto i <em>think tank </em>nazionalisti possano produrre con grande efficienza ricette anti democratiche e programmi di governo autoritari, <strong>come resta inciso nel marmo della Statua della Libertà la frase di Emma Lazarus, così è connaturata alla società americana l'idea di libertà</strong>. Si tratta certamente di un'ora oscura per la libertà negli Stati Uniti e altrove in Occidente, ma come ha scritto più recentemente un'altra poetessa, <em>Amanda Gorman</em> "<strong><em>there is always a light, if only we are brave enough to see it. If only we are brave enough to be it</em></strong>". C'è una luce di democrazia nel futuro dell'Occidente, se solo saremo abbastanza coraggiosi da vederla, e abbastanza coraggiosi da realizzarla.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[USA: violenza e democrazia, un binomio impossibile e inscindibile]]></title><description><![CDATA[<p>Nel <em>Federalist </em>n. 10, <em>James Madison </em>scrisse: "<strong>La libertà sta alla fazione come l'aria sta al fuoco</strong>", ossia, proprio come il fuoco ha bisogno dell'aria per esistere, ma per suo mezzo porta distruzione, le fazioni, intese come gruppi di cittadini con interessi divergenti entro la comunità, hanno bisogno della libertà</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/violenza-e-democrazia-un-binomio-impossibile/</link><guid isPermaLink="false">68cdce63d9a57804c9d98a26</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 22:17:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new-1.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new-1.png" alt="USA: violenza e democrazia, un binomio impossibile e inscindibile"><p>Nel <em>Federalist </em>n. 10, <em>James Madison </em>scrisse: "<strong>La libertà sta alla fazione come l'aria sta al fuoco</strong>", ossia, proprio come il fuoco ha bisogno dell'aria per esistere, ma per suo mezzo porta distruzione, le fazioni, intese come gruppi di cittadini con interessi divergenti entro la comunità, hanno bisogno della libertà per esistere, ma rischiano di compromettere l'equilibrio del sistema. La crescita incontrollata di tali divergenze, infatti, può trasformarsi in una forza davvero distruttiva. <em>Madison </em>non intendeva certo sostenere che eliminare la libertà sia la soluzione, come togliendo l'aria al fuoco lo si circoscrive più facilmente. Più pragmaticamente <strong><em>Madison</em> sosteneva che la struttura di una grande democrazia, così come delineata nella Costituzione americana, sarebbe stata un argine sufficiente per tenere sotto controllo gli eccessi delle fazioni</strong>, costringendole a trovare compromessi per arrivare al bene comune. <em>Wishful thinking </em>? Gli anni di <em>Donald Trump </em>sembrano mettere alla prova questa versione della democrazia americana.</p><p>Negli ultimi giorni, l<strong>e polemiche scatenate oltre Oceano, con appendici un pò ridicole anche da noi, dopo l'assassinio di <em>Charles Kirk</em></strong>, si situano proprio all'interno di questo antico dibattito. Da un lato gli attacchi degli alleati di <em>Kirk</em>, con in testa il Presidente <em>D. Trump</em>, che forte del suo potere minaccia di limitare la libertà di parola garantita dalla Costituzione, colpendo chiunque non sia allineato all'esaltazione della figura del giovane e controverso attivista ucciso. Dopo avere silenziato alcuni studi legali colpevoli di avere difeso terze parti ostili al cittadino Trump, si intensificano le azioni contro la libera stampa, con  la causa miliardaria contro il NYT che segue quelle contro <em>George Slopadopoulos/ABC/Disney</em>, e <em>Sixty Minutes/CBS/Paramount</em>. Si moltiplicano i casi di giornalisti sospesi dai loro editori non per avere violato qualche codice deontologico più o meno ufficiale, ma per <strong>il timore che un servizio sgradito alla Casa Bianca scateni una vendetta contro l'editore stesso</strong>. Il recentissimo caso <em>Kimmel</em> è sintomatico in questo senso: anche il conduttore dipende da Disney, che non può irritare l'aamministrazione mentre attende l'approvazione per l'acquisizione di <em>NFL Network </em>da parte di <em>ESPN</em>. Il favore dell'amministrazione <em>Trump </em>è troppo importante per invischiarsi in discussioni sottili sulle colpe degli uni e degli altri. Infatti, <strong>il fronte opposto a quello controllato dal Presidente, vede numerosi commentatori sostenere che la doverosa condanna dell'assassinio di <em>Kirk</em> deve essere estesa ad ogni altra di violenza politica</strong>. Da questo lato dello schieramento politico, si sottolinea che nessuna solidarietà era stata espressa da Donald Trump e dai suoi alleati all'allora Presidente della Camera Nancy Pelosi, quando un invasato tenò di ucciderne il marito. Nè ci fu lutto nazionale per l'omicidio del deputato del Minnesota, Melissa Hortman, appena tre mesi fa, il 14 giugno 2025. Inoltre c'è chi come <em>Stacey Patton</em>, giornalista e docente alla  <em>Morgan State University</em>, non ha esitato a ricordare come proprio <em>Kirk </em>soleva dire che gli omicidi in politica sono il prezzo della libertà. E invita non dimenticare che <strong>il modus operandi di Turning Point USA, il movimento fondato da <em>Kirk</em>, consiste nel creare liste di proscrizione di professori liberal, additarli al disprezzo dei militanti di destra che si scatenano sui social con minacce di morte e attacchi coordinati che hanno reso la vita impossibile a centinaia di docenti.</strong></p><p>Tutto ciò evidenzia <strong>tre costanti della politica, così come della società americana: la retorica iperbolica, lo stile paronoico, la violenza</strong>.</p><p>Come ha recentemente sostenuto <em>Scott Menchin </em>su <em>Compact</em>, <strong>la retorica iperbolica è una regolarità nella vita politica americana, che spiega, come nell'esempio di Madison, le ondate di violenza esattamente come la presenza di ossigeno spiega lo scoppio di un incendio</strong>. Questa forma estrema di comunicazione politica trova fondamento nel Primo Emendamento alla Costituzione USA, e nella giurisprudenza derivata che ha definito il limite fra eccessi argomentativi e diffamazione. La Corte Suprema ha ripetutamente affermato che <strong>le parole per quanto spinte, non sono diffamazione, garantendo protezione anche alla retorica più accesa ed emotiva in nome della libertà di parola </strong>in una società libera (<em>Greenbelt Cooperative Pub. Ass'n vs Bresler 1970 - Letter Carriers vs Austin 1974 - Milkovich vs Lorain Journal Co.  </em>1989). La Corte ha persino ritenuto degno della protezione costituzionale uno studente che in una manifestazione contro la leva all'epoca della guerra in VietNam, aveva auspicato la morte del Presidente <em>R. M. Nixon</em>, considerandola solo un'iperbole politica, non una concreta minaccia di morte per il presidente (<em>Watts vs United States </em>1969). Sarebbe forse auspicabile una sia pur parziale revisione della dottrina, alla luce del progresso, se di progresso si tratta, nella comunicazione digitale che amplifica alla velocità della luce ogni piccolo rumore rendendolo un boato.</p><p><strong>Lo stile paranoico, è la definizione ormai classica coniata nel 1952 dallo storico Richard Hofstadter, per indicare come il ruolo delle minoranze dominanti, l'astio esagerato verso l'avversario nutrito dalle diverse parti classe politica, e il cospirazionismo, finiscono per snaturare, avvelenandolo, il dibattito democratico.</strong> Già su questo blog sono stati indicati i precedenti, come la presunta cospirazione dell’Ordine degli illuminati, all'inizio del XIX secolo, il primo movimento populista alla metà dello stesso secolo, la ferita mai completamete guarita della Guerra di Secessione. Così come nel Novecento la campagna di odio contro gli emigrati negli anni Venti e poi contro i ricchi all'epoca della Grande Depressione, per finire con il filone, variegato e continuamente emergente, della lotta al comunismo interno, vero o presunto, dal maccartismo ai giorni nostri. <strong>Tutti gli schieramenti sono toccati da questa degenerazione della politica, che coincide con una visione manichea che oscura le argomentazioni e inibisce qualunque compomesso</strong>, spinge uomini e donne sempre meno informati e preparati al loro ruolo, a utilizzare solo forme autoritarie, giustificate dalla demonizzazione dell'avversario.</p><p><strong>Quanto alla violenza vera e propria, tutti ricordano i quattro Presidenti americani uccisi durante il loro mandato</strong>: <em>Abraham Lincoln </em>(1865), <em>James A. Garfield </em>(1881), <em>William McKinley </em>(1901), e <em>John F. Kennedy </em>(1963). Ma si tratta della classica punta dell'iceberg. Come ha scritto <em>Enrica Perucchietti su L'Indipendente </em>"<strong><em>la violenza politica  (negli USA) non é un’eccezione, ma la regola: è un sintomo di una malattia endemica, il simbolo di una costante che nessuna legge sul porto d’armi potrà mai curare. Perché la vera “arma letale” è la cultura della violenza che permea ogni livello dell’America profonda ed è connaturata con le sue origini</em></strong>". La conferma più chiara di questo assioma è data proprio da una delle figure chiave dell'attuale amministrazione e prbabilmente anche del futuro di <em>Washington</em>: nel libro che lo ha consacrato quale leader della destra radicale, il vice presidente <em>James David Vance </em>ha chiarito come per lui così come <strong>per moltissimi americani la propria violenza è sempre giustificata e legittima, mentre quella altrui è volta a volta espressione di fascismo o comunismo e comunque va combattuta dalla società e repressa dal governo</strong>. E questo rappresenta non un rischio eventuale, ma <strong>una minaccia attuale in una nazione di oltre 200 milioni di abitanti in cui circolano, secondo le approssimazioni più accreditate, 500 milioni di armi, fra pistole fucili di ogni genere</strong>.</p><p><a href="https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/il-federalismo-nella-storia-del-pensiero/581-james-madison-il-federalista-n10">https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/il-federalismo-nella-storia-del-pensiero/581-james-madison-il-federalista-n10</a><br><a href="https://firstamendment.mtsu.edu/article/watts-v-united-states/">https://firstamendment.mtsu.edu/article/watts-v-united-states/</a><br>Richard Hofstadter, The Paranoid Style in American Politics,  Harper's Magazine,<br>per una sintesi del libro, peraltro disponibile in libreria in edizione italiana, vedere<br><a href="https://www.elzevir.it/saggistica/richard-hofstadter-e-lo-stile-paranoide-della-politica-americana/">https://www.elzevir.it/saggistica/richard-hofstadter-e-lo-stile-paranoide-della-politica-americana/</a><br><a href="https://www.lindipendente.online/2025/06/16/lomicidio-di-melissa-hortman-e-la-violenza-politica-negli-stati-uniti/">https://www.lindipendente.online/2025/06/16/lomicidio-di-melissa-hortman-e-la-violenza-politica-negli-stati-uniti/</a><br><a href="https://abcnews.go.com/Politics/charlie-kirk-shooting-timeline-recent-political-violence-america/story?id=125473910">https://abcnews.go.com/Politics/charlie-kirk-shooting-timeline-recent-political-violence-america/story?id=125473910</a><br><a href="https://www.thebanner.com/education/higher-education/charlie-kirk-maryland-professors-watchlist">https://www.thebanner.com/education/higher-education/charlie-kirk-maryland-professors-watchlist</a><br><a href="https://www.consumershield.com/articles/how-many-guns-us">https://www.consumershield.com/articles/how-many-guns-us</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Stati Uniti e vaccini, due secoli di politica sanitaria bipartisan]]></title><description><![CDATA[<p><strong>La storia dell'azione di Presidenti e governi americani contro le malattie e per l'etensione delle vaccinazioni di massa </strong>è durata oltre 200 anni. Fino all'odierna controversa politica voluta dall'attuale Ministro per la Salute, Robert Kennedy jr, che invece cavalca nuove teorie sulla dannosità dei vaccini, contro il parere della quasi</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/stati-uniti-e-vaccini-due-secoli-di-politiche-virtuose-bipartisan/</link><guid isPermaLink="false">68cdc7e2d9a57804c9d98927</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 22:14:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new.png" alt="Stati Uniti e vaccini, due secoli di politica sanitaria bipartisan"><p><strong>La storia dell'azione di Presidenti e governi americani contro le malattie e per l'etensione delle vaccinazioni di massa </strong>è durata oltre 200 anni. Fino all'odierna controversa politica voluta dall'attuale Ministro per la Salute, Robert Kennedy jr, che invece cavalca nuove teorie sulla dannosità dei vaccini, contro il parere della quasi totalità della comunità scientifica. <strong>Può essere interessante ripercrrere questa storia</strong>.</p><p><strong>1800 <em>Thomas Jefferson</em> </strong>già da privato cittadino aveva introdotto in Virginia la sperimentazione del vaccino per il vaiolo, importando il metodo sviluppato dell'inglese Edward Jenner, che per primo dalla pubblicazione nel 1798 del suo studio "<em>An inquiry into the causes and effects of the variolae vaccinae</em>" aveva indicato la strada della vaccinazione, e per primo aveva subito gli attacchi violenti di quanti a quell'innovazione erano contrari. <em>Jefferson </em>aveva dapprima rappresentato, come avvocato, alcuni medici che avevano praticato vaccinazioni, poi da presidente si impegnò per la diffusione dei metodi di prevenzione.<strong> Incaricò il dr. <em>Benjamin Waterhouse</em>, dell'organizzazione di quelle che ancora non era una campagna vaccinale, e autorizzò personalmente l'utilizzo di un nuovo vaccino (<em>kinepox</em>).</strong> Nel 1803 incaricò  <em>Meriwether Lewis </em>di portare una scorta di dosi di vaccino in quella che é oggi nota come la spedizione di <em>Lewis e Clark</em>, per farlo conoscere alle popolazioni più lontane dell'unione. Ai nostri tempi la crescente Black Radical Culture ha finito per sminuire il valore dei tentativi di Jefferson, a causa dell'uso che il Presidente fece dei suoi schiavi come cavie umane.</p><p><strong>1813 James Madison </strong>durante la sua presidenza (1809-1817) fece approvare il "Vaccine Act", noto anche come "<em>Act to Encourage Vaccination</em>", in assoluto <strong>la prima normativa federale della storia americana in materia sanitaria</strong>. Madison <strong>creò un ufficio federale </strong>con un solo addetto, con l'incarico di predisporre le scorte di vaccino contro il vaiolo, e distribuirlo a livello nazionale. La pratica della vaccinazione non era diffusa presso la classe medica dell'epoca, e malgrado i buoni risultati nel 1822 la campagna vaccinale causò diverse vittime. Il responsabile, <em>James Smith</em>, venne rimosso, e in seguito venne abrogata la stessa legge. All'epoca mancava la necessaria la fiducia del pubblico nella vaccinazione in una cultura americana largamente diffidente nei confronti delle competenze mediche. </p><p><strong>1934 Franklin D. Roosevelt</strong> sin dall'inizio del suo mandato, diede impulso alla diffusione delle vaccinazioni, anche per la sua drammatica esperienza, avendo contratto la poliomielite nel 1921, all' età di 39 anni. Dapprima nell'ambito dell'annuale Ballo del Compleanno Presidenziali, poi con la costituzione della <strong><em>National Foundation for Infantile Paralysis </em></strong>(3 gennaio 1938), Roosevelt spinse per la costituzione di un gruppo di ricercatori che si occupassero di vaccini. La National Foundation, poi ribattezzata "<em>March of dimes</em>", si occupava di una serie di progetti all'epoca avveniristici: nel 1941, fornì i fondi per sviluppare un polmone d'acciaio che superava ogni precedente modello, e si occupò della prevenzione delle malformazioni congenite e di ridurre la mortalità infantile. Nel dopoguerra il personale della fondazione includeva Jonas Salk e Albert B. Sabin e nel 1949, proprio il Dr. Salk diresse la ricerca per il vaccino contro la poliomielite, che venne rilasciato nel 1955, prima che anche Sabin arrivasse per altra via allo stesso risultato.</p><p><strong>1955 Dwight Eisenhower, </strong>repubblicano, proseguì l'opera dei suoi predecessori democratici, impegnando le <strong>risorse del governo federale per coinvolgere gli stati nella distribuzione e somministrazione del vaccino</strong>, con un finanziamento di 30 milioni di dollari (oltre 300 milioni di dollari di oggi). Il nuovo sistema organizzò una campagna informativa rivolta ai genitori per spiegare come il governo intendeva proteggere i loro figli. La campagna ebbe un'appendice importante quando alcuni ritardi nella produzione del vaccino provocarono problemi nella consegna del vaccino, e il Presidente intervenne in prima persona per rassicurare gli americani.</p><p><strong>1965 Lyndon Johnson </strong>lanciò un'iniziativa globale a guida americana per eradicare il vaiolo in 18 nazioni dell'Africa occidentale, affidando l'incarico operativo alla delegazione USA presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra. La premessa di questo impegno era che <strong>benché il vaiolo fosse ormai sconfitto negli Stati Uniti e in altri paesi avanzati, la diffusione del morbo in Asia, Africa e in alcune parti dell'America Latina, poneva gravi limiti alla sicurezza sanitaria in tutto il mondo</strong>. C'erano due motivazioni politiche convergenti a spingere Johnson: mettere in risalto il fatto che nella società americana (la <em>Great Society</em>) il rischio della malattia era stato quasi del tutto scongiurato grazie alla vaccinazione. Supportare la creazione di un sistema multipolare di relazioni internazionali di cui gli Stati Uniti intendevano porsi come guida del consesso delle nazioni, e non a caso era stato scelta un'agenzia ONU come veicolo per l'azione di prevenzione sanitaria.</p><p><strong>1977 James E. Carter, </strong>durante il suo unico mandato, avviò la <em>National Childhood Immunization Initiative </em>con l'<strong>obiettivo di portare la copertura vaccinale infantile al 90% della popolazione interessata</strong>. L'obiettivo venne superato arrivando al 95%, con un particolare impegno per eliminare ogni barriera, normativa-economica-sociale, che limitasse l'accesso del più alto numero possibile di americani ai servizi sanitari. La moglie del presidente, Rosalynn, sua ispiratrice e sonitrice, fu tra i promotori dell'associazione <em>Vaccinate Your Family</em>, che ha raccolto per anni fondi per sostenere le campagne vaccinali negli Stati Uniti.</p><p><strong>1986 Ronald Reagan</strong>, durante il primo dei suoi due mandati, fece approvare dal Congresso con voto bipartisan il <em>National Vaccine Injury Compensation Program</em>. In quegli anni era scoppiato il problema della responsabilità professionale di medici e case farmaceutiche, che venivano regolarmente chiamate in tribunale per rispondere civilmente dei danni per i casi di incidente medico. Reagan stanziò 67 milioni di dollari all'anno, introducendo anche un modesto "ticket" per ogni vaccinazione (da 10 centesimi a 1,50 dollari).  Le associazioni di medici, le case farmaceutiche, ottennero <strong>un sistema di responsabilità limitata (no-fault) </strong>e la creazione di una giurisdizione speciale per giudicare le richieste di danni punitivi. Gli eventuali danneggiati avrebbero potuto aderire ad una procedura di mediazione prima di intentare causa, restando liberi di ricorrere alle corti ordinarie in caso di mancato accordo.</p><p><strong>1991 George H. W. Bush</strong>, approvò un piano di vaccinazione per ridurre i casi di morbillo, finanziato con 40 milioni di dollari aggiuntivi rispetto al programma di immunizzazione standard, rivolto in particolare alle comunità in cui il bisogno era maggiore. Il piano comprendeva <strong>per la prima volta partnership con organizzazioni non profit e del settore privato </strong>per facilitare la capillare diffusione delle informazioni sulle vaccinazioni. La sensibilità di Bush non arrivò a includere nei programmi anche il finanziamento per ottenere un vaccino per il morbo HIV, che in quegli anni era particolarmente letale.</p><p>1993 Bill Clinton dopo soli 24 giorni del suo primo mandato (1993 - 2001) annunciò un'<strong>iniziativa globale per l'immunizzazione infantile,</strong> destinando 300 milioni di dollari per l'anno fiscale 1992 per rafforzare l'infrastruttura nazionale destinata alle vaccinazioni, con <strong>significativi aumenti previsti in termini di personale, formazione, e per la realizzazione di un nuovo sistema nazionale di monitoraggio delle vaccinazioni</strong>. In collaborazione con le principali commissioni del Congresso, l'Amministrazione Clinton ottenne di aumentare la distribuzione gratuita agli operatori sanitari che assistono bambini iscritti al programma Medicaid.</p><p><strong>2002 George W. Bush</strong>, alle prese con la lotta al terrorismo dopo l'attacco all'America del 11 settembre 2001, dovette impegnare la sua amministrazione nella difesa dei <strong>militari e funzionari che in patria e soprattutto all'estero rischiavano di venire a contatto con foclai infettivi per malattie come il vaiolo, ormai debellate in patria</strong>. Bush stesso il 21 dicembre 2002 si fece vaccinare pubblicamente per dimostrare la sicurezza dei vaccini.</p><p><strong>2010 Barak Obama resterà nella storia per </strong>la legge più importante della sua amministrazione <em>l'<strong>Affordable Care Act</strong></em><strong>. </strong>Fra degli obbiettivi più importanti della legge erano l'<strong>inclusione di tutti gli americani nei programmi di prevenzione sanitaria e la riduzione dei costi dell'assistenza stessa</strong>. L'inclusione delle vaccinazioni di base nella categoria della prevenzione rappresentò un nuvo stimolo per massimizzare la diffusione della vaccinazione di massa. I nuovi piani sanitari approvati nell'ambito del <em>Affordable Care Act</em> finirono con l'<strong>includere tutti i vaccini raccomandati dal Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione, dalle vaccinazioni di routine per l'infanzia alle vaccinazioni periodiche antitetaniche per gli adulti</strong>.</p><p><strong>2020 tre ex Presidenti, Bill Clinton, George W. Bush e Barak Obama</strong>, fecero un appello congiunto bipartisan per chiamare gli americani alla vaccinazione di massa, mentre la pandemia da Covid 19 aveva già fatto oltre 200.000 vittime negli USA, e la prima amministrazione Trump ancora non aveva preso misure a livello nazionale.</p><p><strong>A fronte di 210 anni di politiche virtuose bipartisan in materia di vaccini, da T. Jefferson a B. Obama, l'attuale negazionismo in materia ostentato dal Ministro della Salute John F. Kennedy jr, sembra estraneo alla tradizione americana, frutto di una volontà politica distorta</strong>, non in grado di cambiare la storia, ma solo di produrre danni nel breve periodo.</p><p><a href="https://www.cdc.gov/vaccines/hcp/vis/downloads/vis-history.pdf">https://www.cdc.gov/vaccines/hcp/vis/downloads/vis-history.pdf</a><br><a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK225580/">https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK225580/</a><br><a href="https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-childhood-immunization-initiative-and-exchange-with-reporters">https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-childhood-immunization-initiative-and-exchange-with-reporters</a><br><a href="https://www.govinfo.gov/content/pkg/PPP-1991-book1/html/PPP-1991-book1-doc-pg648.htm">https://www.govinfo.gov/content/pkg/PPP-1991-book1/html/PPP-1991-book1-doc-pg648.htm</a><br><a href="https://www.cms.gov/cciio/resources/fact-sheets-and-faqs/preventive-care-background">https://www.cms.gov/cciio/resources/fact-sheets-and-faqs/preventive-care-background</a><br><a href="https://edition.cnn.com/2020/12/02/politics/obama-vaccine">https://edition.cnn.com/2020/12/02/politics/obama-vaccine</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cento anni dal "monkey trial": in Tennessee, Bibbia contro Scienza]]></title><description><![CDATA[<p>Nel marzo del 1925, i<strong>l Tennessee divenne il primo degli stati dell'Unione a vietare l'insegnamento della teoria dell'evoluzione nelle scuole pubbliche</strong>, provocando reazioni in tutti gli Stati Uniti e una delle battaglie legali più famose della storia americana.</p><p><strong>La teoria dell'evoluzione di <em>Charles Darwin</em> aveva trovato grandissimo seguito e</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/cento-anni-fa-il-monkey-trial-bibbia-contro-scienza/</link><guid isPermaLink="false">68691a21d9a57804c9d98875</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 05 Jul 2025 13:02:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/a-america-new.png" alt="Cento anni dal "monkey trial": in Tennessee, Bibbia contro Scienza"><p>Nel marzo del 1925, i<strong>l Tennessee divenne il primo degli stati dell'Unione a vietare l'insegnamento della teoria dell'evoluzione nelle scuole pubbliche</strong>, provocando reazioni in tutti gli Stati Uniti e una delle battaglie legali più famose della storia americana.</p><p><strong>La teoria dell'evoluzione di <em>Charles Darwin</em> aveva trovato grandissimo seguito e feroce opposizione in tutto il mondo, dopo la pubblicazione  de <em>L'origine delle specie</em>,</strong> nel novembre 1859. La visione religiosa e quella scientifica dell'uomo e del mondo sembravano inconciliabili, e il dibattito era vivace e continuo, ma nemmeno la stessa Chiesa Cattolica aveva emesso una condanna completa per i seguaci di Darwin. Una contestazione verrà inserita nell’enciclica di Pio XII <em>Humani generis </em>(1950), ma con grande rispetto per il progresso scientifico, come sintetizzato nel 2009 dalla Pontificia Università Gregoriana : "<em>Si assiste a confusioni strumentali tra teologia e scienza che provocano, da una parte, un evoluzionismo metafisico antireligioso e, dall'altra, estremizzazioni fondamentaliste</em>".</p><p>Un esempio di queste estremizzazioni si ebbe con l'<strong>approvazione da parte dello stato del Tennessee della legge nota come <em>Butler Act</em></strong> (in appendice il link all'atto originale), dal nome del proponente <em>John W. Butler</em>. Presentata il 21 gennaio 1925 e approvata a larga maggioranza (Camera 71 a 6, Senato del Tennessee  24 a 6), la legge <strong>proibiva in modo inequivocabile l'insegnamento della teoria dell'evoluzione </strong> in qualsiasi scuola pubblica dello Stato: "<em>Sarà illegale per qualsiasi insegnante di qualsiasi università, scuola media e di tutte le altre scuole pubbliche dello Stato finanziate in tutto o in parte dai fondi statali, insegnare qualsiasi teoria che neghi la storia della creazione divina dell'uomo come insegnata nella Bibbia, e insegnare invece che l'uomo discende da un ordine inferiore di animali</em>." Contravvenire a questa censura preventiva sarebbe stato punito con multe da 100 a 500 dollari.</p><p>Il primo processo sull'applicazione della legge, destinato a passare alla storia come il "<strong><em>monkey trial</em></strong>", si svolse a <em>Dayton </em>nella contea di <em>Mason</em>. John T. Scopes, ventiquattrenne insegnante di scienze e allenatore della squadra di fotball della Dayton's Central High School era un evoluzionista che insegnava abitualmente la teoria di Darwin, e venne per questo arrestato e rilasciato in attesa di processo. <strong>Scopes era anche un attivista della American Civil Liberty Union (ACLU), che per conto di Scopes fece causa allo Stato del Tennessee</strong>. Secondo alcune interpretazioni, Scopes aveva deliberatamente provocato il proprio arresto d'accordo con i responsabili locali della ACLU, parlando del suo insegnamento dell'evoluzione apertamente anche in luoghi pubblici. Lo sceriffo locale, che non doveva faticare molto per controllare la piccola comunità di Dayton (2.000 abitanti), cadde nella trappola. Peraltro il consiglio municipale accolse favorevolmente la possibilità di attirare l'attenzione sulla piccola città, e sostenne l'azione dello sceriffo. <strong>Le parti incaricarno due personaggi di rilievo nazionale: per lo stato del Tennessee il conservatore William J. Bryan,</strong> tre volte candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, e per Scopes il celebre avvocato <strong>Clarence Darrow di Chicago</strong>, che aveva già difeso cause progressiste come il Pullman Case nel 1894 e il Anthracite Coal Strike nel 1902. Ampiamente seguito dalla stampa e dalla radio, che per la prima volta trasmise le udienze in diretta, il processo sarebbe entrato nell'immaginario collettivo americano grazie alla <em>pièce</em> teatrale del 1955 scritta da <em>Jerome Lawrence </em>e <em>Robert E. Lee</em>, da cui venne tratta una popolare pellicola cinematografica: <strong><em>Inherit the Wind </em></strong>del 1960, diretta dal  regista <em>Stanley Kramer, </em>con un cast allora stellare che includeva<em>,  Spencer Tracy, Frederich March e Gene Kelly</em>. Sarebbero seguiti diversi <em>remakes: Inherit the Wind </em>del 1999 con <em>Jack Lemmon, George C. Scott, Processo alla scimmia </em>del 1988 con <em>Kirk Douglas e Jason Robards</em>, e altre produzioni minori sino al 2002.</p><p><strong>Il processo, ai nostri occhi sorprendentemente breve, iniziò il 10 luglio  e si concluse solo 11 giorni dopo, il 21 luglio 1925</strong>, dopo una sfilata di testimoni a favore di Scopes, inclusi alcuni suoi allievi, e lunghe requisitorie dei due tenori del foro, che rischiarono entrambi di subire sanzioni da parte del rigido giudice <em>John T. Raulston</em>. Con personalità e buon senso, il giudice si dimostrò tanto intenzionato ad applicare la legge quanto desideroso di non abbandonare un approccio familiare, preoccupandosi del benessere di giuria e pubblico fra ventilatori requisiti in città e udienze sul prato del tribunale. Fra l'altro <strong>Darrow chiese al giudice di non iniziare le udienze come da tradizione con una preghiera,</strong> che avrebbe potuto condizionare la giuria visto l'oggetto del processo, ma Raulston rifiutò recisamente, sulla base della consolidata tradizione locale. <strong>Darrow sostenne con foga oratoria che il Butler Act violava il Primo Emendamento alla Costituzione federale</strong>, che proibisce al governo di fare discriminazioni su base religiosa, e cercò di dimostrare l'assurdità delle interpretazioni letterali della Bibbia, in particolare alla luce del progresso scientifico. <strong>Bryan fu eloquente nel sostenere che la teoria dell'evoluzione contraddiceva la Bibbia </strong>e per questo finiva per contestare particolare il dogma della creazione divina, mentre la scienza non dovrebbe condizionare quelle convinzioni morali che la Bibbia pone a fondamento di una condotta etica. Inoltre si diffuse nel descrivere come a suo parere l'insegnamento dell'evoluzione nelle scuole avrebbe portato a un declino della moralità e dei valori sociali. I momenti più spettacolari delle giornate di Dayton coincisero con <strong>l'apparizione di uno scimpanzé, </strong>chiamato, Joe Mendi, che veniva fatto esibire per il pubblico fuori dall'aula. Ma <strong>il culmine del processo si raggiunse quando Darrw venne autorizzato del giudice Raulston a chiamare proprio l'avvocato Bryan come teste della difesa</strong>, e lo interrogò a lungo sulle conseguenze di un'interpretazione letterale di ogni passo della Bibbia. Le domande pratiche di Darrow sul ruolo della donna, l'attività del serpente nel paradiso terrestre e la lunghezza della creazione, ottennero risposte secche e quasi risentite da parte dell'avvocato Bryan, che finì per assumere una posa grottesca che sminuì agli occhi del pubblico la sua posizione. <strong>Dopo una delberazione durata poco più di dieci minuti, la giuria dichiarò Scopes colpevole, e il giudice decise una una multa di 100 dollari.</strong></p><p>Ma <strong>il risultato vero del processo fu di segno opposto, e si trattò di una vittoriosa disfatta per l'evoluzionismo</strong>: nessun insegnante fu più perseguito in base al Butler Act, che pure rimase in vigore in Tennessee fino al 1967, quando fu abrogato. Tutte le altre  leggi antievoluzionistiche furono dichiarate incostituzionali nel 1968 dalla Corte Suprema con la sentenza <em>Epperson contro Arkansas</em>. Proprio le risposte enfatiche dell'avvocato Bryan a Clarence Darrow diffuse in diretta radiofonica <strong>avevano fatto capire come l'interpretazione letterale delle Sacre Scritture non fosse più condivisa da una società americana che, senza mai abbandonare la fede cristiana, aveva pragmaticamente abbracciato una visione del mondo in cui fede e scienza possono convivere. Grazie all'attuale successo delle posizioni originaliste e populiste di sapore vagamente fondamentalista, il dibattito tra creazionisti ed evoluzionisti continua comunque oggi</strong>, così come i tentativi ricorrenti di demonizzare la scienza o ridicolizzare la fede.</p><p>in generale vedi: William Kunstler - Politics on trial  - Ocean Press 2003 </p><p><a href="https://sharetngov.tnsosfiles.com/tsla/exhibits/scopes/images/Butler%20Act.pdf">https://sharetngov.tnsosfiles.com/tsla/exhibits/scopes/images/Butler Act.pdf</a></p><p><a href="https://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2009/052q05a1.html">https://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2009/052q05a1.html</a></p><p><a href="https://www.aclu.org/">https://www.aclu.org/</a></p><p><a href="https://www.imdb.com/it/title/tt0855214/">https://www.imdb.com/it/title/tt0855214/</a></p><p><a href="https://supreme.justia.com/cases/federal/us/393/97/">https://supreme.justia.com/cases/federal/us/393/97/</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Nuovo ordine mondiale fra forza militare e interessi economici]]></title><description><![CDATA[<p>Senza un disegno complessivo e al di fuori di qualunque principio giuridico, <strong>si sta delineando un nuovo sistema di relazioni internazionali</strong>, basato sulla forza e sul reciproco tornaconto economico fra centri di potere egemoni.</p><p>Siamo forse al <strong>ritorno a quelle “sfere di influenza”</strong>, che nate dopo la Conferenza di Berlino</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/nuovo-ordine-mondiale-fra-forza-militare-e-interessi-economici/</link><guid isPermaLink="false">6868e045d9a57804c9d987fd</guid><category><![CDATA[Euramerica]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 05 Jul 2025 13:01:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/ue-usa.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/ue-usa.jpg" alt="Nuovo ordine mondiale fra forza militare e interessi economici"><p>Senza un disegno complessivo e al di fuori di qualunque principio giuridico, <strong>si sta delineando un nuovo sistema di relazioni internazionali</strong>, basato sulla forza e sul reciproco tornaconto economico fra centri di potere egemoni.</p><p>Siamo forse al <strong>ritorno a quelle “sfere di influenza”</strong>, che nate dopo la Conferenza di Berlino del 1884-85, quando fu sancita la spartizione dell’Africa fra gli imperi coloniali europei, vennero rinnovate in chiave ideologica alla fine della Seconda Guerra Mondiale alla Conferenza di Yalta (4/11 Febbraio 1945).</p><p><strong>Il neo isolazionismo degli Stati Uniti, sembra orientato solo a riscuotere immediate contropartite economiche </strong>che consentano un raddrizzamento dei conti pubblici fuori controllo, ed è ben visibile nelle due aree al momento più calde globo: l'Ucraina e il Medio Oriente.  Il Presidente Donald Trump aveva già trattato l'Ucraina come moneta di scambio nel 2019 quando cercò di ottenere un vantaggio elettorale chiedendo la collaborazione di V. Zelensky per incriminare il figlio di J. Biden. Dopo avere promesso la fine della guerra in Ucraina prima in due, poi in cento giorni, e non essendo riuscito a mantenere la promessa, oggi D. Trump sembra pronto a smettere di difendere l'indipendenza ucraina, come invece chiedono a gran voce dagli alleati europei, dentro e fuori la NATO.  In contropartita l'amministrazione USA sembra avere incassato il mancato intervento della Russia in Medio Oriente, che ha mantenuto il silenzio diplomatico sull'attacco militare dell'aviazione USA contro l'Iran e sul contemporaneo eccesso di difesa israeliano a danno delle popolazioni palestinesi. Il governo russo che non é riuscito a piegare la resistenza ucraina dopo sette anni di guerra strisciante (2014-2021) e tre di guerra aperta (2022-2025), spera così di poter portare a compimento il progetto di egemonizzare un'area europea che dopo la caduta del Muro di Berlino (9 Novembre 1989) aveva progressivamente condiviso i principi di libertà ed i vantaggi della pace sotto l'egida dell'Unione Europea e l'ombrello militare della NATO.</p><p>Nello stesso tempo <strong>il governo USA cerca di frenare l’espansione della Cina</strong>, unico competitor economico, ormai prossima al dominio marittimo militare, con il rischio di conflitto nell’Indo-Pacifico. In questo caso la contropartita al disimpegno americano è in corso di contrattazione sul dossier dazi con Pechino, per limitare gli effetti negativi della crescita cinese sull'economia americana. Pechino nel frattempo ha di fatto militarizzato il Mar Cinese e minaccia quotidianamente Taiwan e le rotte dell'Oceano Indiano. <strong>La produzione taiwanese di microchip e privileg nel settore commerciale, sono la contropartita cercata da Washington nell'area</strong>, salvaguardando gli interessi degli Usa a scapito di quelli europei. Il silenzio e l'assenza di Australia e Giappone all'ultimo G7 evidenziano i timori dei maggiori alleati locali di Washington. </p><p>Un capitolo a parte riguarda l<strong>'ostinato negazionismo del Presidente Trump, che rifiuta di impegnare gli Stati Uniti nella difesa dell'equilibrio climatico</strong>, che in questi giorni dell'estate 2025 sta dispiegando effetti drammatici immediati e anche peggiori in prospettiva. La legge di bilancio approvata dal Senato per un voto lo scorso 30 giugno permette al Presidente di pagare un tributo al settore petrolifero che lo ha sostenuto alle elezioni del 2024, a scapito dello sforzo ineludibile verso le energie rinnovabili che aveva caratterizzato il quadriennio di Joe Biden.</p><p><strong>Non è facile farsi un'idea complessiva di avvenimenti che sono in divenire, ma ormai sembra che di fatto gli USA di D. Trump stiano abdicando al ruolo di guida del mondo occidentale </strong>che con diverse modalità  è stato il filo conduttore e la continuità della politica estera di 13 presidenti USA dal 1946 in avanti.</p><p><strong>Il disegno dell'attuale amministrazione americana sembra trovare una contraddizione interna nella necessità che l'Europa resti uno sbocco privilegiato per l'industria ed i servizi americani</strong>, ma la debolezza politica dell'Unione Europea non permette di utilizzare a proprio favore questa incoerenza. Non è una novità che l'Europa fatichi a trovare una voce e una strategia internazionale unica. Ma questo stato endemico è oggi aggravato dai problemi di politica interna dei maggiori stati europei, che portano i diversi leader a cercare piccoli vantaggi contingenti nel rapporto diretto con l'aspirante autocrate di Washington, trascurando i reali interessi comuni del nostro continente.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[2 Giugno 1946: gli Stati Uniti e il referendum istituzionale a Roma]]></title><description><![CDATA[<p>Il 2 giugno 1946 gli italiani tornarono a votare liberamente dopo un ventennio di sospensione della democrazia, e <strong>le votazioni per la forma istituzionale e per l'Assemblea Costituente segnarono anche un ulteriore passo nella costruzione del legame fra le neonata Repubblica e la lontana Washington, </strong>che era però ben presente</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/2-giugno-1946-gli-stati-uniti-e-il-referendum-istituzionale-a-roma/</link><guid isPermaLink="false">683cc6fcd9a57804c9d986f8</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 01 Jun 2025 22:29:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/Immagine1.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/Immagine1.jpg" alt="2 Giugno 1946: gli Stati Uniti e il referendum istituzionale a Roma"><p>Il 2 giugno 1946 gli italiani tornarono a votare liberamente dopo un ventennio di sospensione della democrazia, e <strong>le votazioni per la forma istituzionale e per l'Assemblea Costituente segnarono anche un ulteriore passo nella costruzione del legame fra le neonata Repubblica e la lontana Washington, </strong>che era però ben presente nella penisola.  Le truppe americane erano sbarcate in Sicilia il 9 luglio 1943, e dopo la fine delle operazioni belliche erano state avviate nuove relazioni diplomatiche con l'invio di una missione economica a Washington nel novembre 1944.  Guidata da Quintero Quintieri, Ministro delle Finanze del Governo Badoglio e composta da Raffaele Mattioli, Mario Morelli, Enrico Cuccia ed Egidio Ortona, la delegazione italiana si trovò ad affrontare una situazione oggettivamente difficile. Già la logistica non aiutava,  visto che la sede dell'ambasciata d'Italia era ancora gestita dalla legazione svizzera che curava gli interessi italiani durante la guerra. Non era poi facile catturare l'interesse degli interlocutori del Dipartimento di Stato, primo fra tutti il responsabile degli Affari Politici <em>James C. Dunn</em>, che si dimostrarono freddi e scarsamente  disponibili verso interlocutori che non era ben chiaro chi rappresentassero e per quanto tempo, visto che la guerra continuava. Peraltro proprio nei primi giorni della missione vi fu l'avvicendamento al vertice del dicastero americano fra <em>Cordell Hull </em>e <em>Edward S. Stettinius</em>, rendendo ancor più difficile gettare le basi di una rinnovata relazione bilaterale. <strong>Nel febbraio 1945 sarebbe venuta la nomina ad Ambasciatore a Washington di Alberto Tarchiani</strong>, già redattore capo del Corriere della Sera di Luigi Albertini, poi a lungo esiliato proprio negli USA, dove coltivò le relazioni con gli ambienti dell'anti fascismo. La stima di Carlo Sforza per il neo ambasciatore non predisponeva al meglio gli ambienti governativi americani, che non ebbero mai simpatie per il vecchio diplomatico che faticava a liberarsi della fedeltà a Casa Savoia. Al contrario Tarchiani crebbe nella considerazione del Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, che lo ebbe al governo come Ministro dei Lavori Pubblici e poi lo nominò in importanti imprese pubbliche impegnate nella prima ricostruzione dell'economia italiana (Crediop - ICIPU).  Non fu una sorpresa quindi che Bonomi, che rivestiva anche il ruolo di Ministro degli Affari Esteri, abbia indicato l'azionista Tarchiani quale ambasciatore a Washington.</p><p><strong>Il 1945 oltre alla fine delle guerra, aveva comportato una serie di cambiamenti radicali sia per gli Stati Uniti che per l'Italia, con la morte di F. D. Roosevelt, e la sostituzione di Bonomi con F. Parri.</strong> Tutto questo non impedì l'inizio della normalizzazione delle relazioni, che furono progressivamente depurate degli aspetti militari e assunsero un carattere costruttivo grazie all'avvio dei programmi di collaborazione economica, e infine al piano Marshall. La Commissione Alleata che era stata il vero centro decisionale dell'Italia divisa in due dal fronte bellico sino al maggio 1945, lasciò il campo ai diplomatici di professione, che cominciarono ad operare per la normalizzazione del rapporto politico.</p><p><strong>Gli USA erano rappresentati a Roma dall'ambasciatore <em>Alexander C. Kirk</em>, che sarebbe stato sosituito fra marzo e luglio 1946 proprio da <em>James C. Dunn</em></strong>, e ci fu continuità nella linea dei due diplomatici pur profondamente diversi fra loro: si trattava di consolidare il nuovo rapporto originato dalla fine della guerra, dalla collaborazione militare e dalla permanenza in Italia dell'esercito USA, in funzione anche di controllo territoriale del delicato confine est a Trieste.  <strong>La linea politica dettata dal Dipartimento di Stato era condensata nel documento CAC33a–15 del 27 novembre 1944,34 intitolato "<em>Italia: Governo Futuro: Metodi per Garantire una Libera Espressione dei Desideri del Popolo Italiano in Riguardo alla Forma di Governo</em>", </strong>che stranamente non risulta conservato negli arichivi governativi USA. In esso l'amministrazione centarle aveva indicato "<em>all'Ambasciata una serie di ipotesi per facilitare la decisione del popolo italiano in merito alla forma di governo, senza alcun riferimento alle discussioni di partito e alle dichiarazioni governative in Italia. La preferenza per un plebiscito simultaneo e l'elezione di un'assemblea costituente non fu in alcun modo influenzata dalla legge italiana del giugno 1944, né dalle opinioni personali di Umberto di Savoia espresse nell'intervista a Herbert Matthews, del New York Times, il 31 ottobre 1945</em>".  Gli Stati Uniti si attennero a questa linea di non ingerenza nella decisione sulla forma istituzionale, per quanto possibile a pochi mesi dalla fine della guerra, con truppe ancora dislocate in Italia e un'economia nazionale in larga parte dipendnente dalla benevolenza dell'ex nemico.</p><p>Come ricorda un diplomatico americano di stanza a Roma in quel periodo, <em>Jospeh N. Greene jr</em>, <strong>la politica del governo di Washington era volta a favorire tutte le forze politiche democratiche, con l'obbiettivo di lasciare che risolvessero da sole i problemi locali</strong>. Si ritrova in questo anche traccia del tipico pragmatismo USA, come nella questione del reintegro di Trieste nel territorio nazionale, guardato con favore dagli USA per l'esistenza di "<em>molte attività commerciali italiane, cantieri navali e assicurazioni</em>", contro l'idea britannica di costituire un città libera sull'esempio (infausto) di Danzica.  Un altro ex funzionario del Dipartimento di Stato in servizio a Roma, <em>John W. Jones</em>, ricorda i tentativi di la stabilità politica in Italia, anche alla luce della dottrina formulata nel febbraio 1946 da <em>George Kennan</em>, che di lì pochi anni sarebbe divenuto il "<strong><em>containement</em></strong>": "<em>in ambasciata eravamo molto favorevoli a un plebiscito sulla futura forma di governo. Ma ....c'era ancora Re Umberto e c'era davvero grande preoccupazione, che il Partito Comunista potesse vincere, a causa della forte influenza dell'Unione Sovietica in Europa a quei tempi. Con grande gioia e soddisfazione di tutti noi, Alcide de Gasperi vinse le elezioni con la Democrazia Cristiana..... e ci fu una clamorosa vittoria a favore della repubblica e contro la monarchia. Così Re Umberto e la Regina se ne andarono di buon grado</em>".</p><p>L'ambasciatore <em>Dunn</em> in una nota riassuntiva inviata al Dipartimento di Stato il 16 giugno 1948, avrebbe reso omaggio alla "<em><strong>immaginazione e laboriosità che hanno caratterizzato l'azione del Dipartimento durante questo periodo critico hanno rendendo possibile il successo nel sostenere e aiutare le forze della democrazia in Italia</strong></em>". Meno ecunemico sarebbe stato lo stesso Dunn solo due anni dopo, il 20 marzo 1948, quando in un clima politico improvvisamente caratterizzato dalla "guerra fredda", avrebbe dato conto delle variegate reazioni al discorso tenuto dal Segretario di Stato Marshall che minacciava la sospensione degli aiuti americani in caso di vittoria del Fronte Popolare alle elezioni generali di aprile.</p><p><strong>L'opinione pubblica americana cercava di ritrovare la stabilità d'ante guerra, e seguiva con scarsa attenzione la complicata politica europea</strong>, tanto che il New York Times, avrebbe dato conto molto succintamente della proclamazione del risultato da parte della Corte di Cassazione, così come della composizione dell'Assemblea Costituente,  e delle prime misure formali prese dal Governo per rendere visibili e concrete le nuove istituzioni "<em>in nome del popolo italiano</em>".</p><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/image.png" class="kg-image" alt="2 Giugno 1946: gli Stati Uniti e il referendum istituzionale a Roma" srcset="http://www.euramerica.it/content/images/size/w600/2025/06/image.png 600w, http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/image.png 940w" sizes="(min-width: 720px) 720px"></figure><p><strong>La storiografia americana avrebbe poi da un lato visto nel referendum del 2 giugno 1946 il vero momento di rottura con un sistema politico controllato delle <em>élites </em></strong>sin dal periodo Umbertino. E dall'altro confermato l'interpretazione della buona fede nella linea politica delle amministrazioni <em>Roosevelt IV</em> e <em>Truman</em> verso l'Italia. <em>Walt T. Rostow </em>ha scritto: "<strong>i negoziati per il Trattato di pace con l'Italia avevano riversato sugli USA l'onere di proteggere le posizioni nazionali nella zona di Trieste e di dare alla giovane repubblica la possibilità di cominciare la sua vita senza dover accettare oltre alla sconfitta nella guerra ad Occidente, anche la sconfitta diplomatica post bellica ad Oriente</strong>" (<em>The United States in the World Arena </em>- 1960). In pochi anni la situazione sarebbe cambiata e non certo in meglio a causa della guerra fredda, scorrendo rapidamente con il ruolo dell'ambasciatore <em>Claire B. Luce</em>, l'ideazione di operazioni segrete come "<em>Stay Behind</em>" e forse di altre operazioni talmente segrete che ancora non sono note. Ma <strong>nel contesto del 2 Giugno 1946, gli Stati Uniti giocarono apertamente la parte del neo alleato favorendo con una attiva e non disinteressata neutralità, la nascita della Repubblica</strong>.</p><p><a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1945v04/d918">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1945v04/d918</a><br><a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d543">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d543</a><br><a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d528">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d528</a><br><a href="https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1946/06/19/105207323.html?pageNumber=7">https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1946/06/19/105207323.html?pageNumber=7</a><br><a href="https://adst.org/OH%20TOCs/Greene,%20Joseph%20N.toc.pdf">https://adst.org/OH TOCs/Greene, Joseph N.toc.pdf</a><br><a href="https://adst.org/OH%20TOCs/Jones,%20John%20Wesley.toc.pdf">https://adst.org/OH TOCs/Jones, John Wesley.toc.pdf</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[C'è un giudice a New York: un tribunale ferma Donald Trump]]></title><description><![CDATA[<p>Gli osservatori erano in attesa di <strong>vedere se gli anticorpi del sistema istituzionale USA avrebbero funzionato dopo il reinsediamento di Donald Trump</strong>, e si è chiusa una settimana cruciale in questo senso. <strong>La sentenza della Corte per il Commercio Internazionale degli Stati Uniti che ha bloccato gli ordini esecutivi del</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/un-tribunale/</link><guid isPermaLink="false">683ccca5d9a57804c9d98786</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 01 Jun 2025 22:28:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/a-america-new.png" alt="C'è un giudice a New York: un tribunale ferma Donald Trump"><p>Gli osservatori erano in attesa di <strong>vedere se gli anticorpi del sistema istituzionale USA avrebbero funzionato dopo il reinsediamento di Donald Trump</strong>, e si è chiusa una settimana cruciale in questo senso. <strong>La sentenza della Corte per il Commercio Internazionale degli Stati Uniti che ha bloccato gli ordini esecutivi del Presidente in materia di dazi é destinata con ogni probabilità ad entrare nella storia giudiziaria americana</strong>, per diversi motivi. Non da ultimo perché proviene da una Corte a composizione bipartisan ma strettamente tecnica, che ha motivato la sentenza in modo impeccabile e misurato, lasciando poco spazio per contestazioni di merito, essendo basata su principi costituzionali incontestabili. Basta applicarli con i giusti modi e tempi.</p><p><strong>Nel sistema giudiziario americano la Corte per il Commercio Internazionale è competente per le controversie sulle leggi doganali e sul commercio internazionale.</strong> Storicamente la fonte del potere di questa corte, insieme al generale Articolo III della Costituzione degli Stati Uniti sul potere giudiziario, é l'<strong>Articolo I, Sezione 8 </strong>della stessa costituzione, laddove stabilisce che "<strong><em>tutti i dazi, le imposte e le accise devono essere uniformi in tutti gli Stati Uniti</em></strong>". La Corte, pertanto, si occupa di conflitti di giurisdizione tra i tribunali federali e garantisce uniformità nazionale nel processo decisionale giudiziario che riguarda le transazioni commerciali con l'estero. Nel tempo il Congresso ha legiferato più volte in argomento, con il <em>Customs Administrative Act </em>del 1890, riformato fra il 1926 e il 1930 con la creazione della <em>United States Customs Court</em>, che venna resa nel 1930 independente dal Dipartimento del Tesoro, e ricevette nel 1956, il rango di tribunale federale; da ultimo il <em>Customs Courts Act </em>del 1980, tuttora vigente. I nove giudici e il capo della corte sono nominati dal Presidente, con modalità e limiti che evidenziano la specificità e importanza di questo collegio: "<strong><em>Il Presidente nomina, con il parere e il consenso del Senato, nove giudici che costituiranno un tribunale di competenza denominato Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti. Non più di cinque di tali giudici dovranno appartenere allo stesso partito politico. Il tribunale è istituito ai sensi dell'articolo III della Costituzione degli Stati Uniti. Gli uffici della Corte del Commercio Internazionale hanno sede a New York</em></strong>". Singolare sistema quello americano, che previene la man bassa della politica sulla giustizia, affidando ai partiti con equità e per legge la composizione di un collegio giudiziario. Questa impostazione data da quando ancora Donald Trump si occupava di affittare e vendere immobili,  ed è dovuta al ruolo determinante del commercio nella società americana, ed alla grande considerazione per la necessità che gli scambi con l'estero avvengano in modo ordinato ed uniforme, come confermato dalla dignità costituzionale del principio.</p><p><strong>Quella emessa la scorsa settimana non è solo una sentenza restrittiva contro i dazi decisi dal Presidente Trump, ma un richiamo forte e forse definitivo sulla separazione dei poteri e sui limiti dell'autorità presidenziale.</strong> La prevalenza dell'esecutivo è evidente in questo momento, con  un Congresso sotto scacco, un'opposizione che lavora solo per la lontana scadenza elettorale,  i social media manipolabili e i media tradizionali sotto controllo o sotto ricatto. Ma al potere esecutivo sono frapposti limiti strutturali, e Trump aveva sperato che passasse inosservata la palese violazione della Costituzione contenuta negli ordini esecutivi sui dazi. <strong>E' incontestabile che il potere di imporre dazi spetta esclusivamente al Congresso</strong>. La Corte di New York lo ha ricordato in termini piani e oggettivi: "<em>Una delega illimitata di autorità tariffaria costituirebbe una delega impropria di poteri legislativi a un altro ramo del governo</em>". Prevenendo uno degli argomenti portati dall'amministrazione per giustificare il suo operato, la Corte ha anche scritto che anche i "dazi reciproci" secondo il Trade Act del 1974, sono esplicitamente esclusi dall'ambito dei poteri d'emergenza se usati come rimedio a un deficit commerciale. È difficile immaginare che una corte superiore possa ribaltare questa sentenza, e che persino una Corte Suprema politicamente schierata, possa porsi in totale contraddizione con il dettato costituzionale. Secondo<em> Brad W. Setser</em> del <em>Council of Foreign Relations</em>, <strong>l'amministrazione Trump pur avendo fatto ricorso in appello, non si aspetta un ribaltamento della sentenza, ma punta a diversificare la motivazione delle tariffe</strong>, approfittando della complessa normativa. E' infatti teoricamente possibile ricorrere a diverse parti della normativa federale sui dazi: la sezione 232 che fa riferimento alla <strong>sicurezza nazionale </strong>e la sezione 301 che riguarda le <strong>pratiche straniere sleali</strong>. L'espediente dell'invocata sicurezza nazionale non é nuovo, per primo è stato usato da <em>F. D. Roosevelt </em>nel 1937 nel discorso passato alla storia come il "<em>Quarantine speech</em>", che segnò la fine dell'isolazionismo e l'avvio della politica estera interventista di Washington. Ma <strong>questo approccio è particolarmente  confacente alla retorica presidenziale di D. Trump</strong>, che ha già avviato quattordici istruttorie basate su questa sezione, quasi tre volte di più rispetto a qualsiasi altro presidente. Ci sono tre casi per dazi già in vigore (acciaio, alluminio e automobili) e quattro casi in cui non è stata intrapresa alcuna azione (uranio, spugna di titanio, trasformatori e vanadio). Oltre a sette indagini conoscitive: rame, legname, semiconduttori, prodotti farmaceutici, camion, minerali essenziali e motori per aerei commerciali/jet.Per quanto riguarda la sezione 301, <strong>nazioni etichettabili in modo diverso, rivali o quasi alleate come Cina e Vietnam, sono accomunate nella definizione delle pratiche concorrenziali sleali </strong>e rischiano di vedersi applicare i massimi livelli tariffare nei dazi. Ma tutto questo richiede lunghi negoziati, un procedimento amministrativo complicato e pieno di rischi per errori banali, e in ultima analisi nessuna libertà operativa per l'aministrazione. In generale gli alleati - Giappone, Corea, Australia, UE - che teoricamente non possono essere annoverati in queste due categorie, pur senza avere effettivamente baciato alcuna parte del fisico presidenziale, come detto da D. Trump, sono comunque <strong>incentivati a cercare di sottoscrivere accordi commerciali con l'amministrazione Trump, per disinnescare gli effetti negativi della raffica di dazi annunciata ormai un mese fa</strong>.</p><p><strong>Significativa la reazione dei mercati finanziari alla sentenza della corte</strong>: i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi sono aumentati, con i buoni del Tesoro trentennali che hanno superato il 5%. Considerando che il governo USA contava su entrate tariffarie per contribuire a finanziare il bilancio, il minor gettito da dazi potrebbe comportare la necessità di nuove emissioni obbligazionarie per coprire il deficit. E se i rendimenti obbligazionari statunitensi resteranno sui livelli più elevati, finiranno per frenare l'attività economica e la crescita. Senza tralasciare gli effetti sul dollaro, che potrebbe essere indebolito  perché gli operatori avranno ancora la tentazione di diversificare gli investimenti su mercati meno turbolenti e incerti, diventando un generatore di inflazione che potrebbe inibire l'uso di leve monetarie diverse nel prossimo futuro.</p><p><strong>Da quando il 2 aprile scorso il Presidente Trump aveva messo in scena il "Tariffs Liberation Day", con l'intenzione di alleviare la pressione sul debito pubblico americano, non solo le vecchie regole delle relazioni  internazionali  e del commercio internazionale hanno resistito, ma questa sentenza boccia nel merito e nel metodo la presidenza Trump. Questo potrebbe segnare la fine del primo periodo del quadriennio. </strong>L'affannosa strategia di difesa dell'economia americana oieintata al sovranismo, non solo non ha dato alcun risultato positivo, ma finisce arenata sulle secche del rispetto della separazione dei poteri. <strong>Adesso per Donald Trump sarà difficile continuare con lo spettacolo senza soste di ordini esecutivi, spesso inefficaci, mentre non riesce a recuperare un ruolo dominante per gli USA nelle relazioni con i due super competitor Cina e Russia, né ad imporre non la pax americana ma il semplice buon senso ai due protagonisti del massacro medioorientale, Hamas e Israele</strong>. Il tutto mentre l'erario americano fatica a tenere attivo il volano per lo sviluppo economico. Chissà che persino Trump non finisca per rendersi conto che <strong>può trovare una valida sponda nel vecchio e ammuffito alleato, l'Europa</strong>: non solo un mercato da condizionare, ma un partner per ricostruire un sistema internazionale ormai irrimediabilmente intossicato.</p><p><a href="https://www.cit.uscourts.gov/">https://www.cit.uscourts.gov/</a><br><a href="https://www.law.cornell.edu/uscode/text/28/251">https://www.law.cornell.edu/uscode/text/28/251</a><br><a href="https://constitution.congress.gov/constitution">https://constitution.congress.gov/constitution</a><br><a href="https://historyplex.com/meaning-significance-of-roosevelts-quarantine-speech">https://historyplex.com/meaning-significance-of-roosevelts-quarantine-speech</a><br><a href="https://www.cfr.org/expert-brief/relief-and-realism-global-reactions-us-tariff-rulings">https://www.cfr.org/expert-brief/relief-and-realism-global-reactions-us-tariff-rulings</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ancora sui dazi, un giudizio definitivo datato 1936]]></title><description><![CDATA[<p>Secondo un antico detto latino "<em>Nihil dictum est, quod non dictum fuerit prius</em>", e una conferma significativa ci è offerta dal dibattito in corso sul neo protezionismo del Presidente Trump. I difensori, spesso non richiesti, della politica di dazi, oltre  a cercare di trovare improbabili dati a sostegno dell'utilità dei</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/ancora-sui-dazi-un-giudizio-definitivo-datato-1936/</link><guid isPermaLink="false">6820c1f61dccf104daac650b</guid><category><![CDATA[Voci dall'Europa]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 11 May 2025 15:54:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/giretti-2.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/giretti-2.jpg" alt="Ancora sui dazi, un giudizio definitivo datato 1936"><p>Secondo un antico detto latino "<em>Nihil dictum est, quod non dictum fuerit prius</em>", e una conferma significativa ci è offerta dal dibattito in corso sul neo protezionismo del Presidente Trump. I difensori, spesso non richiesti, della politica di dazi, oltre  a cercare di trovare improbabili dati a sostegno dell'utilità dei dazi, cercano il conforto dei testi sacri dell'economia USA, come "<em>The Great Contraction 1929-1933</em>" di <em>Milton Friedman e Anna Jacobson Schwartz</em>, pubblicato nel 1963, originariamente un capitolo del più importante libro della coppia di economisti (<em>A Monetary History of the United States, 1867–1960</em>), poi pubblicato come testo autonomo. In linea con le teorie di Friedman su politica monetaria e necessità del controllo governativo rigido dell'offerta monetaria, <em>Milton e Schwartz </em>in quel libro attribuiscono alla <em>FED </em>colpe gravissime per non avere capito nè affrontato la crisi attraverso la leva monetaria, mentre  al contrario i due monetaristi <strong>minimizzano l'influenza della politica protezionistica dell'amministrazione <em>Hoover </em>sull'esplosione della grande depressione del '29.</strong></p><p>Il fronte opposto è in queste settimane composito e agguerrito, ma una risposta definitiva era forse già stata data nel libro <strong>"Il protezionismo e la crisi" di  Edoardo e Luciano Giretti, </strong>pubblicato da Einaudi nel 1935, e conservato nella mia biblioteca paterna. Edorardo Giretti é stato un economista della scuola di Torino che per tutta la vita accademica e politica aveva avversato il protezionismo. Il nipote Luciano, diplomatico con una formazione da economista, entrò a Palazzo Chigi, allora sede del Ministero degli Affari Esteri, nel 1936, ottenendo poi incarichi a Lipsia e Berlino fra il 1941 e il 1944, riuscendo ad evitare l'epurazione che colpì altri colleghi di quelle sedi come l'indimenticato Giangaleazzo Bettoni, e fu assegnato negli anni cinquanta e sessanta a sedi multilaterali come le Nazioni Unite a New York, la C.E.C.A.,  l’O.C.S.E a Parigi, terminando la carriera come Direttore dell’Istituto Diplomatico.</p><p>Nel testo pubblicato in pieno ventennio fascista, si respira la poca aria liberale che ci si poteva permettere a Torino fra la casa di Luigi Einaudi e la neonata casa editrice del figlio Giulio, ancora domiciliata in via Arivescovado. Frasi come "<em>il mito dell'autarchia nazionale è impossibile senza tornare alla barbarie primitiva</em>" hanno certamente contribuito alle numerose incursioni dell'OVRA negli uffici Einaudi. Che resistette grazie agli interventi del babbo, ma anche per il rigore scientifico della produzione editoriale, che in questo caso si riverbera nella <strong>completezza con cui sono presentati tutti gli elementi che avevano fatto dell'ondata protezionista del primo Novecento una delle cause della Prima Guerra Mondiale, e che secondo gli autori avrebbero per sempre fatto del protezionismo una sciagura per un'economia di mercato nell'Occidente capitalista.</strong></p><p><strong>La prima parte del libro è dedicata a "<em>La guerra e le cause della reazione protezionistica</em>"</strong>: partendo dalla descrizione del protezionismo agrario e manifatturiero di fine Ottocento, si descrive il risorgere del mito nazionalista, accompagnato dagli interessi convergenti di burocrazia, casta militare e gruppi finanziari e industriali. Nell'Europa degli anni Venti anche per gli errori economici e politici dei Trattati di Pace, ebbero successo <strong>programmi protezionistici nati all'interno delle economie di guerra e resi permanenti forzando le normali leggi economiche</strong>. Il nuovo sistema doganale, riflesso in Italia nella legge doganale del 1921, ebbe come primo effetto l'inflazione monetaria, e la nascita di un sistema di scambi bilanciati sotto il controllo governativo. Tutto il mondo dovette adeguarsi alla tendenza del momento, persino l'allora leader mondiale, l'Impero Britannico, che nella <em>mperial Economic Conference</em> di <em>Ottawa </em>del 1932 abbandonò il libero scambio nell'area del <em>Commonwealth</em>. </p><p><strong>Nella seconda parte gli autori si soffermano sulle  "<em>illusioni del protezionismo</em>" nella teoria generale dell'economia capitalista occidentale, osservando come il protezionismo sia una tendenza costante in momenti di stagnazione economica</strong>, che si porta dietro dazi, controllo dei cambi e quote ristrette per gli scambi in valuta. Il problema, secondo i Giretti, è che il libero scambio e la facilitazione del commercio internazionale, che caratterizzano i cicli positivi dell'economia, vengono impediti dalle politiche protezioniste, divenendo fattori di squilibrio in quanto causano contrazione della produzione e dei livelli di occupazione. Secondo la tesi degli autori, <strong>l'autarchia nazionalista corrisponde ad un impossibile ritorno ad un passato economico cancellato, ed è particolarmente dannosa per paesi che dispongano di limitate risorse naturali </strong>o di scarse competenze tecnologiche  e scientifiche. Qualcuno dovrebbe consigliare ai corifei della politica trumpiana di oggi la lettura del capitolo sulla "<em>superstizione della bilancia commerciale</em>" e sulla inutilità del bilateralismo commerciale, che oggi appare il credo invincibile dell'ex immobiliarista fattosi re.</p><p><strong>Tocca a chi di economia sia veramente esperto giudicare la perennità di queste idee</strong>, che al profano sembra ben argomentata da Edoardo e Luciano Giretti. Che non a caso avvertono, all'inizio del capitolo sesto, che <strong>il protezionismo prospera in particolare quando c'è l'illusione di una ricchezza infinita slegata dal concetto basilare di produzione e marginalità</strong>. Per i Giretti, la fine delle illusioni porta inevitabilmente alla rovina di quanti "<em>credevano di essersi arricchiti misurando i loro averi con un metro monetario accorciato</em>".  E altrettanto inevitabilmente <strong>il diffondersi del protezionimo  conduce a scenari di guerra per la dinamica perversa del binomio nazionalismo-protezionismo</strong>. Speriamo che l'Occidente riesca a sfuggire a questa spirale.</p><p><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/edoardo-giretti_(Dizionario-Biografico)/">https://www.treccani.it/enciclopedia/edoardo-giretti_(Dizionario-Biografico)/</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Checks and balance, nella storia Trump non è il primo ad attaccarli]]></title><description><![CDATA[<p>All'epoca della redazione della Costituzione degli Stati Uniti, <strong>i Padri Fondatori si sforzarono di concepire un sistema di governo che avesse forza sufficiente per governare, senza rischi per le libertà dei governati. </strong>Riuscirono nell'intento usando la teoria, proveniente dalla tradizione della filosofia politica europea, da <em>Aristotele a Montesquieu</em>, della separazione</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/checks-and-balance-trump-non-e-il-primo-ad-attaccarli/</link><guid isPermaLink="false">6820b9f11dccf104daac63bc</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 11 May 2025 15:53:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-2.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-2.png" alt="Checks and balance, nella storia Trump non è il primo ad attaccarli"><p>All'epoca della redazione della Costituzione degli Stati Uniti, <strong>i Padri Fondatori si sforzarono di concepire un sistema di governo che avesse forza sufficiente per governare, senza rischi per le libertà dei governati. </strong>Riuscirono nell'intento usando la teoria, proveniente dalla tradizione della filosofia politica europea, da <em>Aristotele a Montesquieu</em>, della separazione dei poteri, che è alla base del testo costituzionale, senza essere apertamente citata. A renderla concreta stanno la separazione del governo in tre rami (legislativo, esecutivo, giudiziario), il principio per cui ogni ramo ha funzioni specifiche e identificabili, e il divieto per qualunque cittadino di essere membro di più di un ramo contemporaneamente. Il corollario più importante di questo teorema sta nell'attribuzione al Congresso del potere di dichiarare guerra mentre al presidente é conferita l'autorità di condurla. <strong>Il fondamento sta negli articoli I e II della Costituzione, </strong>che definiscono le responsabilità dei tre rami, e ne definiscono  i limiti concretamente</p><ol><li><strong>Emendamenti alla Costituzione</strong>: il Congresso può approvare gli emendamenti costituzionali, e controllare le decisioni della Corte Suprema ;</li><li><strong><em>Impeachment</em></strong>: il Congresso ha il potere di mettere sotto accusa i membri del potere esecutivo e giudiziario;</li><li><strong>Revisione giudiziaria</strong>: il potere giudiziario può dichiarare incostituzionali leggi o azioni presidenziali, per contro il Presidente nomina i giudici del sistema giudiziario federale e della Corte Suprema, previa approvazione del Senato;</li><li><strong>Potere di pace e guerra</strong>: il Presidente è il comandante in capo delle forze armate, ma il Congresso deve votare per dichiarare guerra e approvare i finanziamenti militari. Il Presidente stipula i trattati di pace, ma il Senato deve approvarli con un voto a maggioranza dei due terzi;</li><li><strong>Nomina dei funzionari</strong>: il presidente nomina i funzionari federali, ma il Senato deve confermare tali nomine;</li><li><strong>Approvazione delle leggi</strong>: al Congresso, Camera dei Rappresentanti e  Senato devono approvare le leggi nella stessa forma affinché diventi legge federale;</li><li><strong>Potere di veto</strong>: quando il Congresso approva un disegno di legge, il presidente può bloccarlo opponendo il veto; tuttavia, il Congresso può annullare il veto presidenziale con un voto a maggioranza dei due terzi.</li></ol><p>Sin dal primo studio sistematico del sistema politico americano, il celeberrimo "<em>La democrazia in America" di A. de Tocqueville, </em>gli osservatori europei hanno trovato parole di ammirazione per il sistema di bilanciamento del potere nella Costituzione americana. Tocqueville constatava che "<strong>la sovranità negli Stati Uniti è divisa fra l'Unione e gli Stati, con "il potere esecutivo limitato ed eccezionale, come la sovranità in nome della quale agisce" </strong>al punto che "<em>il governo centrale si occupa solo di un piccolo numero di oggetti</em>". </p><p>L'acuta ed enciclopedica analisi del nobiluomo francese ha ormai quasi due secoli, e il tempo passato ha messo alla prova le acute valutazioni del 1835. L'agenzia Associated Press, che continua encomiabilmente il suo lavoro benché messa sotto attacco dalla Casa Bianca a causa della sua indipendenza dall'esecutivo, ha censito <strong>i principali momenti di crisi e conflitto istituzionale sul principio dei contrappesi nel sistema costituzionale americano;</strong> i lettori abituali del blog ritroveranno diversi episodi già narrati che qui sono ripresi in modo articolato:</p><p><strong>1801 Jefferson e la sentenza Marbury</strong><br>Le basi della teoria furono completate quando il neo presidente <em>Thomas Jefferson </em>impose al suo Segretario di Stato <em>James Madison </em>di considerare come nulle e non esistenti le nomine fatte all'ultimo minuto dal suo predecessore <em>John Adams</em>. <em>William Marbury</em>, un giudice di pace nominato da <em>Adams</em>, chiese alla Corte Suprema di obbligare <em>Jefferson e Madison</em> a rispettare le decisioni di <em>Adams</em>, e <em>il Chief Justice John Marshall </em>firmò la sentenza che avviava la prassi secondo cui alla Corte suprema spetta il primato nell'interpretazione degli atti del Congresso, e delle azioni dell'esecutivo.</p><p><strong>1824  Jackson e la First National Bank                                                                 </strong>Il dibattito fra sostenitori di una banca centrale (federale) contro quelli delle banche statali era iniziato quando il primo presidente <em>George Washington </em>aveva istituito la <em>First Bank of the United States </em>nel 1791. I Padri Fondatori si divisero fra i  federalisti di <em>Alexander Hamilton</em>, e gli anti federalisti di <em>Jefferson e Madison</em>. Nel 1832 il Presidente <em>Andrew Jackson</em>, populista ed anti federalista, dopo una lunga battaglia parlamentare mise il veto contro la legge che istituiva estendeva lo statuto della banca, e nel Congresso non si formò la maggioranza dei due terzi richiesta dalla Costituzione per superare il veto. Era la prima battaglia formale fra esecutivo e legislativo.</p><p><strong>1860 Lincoln e il giusto processo<br></strong>Il Presidente <em>Abraham Lincoln </em>durante la Guerra Civile aveva sospeso l'habeas corpus, sostenendo che si trattava di una "<em>necessità pubblica</em>" per proteggere l'Unione. <em>Roger Taney</em>, giudice distrettuale della Corte Suprema, dichiarò la sospensione illegale, ma osservò di non avere il potere di far rispettare la sentenza. Il Congresso alla fine si schierò con Lincoln approvando una legge retroattiva. E la Corte Suprema appoggiò la tesi del presidente secondo cui la carica comportava poteri intrinseci in tempo di guerra non espressamente previsti dalla Costituzione o da una legge del Congresso. Almeno formalmente i ruoli istituzionali erano stati rispettati.</p><p><strong>1864 Johnson contro il Congresso<br></strong>Dopo la Guerra Civile e l'assassinio di <em>Lincoln</em>, i Repubblicani al Congresso volevano sanzioni per gli stati che si erano separati e i loro leader. Proponenvano anche rigidi programmi di Ricostruzione che includevano il diritto di voto generalizzato e favorivano gli ex schiavi. Le norme promulgate da <em>A</em>. <em>Johnson</em>, democratico e originario del <em>Tennessee</em>, tendevano a limitare queste aperture, ma il Congresso, attraverso il proprio potere di decidere gli stanziamenti necessari, modificò le intenzioni presidenziali, istituendo il <em>Freedmen's Bureau </em>per assistere gli afroamericani appena liberati.</p><p><strong>1883 Spoils system vs. Civil service                                                                         </strong>Il Congresso votò il <em>Pendleton Civil Service Reform Act</em>, inteso a  riservare l'assegnazione di incarichi pubblici tramite esami anziché scelte politiche sinetizzate nella formula dello "<em>spoil system</em>". Importante corollario del teorema, era che il funzionario pubblico nominato a seguito di concorso non poteva essere licenziato dal governo se non per gravi motivi o "<em>impeachment</em>". Da allora il Congresso ha sempre aggiunto nuove aree riservate al servizio pubblico per concorso, proprio una prassi che D. Trump ha attaccato promuovendo la riclassificazione dei dipendenti pubblici, e l'ampliamento dell'area della discrezionalità dell'esecutivo tanto per i reclutamenti che per i licenziamenti. .</p><p><strong>1919 Wilson e il Congresso fra SdN e Trattati di Pace<br></strong>Il presidente <em>Woodrow Wilson</em>, accademico per formazione e moralista per vocazione, alla fine della Prima Guerra Mondiale, sostenne l'internazionalismo e la creazione della Società delle Nazioni. Al Congresso si scatenò una battaglia violenta, condotta dal repubblicano <em>Henry Cabot Lodge</em>, Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, che portò ad un'approvazione condizionata dei Trattati. Non avendo il Senato approvato con la maggioranza dei due terzi, il Trattato di Pace non venne ratificato e gli Stati Uniti restarono fuori dalla Società delle Nazioni.</p><p><strong>1936 FDR e il "court packing"<br></strong>Franklin D. Roosevelt affrontò la Grande Depressione con ingenti programmi federali e aggressive misure regolamentari, con il concorso della maggioranza democratica del Congresso. La Corte Suprema composta da una maggioranza di giudici nominati negli anni venti da presidenti repubblicani abrogò alcune leggi del New Deal, giudicandole al di fuori del potere del Congresso. Per molto tempo Roosevelt pensò di risolvere il conflitto chiedendo una riforma costituzionale che ampliasse il numero dei compenenti Corte, e dopo alcuni drammatici contrasti anche con i leader democratici al Congresso, raccontati per esteso da <em>A. M. Schlesinger jr </em>nel secondo volume de "<em>The age of Roosevelt</em>", abbandonò l'idea concentrandosi sulla rielezione che ottenne nel 1936.</p><p><strong>1941 FDR ed i limiti del mandato presidenziale<br></strong><em>Roosevelt </em>ignorò la regola non scritta, stabilita da <em>Washington</em>, secondo cui un presidente non può eletto più di due volte. Nominato una prima volta nel 1932 e confermato nel 1936, si presentò nuovamente agli elettori nel 1940, a guerra iniziata in Europa, e ancora nel 1944, dopo che gli USA erano entrati nella Guerra resa mondiale dall'attacco a <em>Pearl Harbour</em>, ottenendo un quarto mandato che la morte gli impedì di conlcudere. La volontà di Roosevelt, per qanto premiata dall'elettorato, aveva creato un forte malumore nella classe politica anche nelle fila del partito democratico, così che una coalizione bipartisan promosse il 22° Emendamento, che esplicitamente vieta la doppia rielezione. Promulgato il 21 03 1947 e definitivamente approvato a seguito della ratifica degli Stati il 27 02 1951, l'emendamento ha blindato la regola dei due mandati, perché secondo i costituzionalisti la formulazione dell'emendamento è un insuperabile ostacolo contro qualsiasi eventuale velleità di violazione del principio.</p><p><strong>1974 Nixon e il Watergate<br></strong>I legami tra i collaboratori del Presidente <em>Richard Nixon </em>e l'irruzione nella sede del Partito Democratico, nel <em>Watergate Building</em>, durante la campagna elettorale del 1972, vennero resi pubblici dai cronisti del Washington Post, <em> Carl Bernestein e Bob Woodward</em>. Nell'estate del 1974, l'episodio divenne la base per una procedura congressuale di <em>impeachment </em>contro il presidente <em>Nixon</em>. Giudicando sul ricorso di <em>Nixon</em>, la Corte Suprema si pronunciò all'unanimità contro Nixon, sostenendo che il privilegio esecutivo non gli permetteva di rifiutare di consegnare le registrazioni di conversazioni private nello Studio Ovale, che costituivano potenziali prove nel prcedimento. </p><p><strong>1975 Vietnam: la fine di una guerra non dichiarata<br></strong>Per quasi quindici anni fra il 1961 e il 1974 tre diversi presidenti, <em>John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson e Richard M. Nixon,  </em>autorizzarono il coinvolgimento militare degli Stati Uniti nel Vietnam, considerando il Sud-est asiatico il fronte della Guerra Fredda. Ma il Congresso non aveva dichiarato nè mai dichiarò guerra al Vietnam, come avrebbe imposto il rispetto del dettato costituzionale. Nel 1973, auspice il Presidente <em>Nixon</em>, un accordo diplomatico aveva stabilito la fine del conflitto e il progressivo disimpegno delle truppe americane. Nei successivi due anni il Congresso ridusse parzialmente i finanziamenti al governo del Vietnam del Sud, rivendicando il diritto-dovere del controllo congressuale sugli stanziamenti necessari per la realizzazione dell'agenda militare e di politica estera del presidente.</p><p><strong>2012 Obama e Affordable Care Act<br></strong>Con <em>B. Obama </em>alla Casa Bianca, il Congresso controllato dal Partito Democratico e approvò la riorganizzazione e l'ampliamento del sistema sanitario nazionale. L'<em>Affordable Care Act</em>, fra l'altro prevedeva l'obbligare per gli Stati di ampliare il programma di assicurazione pubblica <em>Medicaid </em>che copre i cittadini a basso reddito. La Corte Suprema stabilì nel 2012 che il Congresso e il presidente Barack Obama, pur nell'esercizio del loro ruolo, non erano autorizzati dalla Costituzione a forzare gli Stati ad eseguire la legge limitando come forma punitiva l'erogazione di fondi federali stanziati per altri capitoli. Allo stesso tempo la Corte riconobbe la costituzionalità della legge, che è tuttora in vigore.</p><p><strong>Attarverso duecento anni di conflitti la Costituzione è rimasta sostanzialmente applicata e i tre poteri continuano a confrontarsi in una dinamica che sembra perversa nei momenti di crisi, ma che evidenzia la tenuta del principio della separazione dei poteri e del sistema di reciproci vincoli e controlli</strong>. Benché non ci sia mai stato alla Casa Bianca un inquilino poco abituato al rispetto della legge come l'attuale, sembra che il sistema sia in grado resistere. L'importante è non confondere le aspirazioni con la realtà.</p><p><a href="https://billofrightsinstitute.org/essays/separation-of-powers-with-checks-and-balances">https://billofrightsinstitute.org/essays/separation-of-powers-with-checks-and-balances</a><br><a href="https://apnews.com/article/checks-balances-trump-american-democracy-constitution-979b5d303442cfa90fb0771fa177cb95?user_email=f5f0d3f43fe792f204017e0322797a51d211d65a85831de17d7da4d7384580e0&amp;utm_medium=Morning_Wire&amp;utm_source=Sailthru_AP&amp;utm_campaign=MorningWire_Sun_May4_2025&amp;utm_term=Morning%20Wire%20Subscribers">https://apnews.com/article/checks-balances-trump-american-democracy-constitution-979b5d303442cfa90fb0771fa177cb95?</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'industria assicurativa USA nella seconda era di D. Trump]]></title><description><![CDATA[<p><strong>Il settore assicurativo americano aveva grandi aspettative dopo l'elezione di D. Trump alla presidenza</strong>. Oltre al generale favore per le imprese, si prevedeva un approccio meno stringente in materia di regolamentazione, e un governo federale meno ostruzionistico in materia fiscale e monetaria. Fra i primi interventi esecutivi di Trump <strong>gli</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/lindustria-assicurativa-usa-nella-seconda-era-di-d-trump/</link><guid isPermaLink="false">6820bfac1dccf104daac64b0</guid><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 11 May 2025 15:52:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-3.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-3.png" alt="L'industria assicurativa USA nella seconda era di D. Trump"><p><strong>Il settore assicurativo americano aveva grandi aspettative dopo l'elezione di D. Trump alla presidenza</strong>. Oltre al generale favore per le imprese, si prevedeva un approccio meno stringente in materia di regolamentazione, e un governo federale meno ostruzionistico in materia fiscale e monetaria. Fra i primi interventi esecutivi di Trump <strong>gli assicuratori hanno beneficiato indirettamente dei tagli dei finaziamenti ai programmi assicurativi pubblici <em>Medicaid</em></strong>, che hanno difatto ridotto la copertura dell'assistenza sanitaria pubblica a vantaggio di quella privata.  Inoltre è iniziata una forte revisione della politica federale in materia di antitrust, che potrebbe favorire processi di concentrazione in settori decisivi per l'industria assicurativa USA, come la tecnologia e la sanità. Nel quadriennio di Biden il governo aveva bloccato un numero record di accordi, con un'applicazione aggressiva delle leggi e dei principi antitrust esistenti e l'emanazione di rigide normative sulla concorrenza. Nel luglio 2021, l'opposizione del Dipartimento di Giustizia ha <strong>portato <em>Aon e Willis Towers Watson </em>a rinunciare alla fusione </strong>18 mesi dopo l'annuncio dell'accordo, cancellando un'operazione che avrebbe creato un colosso dell'intermediazione assicurativa con un fatturato di 20 miliardi di dollari e 95.000 dipendenti.</p><p>Fra le linee guida del governo <em>Trump </em>c'è poi la delimitazione dei poteri delle agenzie federali, in parte già svuotate dai tagli della Commissione <em>DOGE </em>guidata da E. Musk. Tra esse anche il <strong><em>Federal Insurance Office </em>(FIO), che è stato creato all'indomani della crisi finanziaria del 2009, senza poteri regolamentari, ma con la dichiarata intenzione di coordinare gli enti regolatori statali</strong>. Se si guarda ad esempio al settore delle coperture assicurative dipendenti dai cambiamenti climatici, è chiaro che la politica negazionista di Trump in materia porterà ad un ridimensionamento del settore. Le aziende assicurative si stanno inoltre adeguando alla nuova narrativa generale che interrompe la recente tradizione progressista su razza, parità e questioni sociali. Ad esempio, la rimozione da parte della FDA targata Trump delle linee guida del 2024 sulla diversità negli studi clinici, a seguito dell'ordine esecutivo presidenziale che vieta i programmi DEI (Diversity, Equity, and Inclusion), mette a repentaglio il completamento degli studi clinici in corso, e ne complica l'utilizzo in chiave statistica da parte dell'industria assicurativa.</p><p>Ma <strong>le previsioni degli addetti ai lavori assicurativi risentono dell'effetto combinato delle diverse politiche dell'amministrazione: </strong>l'estrema imprevedibilità di Trump è di per sè un problema per imprese che sono regolate da analisi matematiche che hanno negli imprevisti e nel fattore tempo le maggiori variabili. La prima massiccia ondata di norme protezioniste, con l'imposizione di dazi elevati, continua a tenere alta l'inflazione, limitando gli scambi commerciali, e determinando una situazione economica incerta. Resta l'attesa per tagli alle tasse e alle prestazioni del sistema del welfare, che potrebbero creare nuove opportunità per il settore assicurativo, ma non nel breve periodo.</p><p><strong>Gli assicuratori sono inoltre preoccupati per quella che definiscono "inflazione sociale", ossia l'aumento del costo dei risarcimenti a causa di un diffuso risentimento alimentato dalla crecente incultura populista</strong>, che prende di mira le <em>élite</em>, comprese le grandi imprese. Uno degli esiti meno controllabili e l'attegiamento dei giudici, che per quanto in larga parte conservatori, finiscono per adeguare le loro decisioni alle necessità elettorali, alimentando l'aumento strutturale dei costi dei risarcimenti.</p><p><strong>La politica generale del governo è determinante per il settore assicurativo anche in chiave di investimenti, visto che le compagnie di assicurazione sulla vita investono 8.000 miliardi di dollari nell'economia americana</strong>. Secondo l'associazione fra le imprese di assicurazione sulla vita USA, le principali linee di investimento dell'industria assicurativa sono:<br># <strong>fondi pensione</strong>: sotto forma di rendite che alleviano le spese previdenziali nel tempo, mentre la più grande ondata di Baby Boomer va in pensione.<br># <strong>sostegno alle famiglie</strong>: protezione dai rischi finanziari derivanti da infortuni, malattie o perdite.<br># <strong>supporto alle piccole imprese</strong>: le compagnie di assicurazione sulla vita forniscono a quasi un quarto delle piccole imprese piani assicurativi vita, garantendo loro la sicurezza finanziaria necessaria per la crescita nel tempo.</p><p><strong>E' poi imminente una scadenza decisiva nel campo della protezione della salute mentale: il 12 maggio l'amministrazione Trump dovrà decidere se confermare le normative approvate da J. Biden che mirano a garantire la parità di trattamento in materia di salute mentale. </strong> Si tratta del principio secondo cui le compagnie assicurative debbano coprire i trattamenti per le malattie mentali e le dipendenze in modo analogo ai trattamenti fisici per patologie come il cancro o l'ipertensione.<br>Sebbene una legge federale sulla parità di trattamento sia in vigore dal 2008, la salute mentale è stata ammessa al finanziamento delle cure solo nel settembre 2024. Successivamente nel gennaio 2025,  <strong><em>ERISA Industry Committee </em></strong>, <strong>un'associazione di categoria che rappresenta circa 100 grosse imprese, ha citato in giudizio il governo federale, sostenendo che le nuove normative oltrepassavano i limiti della potestà governativa, e avrebbero aumentato i costi riducendo la qualità dell'assistenza. </strong>Secondo un sondaggio su scala nazionale del 2023, ad oltre 6 milioni di adulti con disturbi mentali è stato rifiutato il pagamento dei trattamenti.</p><p><strong>L'amministrazione Trump dà quindi segnali in chiaroscuro all'industria assicurativa americana, le cui prospettive non sono migliori degli altri settori dell'economia USA.</strong></p><p><a href="https://www.ajmc.com/view/health-policy-in-flux-trump-administration-updates">https://www.ajmc.com/view/health-policy-in-flux-trump-administration-updates</a><br><a href="https://www.slipcase.com/view/insider-us-in-full-what-would-trump-ii-mean-for-the-insurance-industry">https://www.slipcase.com/view/insider-us-in-full-what-would-trump-ii-mean-for-the-insurance-industry</a><br><a href="https://www.cbsnews.com/news/trump-administration-mental-health-care-coverage/">https://www.cbsnews.com/news/trump-administration-mental-health-care-coverage/</a></p>]]></content:encoded></item></channel></rss>