<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[Euramerica]]></title><description><![CDATA[Per chi voglia cercare di capire dove vanno Europa ed America.]]></description><link>http://www.euramerica.it/</link><image><url>http://www.euramerica.it/favicon.png</url><title>Euramerica</title><link>http://www.euramerica.it/</link></image><generator>Ghost 3.37</generator><lastBuildDate>Fri, 20 Feb 2026 10:56:43 GMT</lastBuildDate><atom:link href="http://www.euramerica.it/rss/" rel="self" type="application/rss+xml"/><ttl>60</ttl><item><title><![CDATA[Groenlandia e Stati Uniti: una prospettiva storica recente]]></title><description><![CDATA[<p>L'inopinato interesse manifestato dal Presidente D. Trump per l'acquisto della Groenlandia dalla Danimarca ha diviso l'opinione pubblica fra strani sovranisti e apparenti indipendentisti. Il primo punto in discussione è l'<strong>effettiva importanza strategica della Groenlandia</strong> : per alcuni si tratta di un falso problema perché il il controllo USA delle rotte</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/groenlandia-e-stati-uniti-una-prospettiva-storica-recente/</link><guid isPermaLink="false">6974bb135201721bc2e6be09</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 24 Jan 2026 18:26:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new.png" alt="Groenlandia e Stati Uniti: una prospettiva storica recente"><p>L'inopinato interesse manifestato dal Presidente D. Trump per l'acquisto della Groenlandia dalla Danimarca ha diviso l'opinione pubblica fra strani sovranisti e apparenti indipendentisti. Il primo punto in discussione è l'<strong>effettiva importanza strategica della Groenlandia</strong> : per alcuni si tratta di un falso problema perché il il controllo USA delle rotte artiche è assicurato dall'esercito americano (cartina qui sotto), con la base di <em>Dutch Harbor </em>nelle Aleutine, supportata direttamente da <em>Anchorage </em>in Alaska. Per la narrazione del governo americano invece, senza un controllo diretto della Groenlandia, Russia e Cina avrebbero spalancata la porta per un attacco militare. Lasciamo agli esperti di questa materia valutare questi argomenti, e con quali armi e con quali eserciti si combatterebbe una guerra sul suolo Artico nell'epoca dei droni e dei missili.</p><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/rotte-groenlandia.png" class="kg-image" alt="Groenlandia e Stati Uniti: una prospettiva storica recente" srcset="http://www.euramerica.it/content/images/size/w600/2026/01/rotte-groenlandia.png 600w, http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/rotte-groenlandia.png 640w"></figure><p>Sembra interessante ricordare <strong>i due precedenti momenti in cui si manifestò l'interesse americano per la Groenlandia: il primo nel 1941, al momento del coinvolgimento USA nella Seconda Guerra Mondiale</strong>, quando gli Stati Uniti istituirono un consolato a Nuuk in accordo con il governo danese. Le indicazioni del Presidente F. D. Roosevelt partirono dall'esigenza umanitaria di sostenere la popolazione della Groenlandia, che dipendeva interamente dalla Danimarca per i rifornimenti. A queste si unirono considerazioni strategiche: il suolo della Groenlandia offriva le uniche miniere commerciali di criolite al mondo, allora essenziali per la produzione di alluminio. Inoltre in quell'epoca lontana dagli attuali strumenti tecnologici, dalla Groenlandia arrivavao dati meteorologici essenziali per le previsioni meteo sull'Europa occidentale, cruciali dal punto di vista militare, come emerse chiaramente in occasione dello sbarco in Normandia. Il punto di arrivo fu l'<strong>accordo sulla difesa della Groenlandia, firmato a Washington il 9 aprile 1941</strong>, da Henrik Kauffmann, inviato del Regno di Danimarca, e Cordell Hull, Segretario di Stato di Roosevelt.</p><p>Ci fu quindi un periodo intermedio, nel quale durante la Guerra Fredda sarebbe stata cementata l'intesa stabilita nel periodo bellico. Come risultato <strong>la Groenlandia, come altre isole atlantiche, venne inclusa nella strategia NATO</strong> come potenziale trampolino di lancio per un eventuale nuovo afflusso di forze americane in Europa.</p><p>Il <strong>secondo momento importante ebbe il culmine nel 2001, quando gli Stati Uniti avviarono una trattativa con Danimarca e Groenlandia per la sistemazione delle basi USA sul suolo danese.</strong> L'accordo tripartito fu negoziato nel 2001 dall'ambasciatrice <strong><em>A. Elizabeth (Beth) Jones</em></strong>, che in 35 anni di carriera raggiunse il grado di Segretario Aggiunto per l'Europa e l'Eurasia (2001-2005 e 2012-2014), dopo essere stata in missione in Kazakistan (1995 - 1998) e Vice Capo Missione a Bonn e Islamabad.</p><p>Il racconto completo che l'Ambasciatrice Jones ha fatto del negoziato con la Groenlandia (link in calce pag. 172-174), dimostra che <strong>anche un'amministrazione che basava la sua politica estera sulla messianica missione di esportare la propria visione della democrazia, poteva rispettare autonomia e sovranità dei suoi interlocutori</strong>. Per <em>Colin Powell</em>,  Segretario di Stato nel governo di <em>G. W. Bush</em>, era essenziale installare un sistema missilistico antibalistico a Thule, dopo l'uscita dal Trattato ABM, già comunicata agli alleati, al fine di contrastare quella che era ritenuta la politica aggressiva del primo governo Putin, e diede incarico all'Ambasciatrice di ottenere l'assenso di Danimarca e Groenlandia. </p><p>Non tenera con le Nazioni europee (<em>gli europei erano sorprendentemente inconsapevoli ...perché erano concentrati su se stessi e sul loro allargamento</em>),<br><strong>l'Ambasciatrice negoziò su basi paritarie con i governi di  Groenlandia e Danimarca. Sia da parte americana che da parte europea vi fu pieno rispetto dell'autonomia speciale della Groenlandia stessa,</strong> trovando un'intesa diplomatica senza ricorrere a minacce di intervento militare. Le parole dell'ambasciatrice sono chiare: "<em>Fu un negoziato interessante con i danesi. Non coinvolse né la NATO né l'UE. Fu un negoziato bilaterale che coinvolse i groenlandesi, interessati a contropartite in cambio dell'autorizzazione a continuare a utilizzare la base di Thule per questi missili. Ho trascorso molto tempo a negoziare con i danesi ..., così come J.D. Crouch (nota: all'epoca "national security adviser"</em>)<em>, perché c'era anche un aspetto militare nel negoziato. Alla fine, abbiamo finalmente raggiunto l'accordo e convinsi il Segretario Powell ad andare in Groenlandia</em>". Questo episodio mostra che<strong> solo 25 anni fa gli  Stati Uniti si dimostrarono capaci di perseguire un obbiettivo strategico essenziale per la sicurezza americana, nel rispetto della sovranità degli altri paesi.</strong></p><p>La politica estera di Washington è stata variamente giudicata nel tempo, e certamente quando anche la Presidenza Trump sarà materia solo per i libri di storia, sarà evidente come le diverse anime degli Stati Uniti si sono fronteggiate con metodi opposti anche sui ghiacci della Groenlandia.</p><p><a href="https://2009-2017.state.gov/r/pa/ei/biog/209038.htm">https://2009-2017.state.gov/r/pa/ei/biog/209038.htm</a><br><a href="https://adst.org/OH%20TOCs/Jones.Elizabeth.Part2.pdf?mc_cid=1b2326bb36&amp;mc_eid=294439da7d">https://adst.org/OH TOCs/Jones.Elizabeth.Part2.pdf?mc_cid=1b2326bb36&amp;mc_eid=294439da7d</a></p><p>Cordell Hull - Memorie di pace e di guerra - Ed. It. Rizzoli 1949</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il controllo della FED è essenziale per il futuro di Donald Trump]]></title><description><![CDATA[<p>Le elezioni di <em>mid term </em>portano da sempre <strong>il rischio per il Presidente degli Stati Uniti di dover passare il secondo biennio del mandato sotto la tutela di un Congresso controllato dal partito di opposizione</strong>, in quella che oltre Oceano viene chiamata la posizione dell'anatra zoppa. Per Donald Trump la</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/il-controllo-della-fed-e-vitale-per-il-presidente-trump/</link><guid isPermaLink="false">6974c1a45201721bc2e6be83</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 24 Jan 2026 18:22:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new-1.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/a-america-new-1.png" alt="Il controllo della FED è essenziale per il futuro di Donald Trump"><p>Le elezioni di <em>mid term </em>portano da sempre <strong>il rischio per il Presidente degli Stati Uniti di dover passare il secondo biennio del mandato sotto la tutela di un Congresso controllato dal partito di opposizione</strong>, in quella che oltre Oceano viene chiamata la posizione dell'anatra zoppa. Per Donald Trump la situazione è diversa, dopo che per 12 mesi ha agito oltre i limiti costituzionali, guerreggiando con i cittadini nei tribunali, vendicandosi dei nemici politici e limitando la libertà degli stati governati dal Partito Democratico.</p><p>Le azioni del governo federale sono state talmente eccessive e ben oltre i poteri costituzionalmente previsti, che <strong>una maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti potrebbe verosimilmente agire per l'impeachment di Trump</strong>, che ha dovuto già subire la procedura due volte al termine del primo mandato, sempre salvato dal Partito Repubblicano. Perciò per il Presidente in carica vincere, o almeno limitare i danni nelle elezioni del prossimo novembre diventa un imperativo. Non bastano le <strong>iniziative in corso da mesi negli stati controllati dai repubblicani per condizionare il voto, cambiando il disegno dei distretti elettorali </strong>al fine di neutralizzare il voto democratico, con l'appoggio partigiano offerto dalla Corte Suprema. <strong>L'argomento principe delle elezioni americane, specie quelle per il Congresso, è l'economia. </strong>Non ci siamo dimenticati nel 2024 il lungo dibattito sul prezzo delle uova che danneggiò il partito del Presidente uscente. Di qui <strong>l'offensiva finale per il controllo della banca centrale americana, la FED, il cui Presidente Jerome Powell è tutto meno che un pericoloso liberal</strong>, ma non obbedisce alle necessità dell'ondivaga politica dell'attuale amministrazione.</p><p>La scorsa settimana Powell è stato messo sotto inchiesta dal Dipartimento di Giustizia per i costi di ristrutturazione dell'edificio principale della banca a Washington, oggetto già di un aspro battibecco in diretta TV fra i due personaggi lo scorso 25 luglio 2025, che apparvero in pubblico muniti di casco protettivo per evitare i colpi proibiti. Trump ha ripetutamente chiesto pubblicamente a Powell di abbassare i tassi per dare fiato all'economia americana, cosa che è stata fatta recentemente ma con grande prudenza e moderazione. Ma <strong>ancor più dei tassi, il governo è disturbato dall'insieme dell'azione di analisi e informazioni della FED che periodicamente mette sotto accusa i risultati pratici della politica economica </strong>e monetaria di Trump.</p><p>La FED pubblica un rapporto che è la sintesi delle osservazione sulle condizioni economiche fatte dagli analisti in ognuno dei 12 distretti della Federal Reserve (<em>Boston - New York - Philadelphia - Cleveland - Richmond - Atlanta - Chicago - St. Louis - Minneapolis - Kansas City - Dallas - San Francisco</em>). Devo alla cortesia dell'avv. Giancarlo Rizzi la segnalazione dell'ultimo rapporto, comunemente noto come <strong>Beige Book</strong>, In esso gli osservatori delle Federal Reserve Bank regionali raccolgono informazioni sullo stato dell'economia reale nel proprio distretto.<strong> Il quadro che emerge dal Beige Book appena pubblicato indica elementi di preoccupazione comune dalla costa ovest a quella est: instabilità, effetto negativo dei dazi, rialzo generalizzato dei prezzi, e difficoltà nelle linee di approvvigionamento </strong>sono i principali indicatori comuni ai 12 rapporti.</p><p>Una situazione che descrive un'economia in rallentamento e senza prospettive, tale da poter spaventare gli elettori e indurli a mandare un segnale forte alla destra repubblicana. Segnale che come detto, però, potrebbe avere come conseguenza la messa in stato d'accusa del Presidente, che non può sperare in un terzo mandato senza ulteriori forzature della Costituzione, ma è già pronto a consolarsi con l'astronomica somma che gli ha sin qui fruttato la Presidenza (1,5 miliardi di dollari) secondo l'inchiesta del NYT.</p><p><strong>Il fronte favorevole a Trump risponde con informazioni tendenti a tranquillizzare gli elettori</strong>: Goldman Sach ha pubblicato un rapporto di segno opposto a quello della FED. Per la banca d'affari le prospettive macroeconomiche per il 2026 sarebbero: crescita solida, posti di lavoro stagnanti, prezzi stabili. Una crescita del 2,8%  contro le previsioni del 2.5%, indicherebbero la buona salute dell'economia americana, grazie a tagli fiscali e buon mercato finanziario.</p><p><strong>Il fronte democratico sta iniziando l'attacco,</strong> non solo con la preparazione di battaglie elettorali serrate su tutti i seggi in bilico, ma schierando i grossi calibri della cultura. Per il 17 febbraio è annunciata l'uscita di <strong>un saggio di <em>Cass Sunstein</em> sull'equilibrio dei poteri, che sin dalla copertina a stelle e strisce, </strong>propoposta diretta contro la cultura del progetto MAGA, in nome dei valori fondativi americani. Il professore di Harvard, era stato a capo della task force che nell'amministrazione Biden fu incaricata di mettere mano alla struttura burocratica, con metodi ed obbiettivi totalmente opposti a quelli che quattro anni dopo sono stati perseguiti da Elon Musk.</p><p>Saranno dieci mesi interessanti.</p><p><a href="https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/publications/beige-book-default.htm">https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/publications/beige-book-default.htm</a><br><a href="https://www.whitehouse.gov/videos/president-trump-tours-the-federal-reserve/">https://www.whitehouse.gov/videos/president-trump-tours-the-federal-reserve/</a><br><a href="https://www.nytimes.com/interactive/2026/01/20/opinion/editorials/trump-wealth-crypto-graft.html">https://www.nytimes.com/interactive/2026/01/20/opinion/editorials/trump-wealth-crypto-graft.html</a>?<br><a href="https://www.goldmansachs.com/insights/goldman-sachs-research/macro-outlook-2026-sturdy-growth-stagnant-jobs-stable-prices">https://www.goldmansachs.com/insights/goldman-sachs-research/macro-outlook-2026-sturdy-growth-stagnant-jobs-stable-prices</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[C'è una luce possibile, nel buio del mondo in tempesta]]></title><description><![CDATA[<p>Dopo un anno vissuto sotto la cappa dei conflitti armati in Medio Oriente ed Ucraina, <strong>l'intervento militare americano in Venezuela sembra segnare un altro passo nella regressione verso un mondo basato sulla violenza delle armi e sul diniego del diritto</strong>. Occorre cercare di guardare oltre le immagini propagandate e cogliere</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/ce-luce-possibile/</link><guid isPermaLink="false">695992ac5201721bc2e6bd81</guid><category><![CDATA[Euramerica]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 03 Jan 2026 22:39:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/ue-usa.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2026/01/ue-usa.jpg" alt="C'è una luce possibile, nel buio del mondo in tempesta"><p>Dopo un anno vissuto sotto la cappa dei conflitti armati in Medio Oriente ed Ucraina, <strong>l'intervento militare americano in Venezuela sembra segnare un altro passo nella regressione verso un mondo basato sulla violenza delle armi e sul diniego del diritto</strong>. Occorre cercare di guardare oltre le immagini propagandate e cogliere i fondamenti delle relazioni del potere internazionale. Così benché il governo americano sembri ripiegare su un controllo ferreo del proprio emisfero lasciando al loro destino i tradizionali alleati europei, dobbiamo constatare che sistema economico e sistema internazionale permangono invariati. Infatti, <strong>né l'ondivaga politica dei dazi di Trump ha cambiato i fondamentali dell'economia occidentale, né la nuova dottrina strategica quelli della difesa degli interessi globali degli Stati Uniti</strong>, che divergono radicalmente da quelli cinesi e russi. I fondamentali della società occidentale, nell'economia e nella strategia così come nella cultura, restano talmente omogenei sulle due sponde dell'Atlantico, da indurci a ritenere transitoria e poco realistica la forma di relazione atlantica delineata in modo più propagandistico che razionale da D. Trump.</p><p>Siamo Europa, anzi lo siamo sempre di più, malgrado il pronto bacio della pantofola americana di G. Meloni dopo l'arresto di <em>N. Maduro</em>. Lo siamo di più anche per il rinnovato fervore con cui i nazionalisti nostrani stanno profittando dei benfici comunitari, dopo il "<em>Quantitative easing</em>" di M. Draghi, il PNRR della commissione di <em>U. Von der Layen</em>. Ma, pantofole a parte, <strong>l'Europa vede con crescente preoccupazione la politica aggressiva della Russia di V. Putin, e continua quindi a poter contare entro la NATO sull'alleanza americana</strong>. Che non verrà meno, perchè non è mutato l'intresse USA per un mondo equilibrato. O se vogliamo essere prosaici, perché l'economia americana nella competizione con quella cinese non può fare a meno del mercato europeo.</p><p>Per cercare di farsi un'idea di prima mano in questo momento buio, suggerisco ancora di ripartire dalla <strong>comunicazione diretta che ci hanno rivolto i due massimi dirigenti politici: Vladimir Putin </strong>nell'intervista all'ex trumpiano <em>Tucker Carlson</em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=hYfByTcY49k">https://www.youtube.com/watch?v=hYfByTcY49k</a>) e <strong>Donald Trump </strong>nell'intervista rilasciata poche settimane fa a Dasha Burns di Politico.com (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=rVV1tbNZf_A">https://www.youtube.com/watch?v=rVV1tbNZf_A</a>).</p><p>Numerose sono le possibili interpretazioni della politica di <em>V. Putin</em>, come dimostrato dalla immediata divisione nostrana, fra ghibellini antiputiniani e guelfi antiamericani. Ma <strong>per restare ai fatti la Russia di Putin ha invaso l'Ucraina, e questo ci riguarda come europei </strong>perché la propaganda e la disinformazione di vario segno non sono riuscite a nascondere il vero interrogativo aperto dall'azione putiniana: chi e cosa può fermare V. Putin? Ieri la Russia ha attaccato l'Ucraina in base a svariate motivazioni storiche e strategiche, illustrate da Putin nell'intervista. Al fondo perché la Russia di oggi afferma di non poter sostenere la minaccia di un alleato della NATO ai suoi confini. Ma <strong>comunque finirà questa guerra, ci sarà ancora un confine fra Russia ed Europa</strong>. Questo significa che l'Europa dovrebbe sottostare alla stessa minaccia che ha portato alla "<em>operazione militare speciale</em>". Fino a quando? E un'Europa di nuovo instabile quale profitto porterebbe all'economia americana nella vera sfida del secolo, contro il colosso cinese?</p><p>L'intervista di <em>D. Trump</em>, uomo politico che si è affidato all'immagine ed alla parola per costruire il consenso, forse non ha svelato nulla di nuovo. Ma, accanto alla ribadita inclinazione dell'ex tycoon per la speculazione immobiliare - a Gaza come in Crimea - ha confermato che <strong>le forze ultra conservatrici di  cui Trump si è fatto catalizzatore hanno l'ossessione dell'immigrazione e del sorpasso fra immigrati e nativi</strong>. <em>D. Trump </em>ha infatti accusato l'Europa di lasciarsi invadere, arrivando ad indicare come responsabili di ciò vari leader fra cui il sindaco di Londra <em>Sir Sadiq Khan</em>, e confermato di voler continuare nell'azione repressiva contro l'immigrazione in patria. Ma <strong>finché non verrà cancellata dalla base della Statua della Libertà l'iscrizione dovuta a <em>Emma Lazarus </em>che definisce la libertà "<em>mother of exiles</em>", gli Stati Uniti resteranno quello che la loro incancellabile storia ha fatto: una nazione di immigrati basata sulla libertà</strong>. Una nazione che sulla libertà e sulla democrazia ha costruito una comunità che ha dato un contributo innegabile al progresso della civiltà umana. Insieme a innegabili storture e passaggi a vuoto, che non alterano il ruolo complessivo degli Stati Uniti nella storia mondiale degli ultimi secoli.</p><p>Il potere di <em>D. Trump</em> è stato acquisito con una elezione legittima, sebbene fortemente condizionata dall'autocrazia digitale. Nel corso di questi undici mesi questo <strong>potere è stato gestito senza alcun rispetto dei limiti imposti dalla legge, americana o internazionale che sia</strong>. Che si tratti di deportare senza il previsto passaggio per l'ordinamento giudiziario dei poveracci immigrati negli Stati Uniti, di mettersi in tasca un campo da golf per arricchire il proprio patrimonio personale o di arrestare e tradurre sul suolo americano un capo di stato fattosi dittatore, le regole vigenti sono state costantemente ignorate dall'amministrazione <em>Trump</em>. Il suo potere è rapidamente passato, con riferimento alla classica tripartizione di <em>Max Weber</em>, dall'approccio razionale a quello carismatico, non senza segni di un'aspirazione al tradizionale, come evidenziato dalla auto intitolazione al Presidente in carica del Kennedy Center di Washington. Di fatto è innegabile che <strong>il Presidente degli Stati Uniti opera al di fuori della dinamica costituzionale</strong>, senza il confronto ed il controllo del potere legislativo, e semplicemente ignorando e vanificando ogni pronuncia giurisdizionale che gli sia sfavorevole.</p><p>Si potrebbe temere che sia l'inizio di una deriva intesa a portare gli Stati Uniti al di fuori del tradizionale campo democratico che ha retto l'occidente negli ultimi due secoli. Ma così non sarà, per <strong>la solidità delle istituzioni democratiche americane e per la responsabilità di quella parte, invero consistente, della classe dirigente </strong>nazionale e dei detentori del potere economico, poco inclini a spingersi sulla strada dell'instabilità e dell'avventurismo politico-militare, da sempre estranei alla cultura americana.</p><p>L'estrema destra conservatrice che ha sin qui ispirato <em>D. Trump </em>dovrà ben presto fronteggiare l'inquietudine della maggioranza degli americani per quello che molti non esitano a definire un cambio di regime e non solo di strategia. Ma per quanto i <em>think tank </em>nazionalisti possano produrre con grande efficienza ricette anti democratiche e programmi di governo autoritari, <strong>come resta inciso nel marmo della Statua della Libertà la frase di Emma Lazarus, così è connaturata alla società americana l'idea di libertà</strong>. Si tratta certamente di un'ora oscura per la libertà negli Stati Uniti e altrove in Occidente, ma come ha scritto più recentemente un'altra poetessa, <em>Amanda Gorman</em> "<strong><em>there is always a light, if only we are brave enough to see it. If only we are brave enough to be it</em></strong>". C'è una luce di democrazia nel futuro dell'Occidente, se solo saremo abbastanza coraggiosi da vederla, e abbastanza coraggiosi da realizzarla.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[USA: violenza e democrazia, un binomio impossibile e inscindibile]]></title><description><![CDATA[<p>Nel <em>Federalist </em>n. 10, <em>James Madison </em>scrisse: "<strong>La libertà sta alla fazione come l'aria sta al fuoco</strong>", ossia, proprio come il fuoco ha bisogno dell'aria per esistere, ma per suo mezzo porta distruzione, le fazioni, intese come gruppi di cittadini con interessi divergenti entro la comunità, hanno bisogno della libertà</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/violenza-e-democrazia-un-binomio-impossibile/</link><guid isPermaLink="false">68cdce63d9a57804c9d98a26</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 22:17:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new-1.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new-1.png" alt="USA: violenza e democrazia, un binomio impossibile e inscindibile"><p>Nel <em>Federalist </em>n. 10, <em>James Madison </em>scrisse: "<strong>La libertà sta alla fazione come l'aria sta al fuoco</strong>", ossia, proprio come il fuoco ha bisogno dell'aria per esistere, ma per suo mezzo porta distruzione, le fazioni, intese come gruppi di cittadini con interessi divergenti entro la comunità, hanno bisogno della libertà per esistere, ma rischiano di compromettere l'equilibrio del sistema. La crescita incontrollata di tali divergenze, infatti, può trasformarsi in una forza davvero distruttiva. <em>Madison </em>non intendeva certo sostenere che eliminare la libertà sia la soluzione, come togliendo l'aria al fuoco lo si circoscrive più facilmente. Più pragmaticamente <strong><em>Madison</em> sosteneva che la struttura di una grande democrazia, così come delineata nella Costituzione americana, sarebbe stata un argine sufficiente per tenere sotto controllo gli eccessi delle fazioni</strong>, costringendole a trovare compromessi per arrivare al bene comune. <em>Wishful thinking </em>? Gli anni di <em>Donald Trump </em>sembrano mettere alla prova questa versione della democrazia americana.</p><p>Negli ultimi giorni, l<strong>e polemiche scatenate oltre Oceano, con appendici un pò ridicole anche da noi, dopo l'assassinio di <em>Charles Kirk</em></strong>, si situano proprio all'interno di questo antico dibattito. Da un lato gli attacchi degli alleati di <em>Kirk</em>, con in testa il Presidente <em>D. Trump</em>, che forte del suo potere minaccia di limitare la libertà di parola garantita dalla Costituzione, colpendo chiunque non sia allineato all'esaltazione della figura del giovane e controverso attivista ucciso. Dopo avere silenziato alcuni studi legali colpevoli di avere difeso terze parti ostili al cittadino Trump, si intensificano le azioni contro la libera stampa, con  la causa miliardaria contro il NYT che segue quelle contro <em>George Slopadopoulos/ABC/Disney</em>, e <em>Sixty Minutes/CBS/Paramount</em>. Si moltiplicano i casi di giornalisti sospesi dai loro editori non per avere violato qualche codice deontologico più o meno ufficiale, ma per <strong>il timore che un servizio sgradito alla Casa Bianca scateni una vendetta contro l'editore stesso</strong>. Il recentissimo caso <em>Kimmel</em> è sintomatico in questo senso: anche il conduttore dipende da Disney, che non può irritare l'aamministrazione mentre attende l'approvazione per l'acquisizione di <em>NFL Network </em>da parte di <em>ESPN</em>. Il favore dell'amministrazione <em>Trump </em>è troppo importante per invischiarsi in discussioni sottili sulle colpe degli uni e degli altri. Infatti, <strong>il fronte opposto a quello controllato dal Presidente, vede numerosi commentatori sostenere che la doverosa condanna dell'assassinio di <em>Kirk</em> deve essere estesa ad ogni altra di violenza politica</strong>. Da questo lato dello schieramento politico, si sottolinea che nessuna solidarietà era stata espressa da Donald Trump e dai suoi alleati all'allora Presidente della Camera Nancy Pelosi, quando un invasato tenò di ucciderne il marito. Nè ci fu lutto nazionale per l'omicidio del deputato del Minnesota, Melissa Hortman, appena tre mesi fa, il 14 giugno 2025. Inoltre c'è chi come <em>Stacey Patton</em>, giornalista e docente alla  <em>Morgan State University</em>, non ha esitato a ricordare come proprio <em>Kirk </em>soleva dire che gli omicidi in politica sono il prezzo della libertà. E invita non dimenticare che <strong>il modus operandi di Turning Point USA, il movimento fondato da <em>Kirk</em>, consiste nel creare liste di proscrizione di professori liberal, additarli al disprezzo dei militanti di destra che si scatenano sui social con minacce di morte e attacchi coordinati che hanno reso la vita impossibile a centinaia di docenti.</strong></p><p>Tutto ciò evidenzia <strong>tre costanti della politica, così come della società americana: la retorica iperbolica, lo stile paronoico, la violenza</strong>.</p><p>Come ha recentemente sostenuto <em>Scott Menchin </em>su <em>Compact</em>, <strong>la retorica iperbolica è una regolarità nella vita politica americana, che spiega, come nell'esempio di Madison, le ondate di violenza esattamente come la presenza di ossigeno spiega lo scoppio di un incendio</strong>. Questa forma estrema di comunicazione politica trova fondamento nel Primo Emendamento alla Costituzione USA, e nella giurisprudenza derivata che ha definito il limite fra eccessi argomentativi e diffamazione. La Corte Suprema ha ripetutamente affermato che <strong>le parole per quanto spinte, non sono diffamazione, garantendo protezione anche alla retorica più accesa ed emotiva in nome della libertà di parola </strong>in una società libera (<em>Greenbelt Cooperative Pub. Ass'n vs Bresler 1970 - Letter Carriers vs Austin 1974 - Milkovich vs Lorain Journal Co.  </em>1989). La Corte ha persino ritenuto degno della protezione costituzionale uno studente che in una manifestazione contro la leva all'epoca della guerra in VietNam, aveva auspicato la morte del Presidente <em>R. M. Nixon</em>, considerandola solo un'iperbole politica, non una concreta minaccia di morte per il presidente (<em>Watts vs United States </em>1969). Sarebbe forse auspicabile una sia pur parziale revisione della dottrina, alla luce del progresso, se di progresso si tratta, nella comunicazione digitale che amplifica alla velocità della luce ogni piccolo rumore rendendolo un boato.</p><p><strong>Lo stile paranoico, è la definizione ormai classica coniata nel 1952 dallo storico Richard Hofstadter, per indicare come il ruolo delle minoranze dominanti, l'astio esagerato verso l'avversario nutrito dalle diverse parti classe politica, e il cospirazionismo, finiscono per snaturare, avvelenandolo, il dibattito democratico.</strong> Già su questo blog sono stati indicati i precedenti, come la presunta cospirazione dell’Ordine degli illuminati, all'inizio del XIX secolo, il primo movimento populista alla metà dello stesso secolo, la ferita mai completamete guarita della Guerra di Secessione. Così come nel Novecento la campagna di odio contro gli emigrati negli anni Venti e poi contro i ricchi all'epoca della Grande Depressione, per finire con il filone, variegato e continuamente emergente, della lotta al comunismo interno, vero o presunto, dal maccartismo ai giorni nostri. <strong>Tutti gli schieramenti sono toccati da questa degenerazione della politica, che coincide con una visione manichea che oscura le argomentazioni e inibisce qualunque compomesso</strong>, spinge uomini e donne sempre meno informati e preparati al loro ruolo, a utilizzare solo forme autoritarie, giustificate dalla demonizzazione dell'avversario.</p><p><strong>Quanto alla violenza vera e propria, tutti ricordano i quattro Presidenti americani uccisi durante il loro mandato</strong>: <em>Abraham Lincoln </em>(1865), <em>James A. Garfield </em>(1881), <em>William McKinley </em>(1901), e <em>John F. Kennedy </em>(1963). Ma si tratta della classica punta dell'iceberg. Come ha scritto <em>Enrica Perucchietti su L'Indipendente </em>"<strong><em>la violenza politica  (negli USA) non é un’eccezione, ma la regola: è un sintomo di una malattia endemica, il simbolo di una costante che nessuna legge sul porto d’armi potrà mai curare. Perché la vera “arma letale” è la cultura della violenza che permea ogni livello dell’America profonda ed è connaturata con le sue origini</em></strong>". La conferma più chiara di questo assioma è data proprio da una delle figure chiave dell'attuale amministrazione e prbabilmente anche del futuro di <em>Washington</em>: nel libro che lo ha consacrato quale leader della destra radicale, il vice presidente <em>James David Vance </em>ha chiarito come per lui così come <strong>per moltissimi americani la propria violenza è sempre giustificata e legittima, mentre quella altrui è volta a volta espressione di fascismo o comunismo e comunque va combattuta dalla società e repressa dal governo</strong>. E questo rappresenta non un rischio eventuale, ma <strong>una minaccia attuale in una nazione di oltre 200 milioni di abitanti in cui circolano, secondo le approssimazioni più accreditate, 500 milioni di armi, fra pistole fucili di ogni genere</strong>.</p><p><a href="https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/il-federalismo-nella-storia-del-pensiero/581-james-madison-il-federalista-n10">https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/il-federalismo-nella-storia-del-pensiero/581-james-madison-il-federalista-n10</a><br><a href="https://firstamendment.mtsu.edu/article/watts-v-united-states/">https://firstamendment.mtsu.edu/article/watts-v-united-states/</a><br>Richard Hofstadter, The Paranoid Style in American Politics,  Harper's Magazine,<br>per una sintesi del libro, peraltro disponibile in libreria in edizione italiana, vedere<br><a href="https://www.elzevir.it/saggistica/richard-hofstadter-e-lo-stile-paranoide-della-politica-americana/">https://www.elzevir.it/saggistica/richard-hofstadter-e-lo-stile-paranoide-della-politica-americana/</a><br><a href="https://www.lindipendente.online/2025/06/16/lomicidio-di-melissa-hortman-e-la-violenza-politica-negli-stati-uniti/">https://www.lindipendente.online/2025/06/16/lomicidio-di-melissa-hortman-e-la-violenza-politica-negli-stati-uniti/</a><br><a href="https://abcnews.go.com/Politics/charlie-kirk-shooting-timeline-recent-political-violence-america/story?id=125473910">https://abcnews.go.com/Politics/charlie-kirk-shooting-timeline-recent-political-violence-america/story?id=125473910</a><br><a href="https://www.thebanner.com/education/higher-education/charlie-kirk-maryland-professors-watchlist">https://www.thebanner.com/education/higher-education/charlie-kirk-maryland-professors-watchlist</a><br><a href="https://www.consumershield.com/articles/how-many-guns-us">https://www.consumershield.com/articles/how-many-guns-us</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Stati Uniti e vaccini, due secoli di politica sanitaria bipartisan]]></title><description><![CDATA[<p><strong>La storia dell'azione di Presidenti e governi americani contro le malattie e per l'etensione delle vaccinazioni di massa </strong>è durata oltre 200 anni. Fino all'odierna controversa politica voluta dall'attuale Ministro per la Salute, Robert Kennedy jr, che invece cavalca nuove teorie sulla dannosità dei vaccini, contro il parere della quasi</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/stati-uniti-e-vaccini-due-secoli-di-politiche-virtuose-bipartisan/</link><guid isPermaLink="false">68cdc7e2d9a57804c9d98927</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 22:14:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/09/a-america-new.png" alt="Stati Uniti e vaccini, due secoli di politica sanitaria bipartisan"><p><strong>La storia dell'azione di Presidenti e governi americani contro le malattie e per l'etensione delle vaccinazioni di massa </strong>è durata oltre 200 anni. Fino all'odierna controversa politica voluta dall'attuale Ministro per la Salute, Robert Kennedy jr, che invece cavalca nuove teorie sulla dannosità dei vaccini, contro il parere della quasi totalità della comunità scientifica. <strong>Può essere interessante ripercrrere questa storia</strong>.</p><p><strong>1800 <em>Thomas Jefferson</em> </strong>già da privato cittadino aveva introdotto in Virginia la sperimentazione del vaccino per il vaiolo, importando il metodo sviluppato dell'inglese Edward Jenner, che per primo dalla pubblicazione nel 1798 del suo studio "<em>An inquiry into the causes and effects of the variolae vaccinae</em>" aveva indicato la strada della vaccinazione, e per primo aveva subito gli attacchi violenti di quanti a quell'innovazione erano contrari. <em>Jefferson </em>aveva dapprima rappresentato, come avvocato, alcuni medici che avevano praticato vaccinazioni, poi da presidente si impegnò per la diffusione dei metodi di prevenzione.<strong> Incaricò il dr. <em>Benjamin Waterhouse</em>, dell'organizzazione di quelle che ancora non era una campagna vaccinale, e autorizzò personalmente l'utilizzo di un nuovo vaccino (<em>kinepox</em>).</strong> Nel 1803 incaricò  <em>Meriwether Lewis </em>di portare una scorta di dosi di vaccino in quella che é oggi nota come la spedizione di <em>Lewis e Clark</em>, per farlo conoscere alle popolazioni più lontane dell'unione. Ai nostri tempi la crescente Black Radical Culture ha finito per sminuire il valore dei tentativi di Jefferson, a causa dell'uso che il Presidente fece dei suoi schiavi come cavie umane.</p><p><strong>1813 James Madison </strong>durante la sua presidenza (1809-1817) fece approvare il "Vaccine Act", noto anche come "<em>Act to Encourage Vaccination</em>", in assoluto <strong>la prima normativa federale della storia americana in materia sanitaria</strong>. Madison <strong>creò un ufficio federale </strong>con un solo addetto, con l'incarico di predisporre le scorte di vaccino contro il vaiolo, e distribuirlo a livello nazionale. La pratica della vaccinazione non era diffusa presso la classe medica dell'epoca, e malgrado i buoni risultati nel 1822 la campagna vaccinale causò diverse vittime. Il responsabile, <em>James Smith</em>, venne rimosso, e in seguito venne abrogata la stessa legge. All'epoca mancava la necessaria la fiducia del pubblico nella vaccinazione in una cultura americana largamente diffidente nei confronti delle competenze mediche. </p><p><strong>1934 Franklin D. Roosevelt</strong> sin dall'inizio del suo mandato, diede impulso alla diffusione delle vaccinazioni, anche per la sua drammatica esperienza, avendo contratto la poliomielite nel 1921, all' età di 39 anni. Dapprima nell'ambito dell'annuale Ballo del Compleanno Presidenziali, poi con la costituzione della <strong><em>National Foundation for Infantile Paralysis </em></strong>(3 gennaio 1938), Roosevelt spinse per la costituzione di un gruppo di ricercatori che si occupassero di vaccini. La National Foundation, poi ribattezzata "<em>March of dimes</em>", si occupava di una serie di progetti all'epoca avveniristici: nel 1941, fornì i fondi per sviluppare un polmone d'acciaio che superava ogni precedente modello, e si occupò della prevenzione delle malformazioni congenite e di ridurre la mortalità infantile. Nel dopoguerra il personale della fondazione includeva Jonas Salk e Albert B. Sabin e nel 1949, proprio il Dr. Salk diresse la ricerca per il vaccino contro la poliomielite, che venne rilasciato nel 1955, prima che anche Sabin arrivasse per altra via allo stesso risultato.</p><p><strong>1955 Dwight Eisenhower, </strong>repubblicano, proseguì l'opera dei suoi predecessori democratici, impegnando le <strong>risorse del governo federale per coinvolgere gli stati nella distribuzione e somministrazione del vaccino</strong>, con un finanziamento di 30 milioni di dollari (oltre 300 milioni di dollari di oggi). Il nuovo sistema organizzò una campagna informativa rivolta ai genitori per spiegare come il governo intendeva proteggere i loro figli. La campagna ebbe un'appendice importante quando alcuni ritardi nella produzione del vaccino provocarono problemi nella consegna del vaccino, e il Presidente intervenne in prima persona per rassicurare gli americani.</p><p><strong>1965 Lyndon Johnson </strong>lanciò un'iniziativa globale a guida americana per eradicare il vaiolo in 18 nazioni dell'Africa occidentale, affidando l'incarico operativo alla delegazione USA presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra. La premessa di questo impegno era che <strong>benché il vaiolo fosse ormai sconfitto negli Stati Uniti e in altri paesi avanzati, la diffusione del morbo in Asia, Africa e in alcune parti dell'America Latina, poneva gravi limiti alla sicurezza sanitaria in tutto il mondo</strong>. C'erano due motivazioni politiche convergenti a spingere Johnson: mettere in risalto il fatto che nella società americana (la <em>Great Society</em>) il rischio della malattia era stato quasi del tutto scongiurato grazie alla vaccinazione. Supportare la creazione di un sistema multipolare di relazioni internazionali di cui gli Stati Uniti intendevano porsi come guida del consesso delle nazioni, e non a caso era stato scelta un'agenzia ONU come veicolo per l'azione di prevenzione sanitaria.</p><p><strong>1977 James E. Carter, </strong>durante il suo unico mandato, avviò la <em>National Childhood Immunization Initiative </em>con l'<strong>obiettivo di portare la copertura vaccinale infantile al 90% della popolazione interessata</strong>. L'obiettivo venne superato arrivando al 95%, con un particolare impegno per eliminare ogni barriera, normativa-economica-sociale, che limitasse l'accesso del più alto numero possibile di americani ai servizi sanitari. La moglie del presidente, Rosalynn, sua ispiratrice e sonitrice, fu tra i promotori dell'associazione <em>Vaccinate Your Family</em>, che ha raccolto per anni fondi per sostenere le campagne vaccinali negli Stati Uniti.</p><p><strong>1986 Ronald Reagan</strong>, durante il primo dei suoi due mandati, fece approvare dal Congresso con voto bipartisan il <em>National Vaccine Injury Compensation Program</em>. In quegli anni era scoppiato il problema della responsabilità professionale di medici e case farmaceutiche, che venivano regolarmente chiamate in tribunale per rispondere civilmente dei danni per i casi di incidente medico. Reagan stanziò 67 milioni di dollari all'anno, introducendo anche un modesto "ticket" per ogni vaccinazione (da 10 centesimi a 1,50 dollari).  Le associazioni di medici, le case farmaceutiche, ottennero <strong>un sistema di responsabilità limitata (no-fault) </strong>e la creazione di una giurisdizione speciale per giudicare le richieste di danni punitivi. Gli eventuali danneggiati avrebbero potuto aderire ad una procedura di mediazione prima di intentare causa, restando liberi di ricorrere alle corti ordinarie in caso di mancato accordo.</p><p><strong>1991 George H. W. Bush</strong>, approvò un piano di vaccinazione per ridurre i casi di morbillo, finanziato con 40 milioni di dollari aggiuntivi rispetto al programma di immunizzazione standard, rivolto in particolare alle comunità in cui il bisogno era maggiore. Il piano comprendeva <strong>per la prima volta partnership con organizzazioni non profit e del settore privato </strong>per facilitare la capillare diffusione delle informazioni sulle vaccinazioni. La sensibilità di Bush non arrivò a includere nei programmi anche il finanziamento per ottenere un vaccino per il morbo HIV, che in quegli anni era particolarmente letale.</p><p>1993 Bill Clinton dopo soli 24 giorni del suo primo mandato (1993 - 2001) annunciò un'<strong>iniziativa globale per l'immunizzazione infantile,</strong> destinando 300 milioni di dollari per l'anno fiscale 1992 per rafforzare l'infrastruttura nazionale destinata alle vaccinazioni, con <strong>significativi aumenti previsti in termini di personale, formazione, e per la realizzazione di un nuovo sistema nazionale di monitoraggio delle vaccinazioni</strong>. In collaborazione con le principali commissioni del Congresso, l'Amministrazione Clinton ottenne di aumentare la distribuzione gratuita agli operatori sanitari che assistono bambini iscritti al programma Medicaid.</p><p><strong>2002 George W. Bush</strong>, alle prese con la lotta al terrorismo dopo l'attacco all'America del 11 settembre 2001, dovette impegnare la sua amministrazione nella difesa dei <strong>militari e funzionari che in patria e soprattutto all'estero rischiavano di venire a contatto con foclai infettivi per malattie come il vaiolo, ormai debellate in patria</strong>. Bush stesso il 21 dicembre 2002 si fece vaccinare pubblicamente per dimostrare la sicurezza dei vaccini.</p><p><strong>2010 Barak Obama resterà nella storia per </strong>la legge più importante della sua amministrazione <em>l'<strong>Affordable Care Act</strong></em><strong>. </strong>Fra degli obbiettivi più importanti della legge erano l'<strong>inclusione di tutti gli americani nei programmi di prevenzione sanitaria e la riduzione dei costi dell'assistenza stessa</strong>. L'inclusione delle vaccinazioni di base nella categoria della prevenzione rappresentò un nuvo stimolo per massimizzare la diffusione della vaccinazione di massa. I nuovi piani sanitari approvati nell'ambito del <em>Affordable Care Act</em> finirono con l'<strong>includere tutti i vaccini raccomandati dal Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione, dalle vaccinazioni di routine per l'infanzia alle vaccinazioni periodiche antitetaniche per gli adulti</strong>.</p><p><strong>2020 tre ex Presidenti, Bill Clinton, George W. Bush e Barak Obama</strong>, fecero un appello congiunto bipartisan per chiamare gli americani alla vaccinazione di massa, mentre la pandemia da Covid 19 aveva già fatto oltre 200.000 vittime negli USA, e la prima amministrazione Trump ancora non aveva preso misure a livello nazionale.</p><p><strong>A fronte di 210 anni di politiche virtuose bipartisan in materia di vaccini, da T. Jefferson a B. Obama, l'attuale negazionismo in materia ostentato dal Ministro della Salute John F. Kennedy jr, sembra estraneo alla tradizione americana, frutto di una volontà politica distorta</strong>, non in grado di cambiare la storia, ma solo di produrre danni nel breve periodo.</p><p><a href="https://www.cdc.gov/vaccines/hcp/vis/downloads/vis-history.pdf">https://www.cdc.gov/vaccines/hcp/vis/downloads/vis-history.pdf</a><br><a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK225580/">https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK225580/</a><br><a href="https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-childhood-immunization-initiative-and-exchange-with-reporters">https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-childhood-immunization-initiative-and-exchange-with-reporters</a><br><a href="https://www.govinfo.gov/content/pkg/PPP-1991-book1/html/PPP-1991-book1-doc-pg648.htm">https://www.govinfo.gov/content/pkg/PPP-1991-book1/html/PPP-1991-book1-doc-pg648.htm</a><br><a href="https://www.cms.gov/cciio/resources/fact-sheets-and-faqs/preventive-care-background">https://www.cms.gov/cciio/resources/fact-sheets-and-faqs/preventive-care-background</a><br><a href="https://edition.cnn.com/2020/12/02/politics/obama-vaccine">https://edition.cnn.com/2020/12/02/politics/obama-vaccine</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cento anni dal "monkey trial": in Tennessee, Bibbia contro Scienza]]></title><description><![CDATA[<p>Nel marzo del 1925, i<strong>l Tennessee divenne il primo degli stati dell'Unione a vietare l'insegnamento della teoria dell'evoluzione nelle scuole pubbliche</strong>, provocando reazioni in tutti gli Stati Uniti e una delle battaglie legali più famose della storia americana.</p><p><strong>La teoria dell'evoluzione di <em>Charles Darwin</em> aveva trovato grandissimo seguito e</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/cento-anni-fa-il-monkey-trial-bibbia-contro-scienza/</link><guid isPermaLink="false">68691a21d9a57804c9d98875</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 05 Jul 2025 13:02:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/a-america-new.png" alt="Cento anni dal "monkey trial": in Tennessee, Bibbia contro Scienza"><p>Nel marzo del 1925, i<strong>l Tennessee divenne il primo degli stati dell'Unione a vietare l'insegnamento della teoria dell'evoluzione nelle scuole pubbliche</strong>, provocando reazioni in tutti gli Stati Uniti e una delle battaglie legali più famose della storia americana.</p><p><strong>La teoria dell'evoluzione di <em>Charles Darwin</em> aveva trovato grandissimo seguito e feroce opposizione in tutto il mondo, dopo la pubblicazione  de <em>L'origine delle specie</em>,</strong> nel novembre 1859. La visione religiosa e quella scientifica dell'uomo e del mondo sembravano inconciliabili, e il dibattito era vivace e continuo, ma nemmeno la stessa Chiesa Cattolica aveva emesso una condanna completa per i seguaci di Darwin. Una contestazione verrà inserita nell’enciclica di Pio XII <em>Humani generis </em>(1950), ma con grande rispetto per il progresso scientifico, come sintetizzato nel 2009 dalla Pontificia Università Gregoriana : "<em>Si assiste a confusioni strumentali tra teologia e scienza che provocano, da una parte, un evoluzionismo metafisico antireligioso e, dall'altra, estremizzazioni fondamentaliste</em>".</p><p>Un esempio di queste estremizzazioni si ebbe con l'<strong>approvazione da parte dello stato del Tennessee della legge nota come <em>Butler Act</em></strong> (in appendice il link all'atto originale), dal nome del proponente <em>John W. Butler</em>. Presentata il 21 gennaio 1925 e approvata a larga maggioranza (Camera 71 a 6, Senato del Tennessee  24 a 6), la legge <strong>proibiva in modo inequivocabile l'insegnamento della teoria dell'evoluzione </strong> in qualsiasi scuola pubblica dello Stato: "<em>Sarà illegale per qualsiasi insegnante di qualsiasi università, scuola media e di tutte le altre scuole pubbliche dello Stato finanziate in tutto o in parte dai fondi statali, insegnare qualsiasi teoria che neghi la storia della creazione divina dell'uomo come insegnata nella Bibbia, e insegnare invece che l'uomo discende da un ordine inferiore di animali</em>." Contravvenire a questa censura preventiva sarebbe stato punito con multe da 100 a 500 dollari.</p><p>Il primo processo sull'applicazione della legge, destinato a passare alla storia come il "<strong><em>monkey trial</em></strong>", si svolse a <em>Dayton </em>nella contea di <em>Mason</em>. John T. Scopes, ventiquattrenne insegnante di scienze e allenatore della squadra di fotball della Dayton's Central High School era un evoluzionista che insegnava abitualmente la teoria di Darwin, e venne per questo arrestato e rilasciato in attesa di processo. <strong>Scopes era anche un attivista della American Civil Liberty Union (ACLU), che per conto di Scopes fece causa allo Stato del Tennessee</strong>. Secondo alcune interpretazioni, Scopes aveva deliberatamente provocato il proprio arresto d'accordo con i responsabili locali della ACLU, parlando del suo insegnamento dell'evoluzione apertamente anche in luoghi pubblici. Lo sceriffo locale, che non doveva faticare molto per controllare la piccola comunità di Dayton (2.000 abitanti), cadde nella trappola. Peraltro il consiglio municipale accolse favorevolmente la possibilità di attirare l'attenzione sulla piccola città, e sostenne l'azione dello sceriffo. <strong>Le parti incaricarno due personaggi di rilievo nazionale: per lo stato del Tennessee il conservatore William J. Bryan,</strong> tre volte candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, e per Scopes il celebre avvocato <strong>Clarence Darrow di Chicago</strong>, che aveva già difeso cause progressiste come il Pullman Case nel 1894 e il Anthracite Coal Strike nel 1902. Ampiamente seguito dalla stampa e dalla radio, che per la prima volta trasmise le udienze in diretta, il processo sarebbe entrato nell'immaginario collettivo americano grazie alla <em>pièce</em> teatrale del 1955 scritta da <em>Jerome Lawrence </em>e <em>Robert E. Lee</em>, da cui venne tratta una popolare pellicola cinematografica: <strong><em>Inherit the Wind </em></strong>del 1960, diretta dal  regista <em>Stanley Kramer, </em>con un cast allora stellare che includeva<em>,  Spencer Tracy, Frederich March e Gene Kelly</em>. Sarebbero seguiti diversi <em>remakes: Inherit the Wind </em>del 1999 con <em>Jack Lemmon, George C. Scott, Processo alla scimmia </em>del 1988 con <em>Kirk Douglas e Jason Robards</em>, e altre produzioni minori sino al 2002.</p><p><strong>Il processo, ai nostri occhi sorprendentemente breve, iniziò il 10 luglio  e si concluse solo 11 giorni dopo, il 21 luglio 1925</strong>, dopo una sfilata di testimoni a favore di Scopes, inclusi alcuni suoi allievi, e lunghe requisitorie dei due tenori del foro, che rischiarono entrambi di subire sanzioni da parte del rigido giudice <em>John T. Raulston</em>. Con personalità e buon senso, il giudice si dimostrò tanto intenzionato ad applicare la legge quanto desideroso di non abbandonare un approccio familiare, preoccupandosi del benessere di giuria e pubblico fra ventilatori requisiti in città e udienze sul prato del tribunale. Fra l'altro <strong>Darrow chiese al giudice di non iniziare le udienze come da tradizione con una preghiera,</strong> che avrebbe potuto condizionare la giuria visto l'oggetto del processo, ma Raulston rifiutò recisamente, sulla base della consolidata tradizione locale. <strong>Darrow sostenne con foga oratoria che il Butler Act violava il Primo Emendamento alla Costituzione federale</strong>, che proibisce al governo di fare discriminazioni su base religiosa, e cercò di dimostrare l'assurdità delle interpretazioni letterali della Bibbia, in particolare alla luce del progresso scientifico. <strong>Bryan fu eloquente nel sostenere che la teoria dell'evoluzione contraddiceva la Bibbia </strong>e per questo finiva per contestare particolare il dogma della creazione divina, mentre la scienza non dovrebbe condizionare quelle convinzioni morali che la Bibbia pone a fondamento di una condotta etica. Inoltre si diffuse nel descrivere come a suo parere l'insegnamento dell'evoluzione nelle scuole avrebbe portato a un declino della moralità e dei valori sociali. I momenti più spettacolari delle giornate di Dayton coincisero con <strong>l'apparizione di uno scimpanzé, </strong>chiamato, Joe Mendi, che veniva fatto esibire per il pubblico fuori dall'aula. Ma <strong>il culmine del processo si raggiunse quando Darrw venne autorizzato del giudice Raulston a chiamare proprio l'avvocato Bryan come teste della difesa</strong>, e lo interrogò a lungo sulle conseguenze di un'interpretazione letterale di ogni passo della Bibbia. Le domande pratiche di Darrow sul ruolo della donna, l'attività del serpente nel paradiso terrestre e la lunghezza della creazione, ottennero risposte secche e quasi risentite da parte dell'avvocato Bryan, che finì per assumere una posa grottesca che sminuì agli occhi del pubblico la sua posizione. <strong>Dopo una delberazione durata poco più di dieci minuti, la giuria dichiarò Scopes colpevole, e il giudice decise una una multa di 100 dollari.</strong></p><p>Ma <strong>il risultato vero del processo fu di segno opposto, e si trattò di una vittoriosa disfatta per l'evoluzionismo</strong>: nessun insegnante fu più perseguito in base al Butler Act, che pure rimase in vigore in Tennessee fino al 1967, quando fu abrogato. Tutte le altre  leggi antievoluzionistiche furono dichiarate incostituzionali nel 1968 dalla Corte Suprema con la sentenza <em>Epperson contro Arkansas</em>. Proprio le risposte enfatiche dell'avvocato Bryan a Clarence Darrow diffuse in diretta radiofonica <strong>avevano fatto capire come l'interpretazione letterale delle Sacre Scritture non fosse più condivisa da una società americana che, senza mai abbandonare la fede cristiana, aveva pragmaticamente abbracciato una visione del mondo in cui fede e scienza possono convivere. Grazie all'attuale successo delle posizioni originaliste e populiste di sapore vagamente fondamentalista, il dibattito tra creazionisti ed evoluzionisti continua comunque oggi</strong>, così come i tentativi ricorrenti di demonizzare la scienza o ridicolizzare la fede.</p><p>in generale vedi: William Kunstler - Politics on trial  - Ocean Press 2003 </p><p><a href="https://sharetngov.tnsosfiles.com/tsla/exhibits/scopes/images/Butler%20Act.pdf">https://sharetngov.tnsosfiles.com/tsla/exhibits/scopes/images/Butler Act.pdf</a></p><p><a href="https://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2009/052q05a1.html">https://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2009/052q05a1.html</a></p><p><a href="https://www.aclu.org/">https://www.aclu.org/</a></p><p><a href="https://www.imdb.com/it/title/tt0855214/">https://www.imdb.com/it/title/tt0855214/</a></p><p><a href="https://supreme.justia.com/cases/federal/us/393/97/">https://supreme.justia.com/cases/federal/us/393/97/</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Nuovo ordine mondiale fra forza militare e interessi economici]]></title><description><![CDATA[<p>Senza un disegno complessivo e al di fuori di qualunque principio giuridico, <strong>si sta delineando un nuovo sistema di relazioni internazionali</strong>, basato sulla forza e sul reciproco tornaconto economico fra centri di potere egemoni.</p><p>Siamo forse al <strong>ritorno a quelle “sfere di influenza”</strong>, che nate dopo la Conferenza di Berlino</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/nuovo-ordine-mondiale-fra-forza-militare-e-interessi-economici/</link><guid isPermaLink="false">6868e045d9a57804c9d987fd</guid><category><![CDATA[Euramerica]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 05 Jul 2025 13:01:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/ue-usa.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/07/ue-usa.jpg" alt="Nuovo ordine mondiale fra forza militare e interessi economici"><p>Senza un disegno complessivo e al di fuori di qualunque principio giuridico, <strong>si sta delineando un nuovo sistema di relazioni internazionali</strong>, basato sulla forza e sul reciproco tornaconto economico fra centri di potere egemoni.</p><p>Siamo forse al <strong>ritorno a quelle “sfere di influenza”</strong>, che nate dopo la Conferenza di Berlino del 1884-85, quando fu sancita la spartizione dell’Africa fra gli imperi coloniali europei, vennero rinnovate in chiave ideologica alla fine della Seconda Guerra Mondiale alla Conferenza di Yalta (4/11 Febbraio 1945).</p><p><strong>Il neo isolazionismo degli Stati Uniti, sembra orientato solo a riscuotere immediate contropartite economiche </strong>che consentano un raddrizzamento dei conti pubblici fuori controllo, ed è ben visibile nelle due aree al momento più calde globo: l'Ucraina e il Medio Oriente.  Il Presidente Donald Trump aveva già trattato l'Ucraina come moneta di scambio nel 2019 quando cercò di ottenere un vantaggio elettorale chiedendo la collaborazione di V. Zelensky per incriminare il figlio di J. Biden. Dopo avere promesso la fine della guerra in Ucraina prima in due, poi in cento giorni, e non essendo riuscito a mantenere la promessa, oggi D. Trump sembra pronto a smettere di difendere l'indipendenza ucraina, come invece chiedono a gran voce dagli alleati europei, dentro e fuori la NATO.  In contropartita l'amministrazione USA sembra avere incassato il mancato intervento della Russia in Medio Oriente, che ha mantenuto il silenzio diplomatico sull'attacco militare dell'aviazione USA contro l'Iran e sul contemporaneo eccesso di difesa israeliano a danno delle popolazioni palestinesi. Il governo russo che non é riuscito a piegare la resistenza ucraina dopo sette anni di guerra strisciante (2014-2021) e tre di guerra aperta (2022-2025), spera così di poter portare a compimento il progetto di egemonizzare un'area europea che dopo la caduta del Muro di Berlino (9 Novembre 1989) aveva progressivamente condiviso i principi di libertà ed i vantaggi della pace sotto l'egida dell'Unione Europea e l'ombrello militare della NATO.</p><p>Nello stesso tempo <strong>il governo USA cerca di frenare l’espansione della Cina</strong>, unico competitor economico, ormai prossima al dominio marittimo militare, con il rischio di conflitto nell’Indo-Pacifico. In questo caso la contropartita al disimpegno americano è in corso di contrattazione sul dossier dazi con Pechino, per limitare gli effetti negativi della crescita cinese sull'economia americana. Pechino nel frattempo ha di fatto militarizzato il Mar Cinese e minaccia quotidianamente Taiwan e le rotte dell'Oceano Indiano. <strong>La produzione taiwanese di microchip e privileg nel settore commerciale, sono la contropartita cercata da Washington nell'area</strong>, salvaguardando gli interessi degli Usa a scapito di quelli europei. Il silenzio e l'assenza di Australia e Giappone all'ultimo G7 evidenziano i timori dei maggiori alleati locali di Washington. </p><p>Un capitolo a parte riguarda l<strong>'ostinato negazionismo del Presidente Trump, che rifiuta di impegnare gli Stati Uniti nella difesa dell'equilibrio climatico</strong>, che in questi giorni dell'estate 2025 sta dispiegando effetti drammatici immediati e anche peggiori in prospettiva. La legge di bilancio approvata dal Senato per un voto lo scorso 30 giugno permette al Presidente di pagare un tributo al settore petrolifero che lo ha sostenuto alle elezioni del 2024, a scapito dello sforzo ineludibile verso le energie rinnovabili che aveva caratterizzato il quadriennio di Joe Biden.</p><p><strong>Non è facile farsi un'idea complessiva di avvenimenti che sono in divenire, ma ormai sembra che di fatto gli USA di D. Trump stiano abdicando al ruolo di guida del mondo occidentale </strong>che con diverse modalità  è stato il filo conduttore e la continuità della politica estera di 13 presidenti USA dal 1946 in avanti.</p><p><strong>Il disegno dell'attuale amministrazione americana sembra trovare una contraddizione interna nella necessità che l'Europa resti uno sbocco privilegiato per l'industria ed i servizi americani</strong>, ma la debolezza politica dell'Unione Europea non permette di utilizzare a proprio favore questa incoerenza. Non è una novità che l'Europa fatichi a trovare una voce e una strategia internazionale unica. Ma questo stato endemico è oggi aggravato dai problemi di politica interna dei maggiori stati europei, che portano i diversi leader a cercare piccoli vantaggi contingenti nel rapporto diretto con l'aspirante autocrate di Washington, trascurando i reali interessi comuni del nostro continente.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[2 Giugno 1946: gli Stati Uniti e il referendum istituzionale a Roma]]></title><description><![CDATA[<p>Il 2 giugno 1946 gli italiani tornarono a votare liberamente dopo un ventennio di sospensione della democrazia, e <strong>le votazioni per la forma istituzionale e per l'Assemblea Costituente segnarono anche un ulteriore passo nella costruzione del legame fra le neonata Repubblica e la lontana Washington, </strong>che era però ben presente</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/2-giugno-1946-gli-stati-uniti-e-il-referendum-istituzionale-a-roma/</link><guid isPermaLink="false">683cc6fcd9a57804c9d986f8</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 01 Jun 2025 22:29:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/Immagine1.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/Immagine1.jpg" alt="2 Giugno 1946: gli Stati Uniti e il referendum istituzionale a Roma"><p>Il 2 giugno 1946 gli italiani tornarono a votare liberamente dopo un ventennio di sospensione della democrazia, e <strong>le votazioni per la forma istituzionale e per l'Assemblea Costituente segnarono anche un ulteriore passo nella costruzione del legame fra le neonata Repubblica e la lontana Washington, </strong>che era però ben presente nella penisola.  Le truppe americane erano sbarcate in Sicilia il 9 luglio 1943, e dopo la fine delle operazioni belliche erano state avviate nuove relazioni diplomatiche con l'invio di una missione economica a Washington nel novembre 1944.  Guidata da Quintero Quintieri, Ministro delle Finanze del Governo Badoglio e composta da Raffaele Mattioli, Mario Morelli, Enrico Cuccia ed Egidio Ortona, la delegazione italiana si trovò ad affrontare una situazione oggettivamente difficile. Già la logistica non aiutava,  visto che la sede dell'ambasciata d'Italia era ancora gestita dalla legazione svizzera che curava gli interessi italiani durante la guerra. Non era poi facile catturare l'interesse degli interlocutori del Dipartimento di Stato, primo fra tutti il responsabile degli Affari Politici <em>James C. Dunn</em>, che si dimostrarono freddi e scarsamente  disponibili verso interlocutori che non era ben chiaro chi rappresentassero e per quanto tempo, visto che la guerra continuava. Peraltro proprio nei primi giorni della missione vi fu l'avvicendamento al vertice del dicastero americano fra <em>Cordell Hull </em>e <em>Edward S. Stettinius</em>, rendendo ancor più difficile gettare le basi di una rinnovata relazione bilaterale. <strong>Nel febbraio 1945 sarebbe venuta la nomina ad Ambasciatore a Washington di Alberto Tarchiani</strong>, già redattore capo del Corriere della Sera di Luigi Albertini, poi a lungo esiliato proprio negli USA, dove coltivò le relazioni con gli ambienti dell'anti fascismo. La stima di Carlo Sforza per il neo ambasciatore non predisponeva al meglio gli ambienti governativi americani, che non ebbero mai simpatie per il vecchio diplomatico che faticava a liberarsi della fedeltà a Casa Savoia. Al contrario Tarchiani crebbe nella considerazione del Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, che lo ebbe al governo come Ministro dei Lavori Pubblici e poi lo nominò in importanti imprese pubbliche impegnate nella prima ricostruzione dell'economia italiana (Crediop - ICIPU).  Non fu una sorpresa quindi che Bonomi, che rivestiva anche il ruolo di Ministro degli Affari Esteri, abbia indicato l'azionista Tarchiani quale ambasciatore a Washington.</p><p><strong>Il 1945 oltre alla fine delle guerra, aveva comportato una serie di cambiamenti radicali sia per gli Stati Uniti che per l'Italia, con la morte di F. D. Roosevelt, e la sostituzione di Bonomi con F. Parri.</strong> Tutto questo non impedì l'inizio della normalizzazione delle relazioni, che furono progressivamente depurate degli aspetti militari e assunsero un carattere costruttivo grazie all'avvio dei programmi di collaborazione economica, e infine al piano Marshall. La Commissione Alleata che era stata il vero centro decisionale dell'Italia divisa in due dal fronte bellico sino al maggio 1945, lasciò il campo ai diplomatici di professione, che cominciarono ad operare per la normalizzazione del rapporto politico.</p><p><strong>Gli USA erano rappresentati a Roma dall'ambasciatore <em>Alexander C. Kirk</em>, che sarebbe stato sosituito fra marzo e luglio 1946 proprio da <em>James C. Dunn</em></strong>, e ci fu continuità nella linea dei due diplomatici pur profondamente diversi fra loro: si trattava di consolidare il nuovo rapporto originato dalla fine della guerra, dalla collaborazione militare e dalla permanenza in Italia dell'esercito USA, in funzione anche di controllo territoriale del delicato confine est a Trieste.  <strong>La linea politica dettata dal Dipartimento di Stato era condensata nel documento CAC33a–15 del 27 novembre 1944,34 intitolato "<em>Italia: Governo Futuro: Metodi per Garantire una Libera Espressione dei Desideri del Popolo Italiano in Riguardo alla Forma di Governo</em>", </strong>che stranamente non risulta conservato negli arichivi governativi USA. In esso l'amministrazione centarle aveva indicato "<em>all'Ambasciata una serie di ipotesi per facilitare la decisione del popolo italiano in merito alla forma di governo, senza alcun riferimento alle discussioni di partito e alle dichiarazioni governative in Italia. La preferenza per un plebiscito simultaneo e l'elezione di un'assemblea costituente non fu in alcun modo influenzata dalla legge italiana del giugno 1944, né dalle opinioni personali di Umberto di Savoia espresse nell'intervista a Herbert Matthews, del New York Times, il 31 ottobre 1945</em>".  Gli Stati Uniti si attennero a questa linea di non ingerenza nella decisione sulla forma istituzionale, per quanto possibile a pochi mesi dalla fine della guerra, con truppe ancora dislocate in Italia e un'economia nazionale in larga parte dipendnente dalla benevolenza dell'ex nemico.</p><p>Come ricorda un diplomatico americano di stanza a Roma in quel periodo, <em>Jospeh N. Greene jr</em>, <strong>la politica del governo di Washington era volta a favorire tutte le forze politiche democratiche, con l'obbiettivo di lasciare che risolvessero da sole i problemi locali</strong>. Si ritrova in questo anche traccia del tipico pragmatismo USA, come nella questione del reintegro di Trieste nel territorio nazionale, guardato con favore dagli USA per l'esistenza di "<em>molte attività commerciali italiane, cantieri navali e assicurazioni</em>", contro l'idea britannica di costituire un città libera sull'esempio (infausto) di Danzica.  Un altro ex funzionario del Dipartimento di Stato in servizio a Roma, <em>John W. Jones</em>, ricorda i tentativi di la stabilità politica in Italia, anche alla luce della dottrina formulata nel febbraio 1946 da <em>George Kennan</em>, che di lì pochi anni sarebbe divenuto il "<strong><em>containement</em></strong>": "<em>in ambasciata eravamo molto favorevoli a un plebiscito sulla futura forma di governo. Ma ....c'era ancora Re Umberto e c'era davvero grande preoccupazione, che il Partito Comunista potesse vincere, a causa della forte influenza dell'Unione Sovietica in Europa a quei tempi. Con grande gioia e soddisfazione di tutti noi, Alcide de Gasperi vinse le elezioni con la Democrazia Cristiana..... e ci fu una clamorosa vittoria a favore della repubblica e contro la monarchia. Così Re Umberto e la Regina se ne andarono di buon grado</em>".</p><p>L'ambasciatore <em>Dunn</em> in una nota riassuntiva inviata al Dipartimento di Stato il 16 giugno 1948, avrebbe reso omaggio alla "<em><strong>immaginazione e laboriosità che hanno caratterizzato l'azione del Dipartimento durante questo periodo critico hanno rendendo possibile il successo nel sostenere e aiutare le forze della democrazia in Italia</strong></em>". Meno ecunemico sarebbe stato lo stesso Dunn solo due anni dopo, il 20 marzo 1948, quando in un clima politico improvvisamente caratterizzato dalla "guerra fredda", avrebbe dato conto delle variegate reazioni al discorso tenuto dal Segretario di Stato Marshall che minacciava la sospensione degli aiuti americani in caso di vittoria del Fronte Popolare alle elezioni generali di aprile.</p><p><strong>L'opinione pubblica americana cercava di ritrovare la stabilità d'ante guerra, e seguiva con scarsa attenzione la complicata politica europea</strong>, tanto che il New York Times, avrebbe dato conto molto succintamente della proclamazione del risultato da parte della Corte di Cassazione, così come della composizione dell'Assemblea Costituente,  e delle prime misure formali prese dal Governo per rendere visibili e concrete le nuove istituzioni "<em>in nome del popolo italiano</em>".</p><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/image.png" class="kg-image" alt="2 Giugno 1946: gli Stati Uniti e il referendum istituzionale a Roma" srcset="http://www.euramerica.it/content/images/size/w600/2025/06/image.png 600w, http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/image.png 940w" sizes="(min-width: 720px) 720px"></figure><p><strong>La storiografia americana avrebbe poi da un lato visto nel referendum del 2 giugno 1946 il vero momento di rottura con un sistema politico controllato delle <em>élites </em></strong>sin dal periodo Umbertino. E dall'altro confermato l'interpretazione della buona fede nella linea politica delle amministrazioni <em>Roosevelt IV</em> e <em>Truman</em> verso l'Italia. <em>Walt T. Rostow </em>ha scritto: "<strong>i negoziati per il Trattato di pace con l'Italia avevano riversato sugli USA l'onere di proteggere le posizioni nazionali nella zona di Trieste e di dare alla giovane repubblica la possibilità di cominciare la sua vita senza dover accettare oltre alla sconfitta nella guerra ad Occidente, anche la sconfitta diplomatica post bellica ad Oriente</strong>" (<em>The United States in the World Arena </em>- 1960). In pochi anni la situazione sarebbe cambiata e non certo in meglio a causa della guerra fredda, scorrendo rapidamente con il ruolo dell'ambasciatore <em>Claire B. Luce</em>, l'ideazione di operazioni segrete come "<em>Stay Behind</em>" e forse di altre operazioni talmente segrete che ancora non sono note. Ma <strong>nel contesto del 2 Giugno 1946, gli Stati Uniti giocarono apertamente la parte del neo alleato favorendo con una attiva e non disinteressata neutralità, la nascita della Repubblica</strong>.</p><p><a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1945v04/d918">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1945v04/d918</a><br><a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d543">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d543</a><br><a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d528">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1948v03/d528</a><br><a href="https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1946/06/19/105207323.html?pageNumber=7">https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1946/06/19/105207323.html?pageNumber=7</a><br><a href="https://adst.org/OH%20TOCs/Greene,%20Joseph%20N.toc.pdf">https://adst.org/OH TOCs/Greene, Joseph N.toc.pdf</a><br><a href="https://adst.org/OH%20TOCs/Jones,%20John%20Wesley.toc.pdf">https://adst.org/OH TOCs/Jones, John Wesley.toc.pdf</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[C'è un giudice a New York: un tribunale ferma Donald Trump]]></title><description><![CDATA[<p>Gli osservatori erano in attesa di <strong>vedere se gli anticorpi del sistema istituzionale USA avrebbero funzionato dopo il reinsediamento di Donald Trump</strong>, e si è chiusa una settimana cruciale in questo senso. <strong>La sentenza della Corte per il Commercio Internazionale degli Stati Uniti che ha bloccato gli ordini esecutivi del</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/un-tribunale/</link><guid isPermaLink="false">683ccca5d9a57804c9d98786</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 01 Jun 2025 22:28:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/06/a-america-new.png" alt="C'è un giudice a New York: un tribunale ferma Donald Trump"><p>Gli osservatori erano in attesa di <strong>vedere se gli anticorpi del sistema istituzionale USA avrebbero funzionato dopo il reinsediamento di Donald Trump</strong>, e si è chiusa una settimana cruciale in questo senso. <strong>La sentenza della Corte per il Commercio Internazionale degli Stati Uniti che ha bloccato gli ordini esecutivi del Presidente in materia di dazi é destinata con ogni probabilità ad entrare nella storia giudiziaria americana</strong>, per diversi motivi. Non da ultimo perché proviene da una Corte a composizione bipartisan ma strettamente tecnica, che ha motivato la sentenza in modo impeccabile e misurato, lasciando poco spazio per contestazioni di merito, essendo basata su principi costituzionali incontestabili. Basta applicarli con i giusti modi e tempi.</p><p><strong>Nel sistema giudiziario americano la Corte per il Commercio Internazionale è competente per le controversie sulle leggi doganali e sul commercio internazionale.</strong> Storicamente la fonte del potere di questa corte, insieme al generale Articolo III della Costituzione degli Stati Uniti sul potere giudiziario, é l'<strong>Articolo I, Sezione 8 </strong>della stessa costituzione, laddove stabilisce che "<strong><em>tutti i dazi, le imposte e le accise devono essere uniformi in tutti gli Stati Uniti</em></strong>". La Corte, pertanto, si occupa di conflitti di giurisdizione tra i tribunali federali e garantisce uniformità nazionale nel processo decisionale giudiziario che riguarda le transazioni commerciali con l'estero. Nel tempo il Congresso ha legiferato più volte in argomento, con il <em>Customs Administrative Act </em>del 1890, riformato fra il 1926 e il 1930 con la creazione della <em>United States Customs Court</em>, che venna resa nel 1930 independente dal Dipartimento del Tesoro, e ricevette nel 1956, il rango di tribunale federale; da ultimo il <em>Customs Courts Act </em>del 1980, tuttora vigente. I nove giudici e il capo della corte sono nominati dal Presidente, con modalità e limiti che evidenziano la specificità e importanza di questo collegio: "<strong><em>Il Presidente nomina, con il parere e il consenso del Senato, nove giudici che costituiranno un tribunale di competenza denominato Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti. Non più di cinque di tali giudici dovranno appartenere allo stesso partito politico. Il tribunale è istituito ai sensi dell'articolo III della Costituzione degli Stati Uniti. Gli uffici della Corte del Commercio Internazionale hanno sede a New York</em></strong>". Singolare sistema quello americano, che previene la man bassa della politica sulla giustizia, affidando ai partiti con equità e per legge la composizione di un collegio giudiziario. Questa impostazione data da quando ancora Donald Trump si occupava di affittare e vendere immobili,  ed è dovuta al ruolo determinante del commercio nella società americana, ed alla grande considerazione per la necessità che gli scambi con l'estero avvengano in modo ordinato ed uniforme, come confermato dalla dignità costituzionale del principio.</p><p><strong>Quella emessa la scorsa settimana non è solo una sentenza restrittiva contro i dazi decisi dal Presidente Trump, ma un richiamo forte e forse definitivo sulla separazione dei poteri e sui limiti dell'autorità presidenziale.</strong> La prevalenza dell'esecutivo è evidente in questo momento, con  un Congresso sotto scacco, un'opposizione che lavora solo per la lontana scadenza elettorale,  i social media manipolabili e i media tradizionali sotto controllo o sotto ricatto. Ma al potere esecutivo sono frapposti limiti strutturali, e Trump aveva sperato che passasse inosservata la palese violazione della Costituzione contenuta negli ordini esecutivi sui dazi. <strong>E' incontestabile che il potere di imporre dazi spetta esclusivamente al Congresso</strong>. La Corte di New York lo ha ricordato in termini piani e oggettivi: "<em>Una delega illimitata di autorità tariffaria costituirebbe una delega impropria di poteri legislativi a un altro ramo del governo</em>". Prevenendo uno degli argomenti portati dall'amministrazione per giustificare il suo operato, la Corte ha anche scritto che anche i "dazi reciproci" secondo il Trade Act del 1974, sono esplicitamente esclusi dall'ambito dei poteri d'emergenza se usati come rimedio a un deficit commerciale. È difficile immaginare che una corte superiore possa ribaltare questa sentenza, e che persino una Corte Suprema politicamente schierata, possa porsi in totale contraddizione con il dettato costituzionale. Secondo<em> Brad W. Setser</em> del <em>Council of Foreign Relations</em>, <strong>l'amministrazione Trump pur avendo fatto ricorso in appello, non si aspetta un ribaltamento della sentenza, ma punta a diversificare la motivazione delle tariffe</strong>, approfittando della complessa normativa. E' infatti teoricamente possibile ricorrere a diverse parti della normativa federale sui dazi: la sezione 232 che fa riferimento alla <strong>sicurezza nazionale </strong>e la sezione 301 che riguarda le <strong>pratiche straniere sleali</strong>. L'espediente dell'invocata sicurezza nazionale non é nuovo, per primo è stato usato da <em>F. D. Roosevelt </em>nel 1937 nel discorso passato alla storia come il "<em>Quarantine speech</em>", che segnò la fine dell'isolazionismo e l'avvio della politica estera interventista di Washington. Ma <strong>questo approccio è particolarmente  confacente alla retorica presidenziale di D. Trump</strong>, che ha già avviato quattordici istruttorie basate su questa sezione, quasi tre volte di più rispetto a qualsiasi altro presidente. Ci sono tre casi per dazi già in vigore (acciaio, alluminio e automobili) e quattro casi in cui non è stata intrapresa alcuna azione (uranio, spugna di titanio, trasformatori e vanadio). Oltre a sette indagini conoscitive: rame, legname, semiconduttori, prodotti farmaceutici, camion, minerali essenziali e motori per aerei commerciali/jet.Per quanto riguarda la sezione 301, <strong>nazioni etichettabili in modo diverso, rivali o quasi alleate come Cina e Vietnam, sono accomunate nella definizione delle pratiche concorrenziali sleali </strong>e rischiano di vedersi applicare i massimi livelli tariffare nei dazi. Ma tutto questo richiede lunghi negoziati, un procedimento amministrativo complicato e pieno di rischi per errori banali, e in ultima analisi nessuna libertà operativa per l'aministrazione. In generale gli alleati - Giappone, Corea, Australia, UE - che teoricamente non possono essere annoverati in queste due categorie, pur senza avere effettivamente baciato alcuna parte del fisico presidenziale, come detto da D. Trump, sono comunque <strong>incentivati a cercare di sottoscrivere accordi commerciali con l'amministrazione Trump, per disinnescare gli effetti negativi della raffica di dazi annunciata ormai un mese fa</strong>.</p><p><strong>Significativa la reazione dei mercati finanziari alla sentenza della corte</strong>: i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi sono aumentati, con i buoni del Tesoro trentennali che hanno superato il 5%. Considerando che il governo USA contava su entrate tariffarie per contribuire a finanziare il bilancio, il minor gettito da dazi potrebbe comportare la necessità di nuove emissioni obbligazionarie per coprire il deficit. E se i rendimenti obbligazionari statunitensi resteranno sui livelli più elevati, finiranno per frenare l'attività economica e la crescita. Senza tralasciare gli effetti sul dollaro, che potrebbe essere indebolito  perché gli operatori avranno ancora la tentazione di diversificare gli investimenti su mercati meno turbolenti e incerti, diventando un generatore di inflazione che potrebbe inibire l'uso di leve monetarie diverse nel prossimo futuro.</p><p><strong>Da quando il 2 aprile scorso il Presidente Trump aveva messo in scena il "Tariffs Liberation Day", con l'intenzione di alleviare la pressione sul debito pubblico americano, non solo le vecchie regole delle relazioni  internazionali  e del commercio internazionale hanno resistito, ma questa sentenza boccia nel merito e nel metodo la presidenza Trump. Questo potrebbe segnare la fine del primo periodo del quadriennio. </strong>L'affannosa strategia di difesa dell'economia americana oieintata al sovranismo, non solo non ha dato alcun risultato positivo, ma finisce arenata sulle secche del rispetto della separazione dei poteri. <strong>Adesso per Donald Trump sarà difficile continuare con lo spettacolo senza soste di ordini esecutivi, spesso inefficaci, mentre non riesce a recuperare un ruolo dominante per gli USA nelle relazioni con i due super competitor Cina e Russia, né ad imporre non la pax americana ma il semplice buon senso ai due protagonisti del massacro medioorientale, Hamas e Israele</strong>. Il tutto mentre l'erario americano fatica a tenere attivo il volano per lo sviluppo economico. Chissà che persino Trump non finisca per rendersi conto che <strong>può trovare una valida sponda nel vecchio e ammuffito alleato, l'Europa</strong>: non solo un mercato da condizionare, ma un partner per ricostruire un sistema internazionale ormai irrimediabilmente intossicato.</p><p><a href="https://www.cit.uscourts.gov/">https://www.cit.uscourts.gov/</a><br><a href="https://www.law.cornell.edu/uscode/text/28/251">https://www.law.cornell.edu/uscode/text/28/251</a><br><a href="https://constitution.congress.gov/constitution">https://constitution.congress.gov/constitution</a><br><a href="https://historyplex.com/meaning-significance-of-roosevelts-quarantine-speech">https://historyplex.com/meaning-significance-of-roosevelts-quarantine-speech</a><br><a href="https://www.cfr.org/expert-brief/relief-and-realism-global-reactions-us-tariff-rulings">https://www.cfr.org/expert-brief/relief-and-realism-global-reactions-us-tariff-rulings</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ancora sui dazi, un giudizio definitivo datato 1936]]></title><description><![CDATA[<p>Secondo un antico detto latino "<em>Nihil dictum est, quod non dictum fuerit prius</em>", e una conferma significativa ci è offerta dal dibattito in corso sul neo protezionismo del Presidente Trump. I difensori, spesso non richiesti, della politica di dazi, oltre  a cercare di trovare improbabili dati a sostegno dell'utilità dei</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/ancora-sui-dazi-un-giudizio-definitivo-datato-1936/</link><guid isPermaLink="false">6820c1f61dccf104daac650b</guid><category><![CDATA[Voci dall'Europa]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 11 May 2025 15:54:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/giretti-2.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/giretti-2.jpg" alt="Ancora sui dazi, un giudizio definitivo datato 1936"><p>Secondo un antico detto latino "<em>Nihil dictum est, quod non dictum fuerit prius</em>", e una conferma significativa ci è offerta dal dibattito in corso sul neo protezionismo del Presidente Trump. I difensori, spesso non richiesti, della politica di dazi, oltre  a cercare di trovare improbabili dati a sostegno dell'utilità dei dazi, cercano il conforto dei testi sacri dell'economia USA, come "<em>The Great Contraction 1929-1933</em>" di <em>Milton Friedman e Anna Jacobson Schwartz</em>, pubblicato nel 1963, originariamente un capitolo del più importante libro della coppia di economisti (<em>A Monetary History of the United States, 1867–1960</em>), poi pubblicato come testo autonomo. In linea con le teorie di Friedman su politica monetaria e necessità del controllo governativo rigido dell'offerta monetaria, <em>Milton e Schwartz </em>in quel libro attribuiscono alla <em>FED </em>colpe gravissime per non avere capito nè affrontato la crisi attraverso la leva monetaria, mentre  al contrario i due monetaristi <strong>minimizzano l'influenza della politica protezionistica dell'amministrazione <em>Hoover </em>sull'esplosione della grande depressione del '29.</strong></p><p>Il fronte opposto è in queste settimane composito e agguerrito, ma una risposta definitiva era forse già stata data nel libro <strong>"Il protezionismo e la crisi" di  Edoardo e Luciano Giretti, </strong>pubblicato da Einaudi nel 1935, e conservato nella mia biblioteca paterna. Edorardo Giretti é stato un economista della scuola di Torino che per tutta la vita accademica e politica aveva avversato il protezionismo. Il nipote Luciano, diplomatico con una formazione da economista, entrò a Palazzo Chigi, allora sede del Ministero degli Affari Esteri, nel 1936, ottenendo poi incarichi a Lipsia e Berlino fra il 1941 e il 1944, riuscendo ad evitare l'epurazione che colpì altri colleghi di quelle sedi come l'indimenticato Giangaleazzo Bettoni, e fu assegnato negli anni cinquanta e sessanta a sedi multilaterali come le Nazioni Unite a New York, la C.E.C.A.,  l’O.C.S.E a Parigi, terminando la carriera come Direttore dell’Istituto Diplomatico.</p><p>Nel testo pubblicato in pieno ventennio fascista, si respira la poca aria liberale che ci si poteva permettere a Torino fra la casa di Luigi Einaudi e la neonata casa editrice del figlio Giulio, ancora domiciliata in via Arivescovado. Frasi come "<em>il mito dell'autarchia nazionale è impossibile senza tornare alla barbarie primitiva</em>" hanno certamente contribuito alle numerose incursioni dell'OVRA negli uffici Einaudi. Che resistette grazie agli interventi del babbo, ma anche per il rigore scientifico della produzione editoriale, che in questo caso si riverbera nella <strong>completezza con cui sono presentati tutti gli elementi che avevano fatto dell'ondata protezionista del primo Novecento una delle cause della Prima Guerra Mondiale, e che secondo gli autori avrebbero per sempre fatto del protezionismo una sciagura per un'economia di mercato nell'Occidente capitalista.</strong></p><p><strong>La prima parte del libro è dedicata a "<em>La guerra e le cause della reazione protezionistica</em>"</strong>: partendo dalla descrizione del protezionismo agrario e manifatturiero di fine Ottocento, si descrive il risorgere del mito nazionalista, accompagnato dagli interessi convergenti di burocrazia, casta militare e gruppi finanziari e industriali. Nell'Europa degli anni Venti anche per gli errori economici e politici dei Trattati di Pace, ebbero successo <strong>programmi protezionistici nati all'interno delle economie di guerra e resi permanenti forzando le normali leggi economiche</strong>. Il nuovo sistema doganale, riflesso in Italia nella legge doganale del 1921, ebbe come primo effetto l'inflazione monetaria, e la nascita di un sistema di scambi bilanciati sotto il controllo governativo. Tutto il mondo dovette adeguarsi alla tendenza del momento, persino l'allora leader mondiale, l'Impero Britannico, che nella <em>mperial Economic Conference</em> di <em>Ottawa </em>del 1932 abbandonò il libero scambio nell'area del <em>Commonwealth</em>. </p><p><strong>Nella seconda parte gli autori si soffermano sulle  "<em>illusioni del protezionismo</em>" nella teoria generale dell'economia capitalista occidentale, osservando come il protezionismo sia una tendenza costante in momenti di stagnazione economica</strong>, che si porta dietro dazi, controllo dei cambi e quote ristrette per gli scambi in valuta. Il problema, secondo i Giretti, è che il libero scambio e la facilitazione del commercio internazionale, che caratterizzano i cicli positivi dell'economia, vengono impediti dalle politiche protezioniste, divenendo fattori di squilibrio in quanto causano contrazione della produzione e dei livelli di occupazione. Secondo la tesi degli autori, <strong>l'autarchia nazionalista corrisponde ad un impossibile ritorno ad un passato economico cancellato, ed è particolarmente dannosa per paesi che dispongano di limitate risorse naturali </strong>o di scarse competenze tecnologiche  e scientifiche. Qualcuno dovrebbe consigliare ai corifei della politica trumpiana di oggi la lettura del capitolo sulla "<em>superstizione della bilancia commerciale</em>" e sulla inutilità del bilateralismo commerciale, che oggi appare il credo invincibile dell'ex immobiliarista fattosi re.</p><p><strong>Tocca a chi di economia sia veramente esperto giudicare la perennità di queste idee</strong>, che al profano sembra ben argomentata da Edoardo e Luciano Giretti. Che non a caso avvertono, all'inizio del capitolo sesto, che <strong>il protezionismo prospera in particolare quando c'è l'illusione di una ricchezza infinita slegata dal concetto basilare di produzione e marginalità</strong>. Per i Giretti, la fine delle illusioni porta inevitabilmente alla rovina di quanti "<em>credevano di essersi arricchiti misurando i loro averi con un metro monetario accorciato</em>".  E altrettanto inevitabilmente <strong>il diffondersi del protezionimo  conduce a scenari di guerra per la dinamica perversa del binomio nazionalismo-protezionismo</strong>. Speriamo che l'Occidente riesca a sfuggire a questa spirale.</p><p><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/edoardo-giretti_(Dizionario-Biografico)/">https://www.treccani.it/enciclopedia/edoardo-giretti_(Dizionario-Biografico)/</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Checks and balance, nella storia Trump non è il primo ad attaccarli]]></title><description><![CDATA[<p>All'epoca della redazione della Costituzione degli Stati Uniti, <strong>i Padri Fondatori si sforzarono di concepire un sistema di governo che avesse forza sufficiente per governare, senza rischi per le libertà dei governati. </strong>Riuscirono nell'intento usando la teoria, proveniente dalla tradizione della filosofia politica europea, da <em>Aristotele a Montesquieu</em>, della separazione</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/checks-and-balance-trump-non-e-il-primo-ad-attaccarli/</link><guid isPermaLink="false">6820b9f11dccf104daac63bc</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 11 May 2025 15:53:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-2.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-2.png" alt="Checks and balance, nella storia Trump non è il primo ad attaccarli"><p>All'epoca della redazione della Costituzione degli Stati Uniti, <strong>i Padri Fondatori si sforzarono di concepire un sistema di governo che avesse forza sufficiente per governare, senza rischi per le libertà dei governati. </strong>Riuscirono nell'intento usando la teoria, proveniente dalla tradizione della filosofia politica europea, da <em>Aristotele a Montesquieu</em>, della separazione dei poteri, che è alla base del testo costituzionale, senza essere apertamente citata. A renderla concreta stanno la separazione del governo in tre rami (legislativo, esecutivo, giudiziario), il principio per cui ogni ramo ha funzioni specifiche e identificabili, e il divieto per qualunque cittadino di essere membro di più di un ramo contemporaneamente. Il corollario più importante di questo teorema sta nell'attribuzione al Congresso del potere di dichiarare guerra mentre al presidente é conferita l'autorità di condurla. <strong>Il fondamento sta negli articoli I e II della Costituzione, </strong>che definiscono le responsabilità dei tre rami, e ne definiscono  i limiti concretamente</p><ol><li><strong>Emendamenti alla Costituzione</strong>: il Congresso può approvare gli emendamenti costituzionali, e controllare le decisioni della Corte Suprema ;</li><li><strong><em>Impeachment</em></strong>: il Congresso ha il potere di mettere sotto accusa i membri del potere esecutivo e giudiziario;</li><li><strong>Revisione giudiziaria</strong>: il potere giudiziario può dichiarare incostituzionali leggi o azioni presidenziali, per contro il Presidente nomina i giudici del sistema giudiziario federale e della Corte Suprema, previa approvazione del Senato;</li><li><strong>Potere di pace e guerra</strong>: il Presidente è il comandante in capo delle forze armate, ma il Congresso deve votare per dichiarare guerra e approvare i finanziamenti militari. Il Presidente stipula i trattati di pace, ma il Senato deve approvarli con un voto a maggioranza dei due terzi;</li><li><strong>Nomina dei funzionari</strong>: il presidente nomina i funzionari federali, ma il Senato deve confermare tali nomine;</li><li><strong>Approvazione delle leggi</strong>: al Congresso, Camera dei Rappresentanti e  Senato devono approvare le leggi nella stessa forma affinché diventi legge federale;</li><li><strong>Potere di veto</strong>: quando il Congresso approva un disegno di legge, il presidente può bloccarlo opponendo il veto; tuttavia, il Congresso può annullare il veto presidenziale con un voto a maggioranza dei due terzi.</li></ol><p>Sin dal primo studio sistematico del sistema politico americano, il celeberrimo "<em>La democrazia in America" di A. de Tocqueville, </em>gli osservatori europei hanno trovato parole di ammirazione per il sistema di bilanciamento del potere nella Costituzione americana. Tocqueville constatava che "<strong>la sovranità negli Stati Uniti è divisa fra l'Unione e gli Stati, con "il potere esecutivo limitato ed eccezionale, come la sovranità in nome della quale agisce" </strong>al punto che "<em>il governo centrale si occupa solo di un piccolo numero di oggetti</em>". </p><p>L'acuta ed enciclopedica analisi del nobiluomo francese ha ormai quasi due secoli, e il tempo passato ha messo alla prova le acute valutazioni del 1835. L'agenzia Associated Press, che continua encomiabilmente il suo lavoro benché messa sotto attacco dalla Casa Bianca a causa della sua indipendenza dall'esecutivo, ha censito <strong>i principali momenti di crisi e conflitto istituzionale sul principio dei contrappesi nel sistema costituzionale americano;</strong> i lettori abituali del blog ritroveranno diversi episodi già narrati che qui sono ripresi in modo articolato:</p><p><strong>1801 Jefferson e la sentenza Marbury</strong><br>Le basi della teoria furono completate quando il neo presidente <em>Thomas Jefferson </em>impose al suo Segretario di Stato <em>James Madison </em>di considerare come nulle e non esistenti le nomine fatte all'ultimo minuto dal suo predecessore <em>John Adams</em>. <em>William Marbury</em>, un giudice di pace nominato da <em>Adams</em>, chiese alla Corte Suprema di obbligare <em>Jefferson e Madison</em> a rispettare le decisioni di <em>Adams</em>, e <em>il Chief Justice John Marshall </em>firmò la sentenza che avviava la prassi secondo cui alla Corte suprema spetta il primato nell'interpretazione degli atti del Congresso, e delle azioni dell'esecutivo.</p><p><strong>1824  Jackson e la First National Bank                                                                 </strong>Il dibattito fra sostenitori di una banca centrale (federale) contro quelli delle banche statali era iniziato quando il primo presidente <em>George Washington </em>aveva istituito la <em>First Bank of the United States </em>nel 1791. I Padri Fondatori si divisero fra i  federalisti di <em>Alexander Hamilton</em>, e gli anti federalisti di <em>Jefferson e Madison</em>. Nel 1832 il Presidente <em>Andrew Jackson</em>, populista ed anti federalista, dopo una lunga battaglia parlamentare mise il veto contro la legge che istituiva estendeva lo statuto della banca, e nel Congresso non si formò la maggioranza dei due terzi richiesta dalla Costituzione per superare il veto. Era la prima battaglia formale fra esecutivo e legislativo.</p><p><strong>1860 Lincoln e il giusto processo<br></strong>Il Presidente <em>Abraham Lincoln </em>durante la Guerra Civile aveva sospeso l'habeas corpus, sostenendo che si trattava di una "<em>necessità pubblica</em>" per proteggere l'Unione. <em>Roger Taney</em>, giudice distrettuale della Corte Suprema, dichiarò la sospensione illegale, ma osservò di non avere il potere di far rispettare la sentenza. Il Congresso alla fine si schierò con Lincoln approvando una legge retroattiva. E la Corte Suprema appoggiò la tesi del presidente secondo cui la carica comportava poteri intrinseci in tempo di guerra non espressamente previsti dalla Costituzione o da una legge del Congresso. Almeno formalmente i ruoli istituzionali erano stati rispettati.</p><p><strong>1864 Johnson contro il Congresso<br></strong>Dopo la Guerra Civile e l'assassinio di <em>Lincoln</em>, i Repubblicani al Congresso volevano sanzioni per gli stati che si erano separati e i loro leader. Proponenvano anche rigidi programmi di Ricostruzione che includevano il diritto di voto generalizzato e favorivano gli ex schiavi. Le norme promulgate da <em>A</em>. <em>Johnson</em>, democratico e originario del <em>Tennessee</em>, tendevano a limitare queste aperture, ma il Congresso, attraverso il proprio potere di decidere gli stanziamenti necessari, modificò le intenzioni presidenziali, istituendo il <em>Freedmen's Bureau </em>per assistere gli afroamericani appena liberati.</p><p><strong>1883 Spoils system vs. Civil service                                                                         </strong>Il Congresso votò il <em>Pendleton Civil Service Reform Act</em>, inteso a  riservare l'assegnazione di incarichi pubblici tramite esami anziché scelte politiche sinetizzate nella formula dello "<em>spoil system</em>". Importante corollario del teorema, era che il funzionario pubblico nominato a seguito di concorso non poteva essere licenziato dal governo se non per gravi motivi o "<em>impeachment</em>". Da allora il Congresso ha sempre aggiunto nuove aree riservate al servizio pubblico per concorso, proprio una prassi che D. Trump ha attaccato promuovendo la riclassificazione dei dipendenti pubblici, e l'ampliamento dell'area della discrezionalità dell'esecutivo tanto per i reclutamenti che per i licenziamenti. .</p><p><strong>1919 Wilson e il Congresso fra SdN e Trattati di Pace<br></strong>Il presidente <em>Woodrow Wilson</em>, accademico per formazione e moralista per vocazione, alla fine della Prima Guerra Mondiale, sostenne l'internazionalismo e la creazione della Società delle Nazioni. Al Congresso si scatenò una battaglia violenta, condotta dal repubblicano <em>Henry Cabot Lodge</em>, Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, che portò ad un'approvazione condizionata dei Trattati. Non avendo il Senato approvato con la maggioranza dei due terzi, il Trattato di Pace non venne ratificato e gli Stati Uniti restarono fuori dalla Società delle Nazioni.</p><p><strong>1936 FDR e il "court packing"<br></strong>Franklin D. Roosevelt affrontò la Grande Depressione con ingenti programmi federali e aggressive misure regolamentari, con il concorso della maggioranza democratica del Congresso. La Corte Suprema composta da una maggioranza di giudici nominati negli anni venti da presidenti repubblicani abrogò alcune leggi del New Deal, giudicandole al di fuori del potere del Congresso. Per molto tempo Roosevelt pensò di risolvere il conflitto chiedendo una riforma costituzionale che ampliasse il numero dei compenenti Corte, e dopo alcuni drammatici contrasti anche con i leader democratici al Congresso, raccontati per esteso da <em>A. M. Schlesinger jr </em>nel secondo volume de "<em>The age of Roosevelt</em>", abbandonò l'idea concentrandosi sulla rielezione che ottenne nel 1936.</p><p><strong>1941 FDR ed i limiti del mandato presidenziale<br></strong><em>Roosevelt </em>ignorò la regola non scritta, stabilita da <em>Washington</em>, secondo cui un presidente non può eletto più di due volte. Nominato una prima volta nel 1932 e confermato nel 1936, si presentò nuovamente agli elettori nel 1940, a guerra iniziata in Europa, e ancora nel 1944, dopo che gli USA erano entrati nella Guerra resa mondiale dall'attacco a <em>Pearl Harbour</em>, ottenendo un quarto mandato che la morte gli impedì di conlcudere. La volontà di Roosevelt, per qanto premiata dall'elettorato, aveva creato un forte malumore nella classe politica anche nelle fila del partito democratico, così che una coalizione bipartisan promosse il 22° Emendamento, che esplicitamente vieta la doppia rielezione. Promulgato il 21 03 1947 e definitivamente approvato a seguito della ratifica degli Stati il 27 02 1951, l'emendamento ha blindato la regola dei due mandati, perché secondo i costituzionalisti la formulazione dell'emendamento è un insuperabile ostacolo contro qualsiasi eventuale velleità di violazione del principio.</p><p><strong>1974 Nixon e il Watergate<br></strong>I legami tra i collaboratori del Presidente <em>Richard Nixon </em>e l'irruzione nella sede del Partito Democratico, nel <em>Watergate Building</em>, durante la campagna elettorale del 1972, vennero resi pubblici dai cronisti del Washington Post, <em> Carl Bernestein e Bob Woodward</em>. Nell'estate del 1974, l'episodio divenne la base per una procedura congressuale di <em>impeachment </em>contro il presidente <em>Nixon</em>. Giudicando sul ricorso di <em>Nixon</em>, la Corte Suprema si pronunciò all'unanimità contro Nixon, sostenendo che il privilegio esecutivo non gli permetteva di rifiutare di consegnare le registrazioni di conversazioni private nello Studio Ovale, che costituivano potenziali prove nel prcedimento. </p><p><strong>1975 Vietnam: la fine di una guerra non dichiarata<br></strong>Per quasi quindici anni fra il 1961 e il 1974 tre diversi presidenti, <em>John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson e Richard M. Nixon,  </em>autorizzarono il coinvolgimento militare degli Stati Uniti nel Vietnam, considerando il Sud-est asiatico il fronte della Guerra Fredda. Ma il Congresso non aveva dichiarato nè mai dichiarò guerra al Vietnam, come avrebbe imposto il rispetto del dettato costituzionale. Nel 1973, auspice il Presidente <em>Nixon</em>, un accordo diplomatico aveva stabilito la fine del conflitto e il progressivo disimpegno delle truppe americane. Nei successivi due anni il Congresso ridusse parzialmente i finanziamenti al governo del Vietnam del Sud, rivendicando il diritto-dovere del controllo congressuale sugli stanziamenti necessari per la realizzazione dell'agenda militare e di politica estera del presidente.</p><p><strong>2012 Obama e Affordable Care Act<br></strong>Con <em>B. Obama </em>alla Casa Bianca, il Congresso controllato dal Partito Democratico e approvò la riorganizzazione e l'ampliamento del sistema sanitario nazionale. L'<em>Affordable Care Act</em>, fra l'altro prevedeva l'obbligare per gli Stati di ampliare il programma di assicurazione pubblica <em>Medicaid </em>che copre i cittadini a basso reddito. La Corte Suprema stabilì nel 2012 che il Congresso e il presidente Barack Obama, pur nell'esercizio del loro ruolo, non erano autorizzati dalla Costituzione a forzare gli Stati ad eseguire la legge limitando come forma punitiva l'erogazione di fondi federali stanziati per altri capitoli. Allo stesso tempo la Corte riconobbe la costituzionalità della legge, che è tuttora in vigore.</p><p><strong>Attarverso duecento anni di conflitti la Costituzione è rimasta sostanzialmente applicata e i tre poteri continuano a confrontarsi in una dinamica che sembra perversa nei momenti di crisi, ma che evidenzia la tenuta del principio della separazione dei poteri e del sistema di reciproci vincoli e controlli</strong>. Benché non ci sia mai stato alla Casa Bianca un inquilino poco abituato al rispetto della legge come l'attuale, sembra che il sistema sia in grado resistere. L'importante è non confondere le aspirazioni con la realtà.</p><p><a href="https://billofrightsinstitute.org/essays/separation-of-powers-with-checks-and-balances">https://billofrightsinstitute.org/essays/separation-of-powers-with-checks-and-balances</a><br><a href="https://apnews.com/article/checks-balances-trump-american-democracy-constitution-979b5d303442cfa90fb0771fa177cb95?user_email=f5f0d3f43fe792f204017e0322797a51d211d65a85831de17d7da4d7384580e0&amp;utm_medium=Morning_Wire&amp;utm_source=Sailthru_AP&amp;utm_campaign=MorningWire_Sun_May4_2025&amp;utm_term=Morning%20Wire%20Subscribers">https://apnews.com/article/checks-balances-trump-american-democracy-constitution-979b5d303442cfa90fb0771fa177cb95?</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'industria assicurativa USA nella seconda era di D. Trump]]></title><description><![CDATA[<p><strong>Il settore assicurativo americano aveva grandi aspettative dopo l'elezione di D. Trump alla presidenza</strong>. Oltre al generale favore per le imprese, si prevedeva un approccio meno stringente in materia di regolamentazione, e un governo federale meno ostruzionistico in materia fiscale e monetaria. Fra i primi interventi esecutivi di Trump <strong>gli</strong></p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/lindustria-assicurativa-usa-nella-seconda-era-di-d-trump/</link><guid isPermaLink="false">6820bfac1dccf104daac64b0</guid><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sun, 11 May 2025 15:52:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-3.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-3.png" alt="L'industria assicurativa USA nella seconda era di D. Trump"><p><strong>Il settore assicurativo americano aveva grandi aspettative dopo l'elezione di D. Trump alla presidenza</strong>. Oltre al generale favore per le imprese, si prevedeva un approccio meno stringente in materia di regolamentazione, e un governo federale meno ostruzionistico in materia fiscale e monetaria. Fra i primi interventi esecutivi di Trump <strong>gli assicuratori hanno beneficiato indirettamente dei tagli dei finaziamenti ai programmi assicurativi pubblici <em>Medicaid</em></strong>, che hanno difatto ridotto la copertura dell'assistenza sanitaria pubblica a vantaggio di quella privata.  Inoltre è iniziata una forte revisione della politica federale in materia di antitrust, che potrebbe favorire processi di concentrazione in settori decisivi per l'industria assicurativa USA, come la tecnologia e la sanità. Nel quadriennio di Biden il governo aveva bloccato un numero record di accordi, con un'applicazione aggressiva delle leggi e dei principi antitrust esistenti e l'emanazione di rigide normative sulla concorrenza. Nel luglio 2021, l'opposizione del Dipartimento di Giustizia ha <strong>portato <em>Aon e Willis Towers Watson </em>a rinunciare alla fusione </strong>18 mesi dopo l'annuncio dell'accordo, cancellando un'operazione che avrebbe creato un colosso dell'intermediazione assicurativa con un fatturato di 20 miliardi di dollari e 95.000 dipendenti.</p><p>Fra le linee guida del governo <em>Trump </em>c'è poi la delimitazione dei poteri delle agenzie federali, in parte già svuotate dai tagli della Commissione <em>DOGE </em>guidata da E. Musk. Tra esse anche il <strong><em>Federal Insurance Office </em>(FIO), che è stato creato all'indomani della crisi finanziaria del 2009, senza poteri regolamentari, ma con la dichiarata intenzione di coordinare gli enti regolatori statali</strong>. Se si guarda ad esempio al settore delle coperture assicurative dipendenti dai cambiamenti climatici, è chiaro che la politica negazionista di Trump in materia porterà ad un ridimensionamento del settore. Le aziende assicurative si stanno inoltre adeguando alla nuova narrativa generale che interrompe la recente tradizione progressista su razza, parità e questioni sociali. Ad esempio, la rimozione da parte della FDA targata Trump delle linee guida del 2024 sulla diversità negli studi clinici, a seguito dell'ordine esecutivo presidenziale che vieta i programmi DEI (Diversity, Equity, and Inclusion), mette a repentaglio il completamento degli studi clinici in corso, e ne complica l'utilizzo in chiave statistica da parte dell'industria assicurativa.</p><p>Ma <strong>le previsioni degli addetti ai lavori assicurativi risentono dell'effetto combinato delle diverse politiche dell'amministrazione: </strong>l'estrema imprevedibilità di Trump è di per sè un problema per imprese che sono regolate da analisi matematiche che hanno negli imprevisti e nel fattore tempo le maggiori variabili. La prima massiccia ondata di norme protezioniste, con l'imposizione di dazi elevati, continua a tenere alta l'inflazione, limitando gli scambi commerciali, e determinando una situazione economica incerta. Resta l'attesa per tagli alle tasse e alle prestazioni del sistema del welfare, che potrebbero creare nuove opportunità per il settore assicurativo, ma non nel breve periodo.</p><p><strong>Gli assicuratori sono inoltre preoccupati per quella che definiscono "inflazione sociale", ossia l'aumento del costo dei risarcimenti a causa di un diffuso risentimento alimentato dalla crecente incultura populista</strong>, che prende di mira le <em>élite</em>, comprese le grandi imprese. Uno degli esiti meno controllabili e l'attegiamento dei giudici, che per quanto in larga parte conservatori, finiscono per adeguare le loro decisioni alle necessità elettorali, alimentando l'aumento strutturale dei costi dei risarcimenti.</p><p><strong>La politica generale del governo è determinante per il settore assicurativo anche in chiave di investimenti, visto che le compagnie di assicurazione sulla vita investono 8.000 miliardi di dollari nell'economia americana</strong>. Secondo l'associazione fra le imprese di assicurazione sulla vita USA, le principali linee di investimento dell'industria assicurativa sono:<br># <strong>fondi pensione</strong>: sotto forma di rendite che alleviano le spese previdenziali nel tempo, mentre la più grande ondata di Baby Boomer va in pensione.<br># <strong>sostegno alle famiglie</strong>: protezione dai rischi finanziari derivanti da infortuni, malattie o perdite.<br># <strong>supporto alle piccole imprese</strong>: le compagnie di assicurazione sulla vita forniscono a quasi un quarto delle piccole imprese piani assicurativi vita, garantendo loro la sicurezza finanziaria necessaria per la crescita nel tempo.</p><p><strong>E' poi imminente una scadenza decisiva nel campo della protezione della salute mentale: il 12 maggio l'amministrazione Trump dovrà decidere se confermare le normative approvate da J. Biden che mirano a garantire la parità di trattamento in materia di salute mentale. </strong> Si tratta del principio secondo cui le compagnie assicurative debbano coprire i trattamenti per le malattie mentali e le dipendenze in modo analogo ai trattamenti fisici per patologie come il cancro o l'ipertensione.<br>Sebbene una legge federale sulla parità di trattamento sia in vigore dal 2008, la salute mentale è stata ammessa al finanziamento delle cure solo nel settembre 2024. Successivamente nel gennaio 2025,  <strong><em>ERISA Industry Committee </em></strong>, <strong>un'associazione di categoria che rappresenta circa 100 grosse imprese, ha citato in giudizio il governo federale, sostenendo che le nuove normative oltrepassavano i limiti della potestà governativa, e avrebbero aumentato i costi riducendo la qualità dell'assistenza. </strong>Secondo un sondaggio su scala nazionale del 2023, ad oltre 6 milioni di adulti con disturbi mentali è stato rifiutato il pagamento dei trattamenti.</p><p><strong>L'amministrazione Trump dà quindi segnali in chiaroscuro all'industria assicurativa americana, le cui prospettive non sono migliori degli altri settori dell'economia USA.</strong></p><p><a href="https://www.ajmc.com/view/health-policy-in-flux-trump-administration-updates">https://www.ajmc.com/view/health-policy-in-flux-trump-administration-updates</a><br><a href="https://www.slipcase.com/view/insider-us-in-full-what-would-trump-ii-mean-for-the-insurance-industry">https://www.slipcase.com/view/insider-us-in-full-what-would-trump-ii-mean-for-the-insurance-industry</a><br><a href="https://www.cbsnews.com/news/trump-administration-mental-health-care-coverage/">https://www.cbsnews.com/news/trump-administration-mental-health-care-coverage/</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il Vaticano di Bergoglio e gli Stati Uniti d'America]]></title><description><![CDATA[<p>Il Vaticano è una città stato che dal 1870 non annovera più tutti gli elementi che definiscono una nazione in senso stretto (popolazione/territorio/sistema giuridico) tuttavia nell'ambito delle relazioni internazionali assume un <strong>ruolo unico grazie alla possibilità di rappresentare e orientare i cattolici di tutti i continenti</strong>.</p><p>Per questo</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/untitled-12/</link><guid isPermaLink="false">68165d0b1dccf104daac62bc</guid><category><![CDATA[Euramerica]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 03 May 2025 19:13:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/usa-e-santa-sede.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/usa-e-santa-sede.jpg" alt="Il Vaticano di Bergoglio e gli Stati Uniti d'America"><p>Il Vaticano è una città stato che dal 1870 non annovera più tutti gli elementi che definiscono una nazione in senso stretto (popolazione/territorio/sistema giuridico) tuttavia nell'ambito delle relazioni internazionali assume un <strong>ruolo unico grazie alla possibilità di rappresentare e orientare i cattolici di tutti i continenti</strong>.</p><p>Per questo la diplomazia pontificia, più antica della stessa diplomazia statuale, è da sempre seguita con grande attenzione per comprendere l'evoluzione della politica internazionale. L'unione delle colonie britanniche nel nuovo mondo, nata anche per sfuggire all'oppressiva politica ecclesiastica della corona britannica, dopo avere inserito l'assoluta libertà religiosa nella propria costituzione, ha guardato per oltre un secolo con distacco alle questioni della politica europea. E con ancor maggiore <strong>circospezione i rapporti con la Santa Sede, per i risvolti che la questione religiosa comportava nella politica interna. </strong>Dopo lo stabilimento di relazioni consolari nel 1797, il rapporto subì un'involuzione quando gli Stati Uniti nel 1867 interruppero le relazioni con la Santa Sede. Il diffuso pregiudizio anticattolico era stato all'epoca acuito dalla condanna e dall'esecuzione di <em>Mary Surratt</em>, la donna cattolica ritenuta complice di <em>J. W. Booth</em> nell'assassinio del presidente A. Lincoln. Il primo incontro fra un Presidente USA e un Papa avvenne nel 1919, quando un <em>W. Wilson </em>desideroso di trovare appoggi al suo internazionalismo, fece visita in Vaticano a Benedetto XV, senza però provocare particolari ripercussioni nelle relazioni bilaterali.</p><p>Quindici anni dopo, <strong>nel 1936 , F. D. Roosevelt alla vigilia della prima rielezione, contemplò la possibilità di un'apertura verso il Vaticano</strong>, sia per il ruolo decisivo dell'elettorato cattolica nel sostegno al New Deal, che per le prime preoccupazioni che l'ondata di totalirismo in Europa potesse avere ripercussioni anche sul suolo americano. Di qui una serie di contatti fra la Casa Bianca e Pio XII, che portarono dapprima all'incontro fra il Papa ed il Ministro americano delle Poste <em>James Farley</em>, sostenitore di Roosevelt e collettore del voto cattolico, tanto che anche una volta lasciata la politica fece parte della delegazione ufficiale per l'incoronazione di Paolo VI. Poi nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, Roosevelt decise l'invio a Roma di <em>Myron Taylor </em>come suo rappresentate personale permanente. <strong>La missione di Taylor ebbe grande rilievo incidendo sia sull'esito della guerra che sul successivo nuovo corso che la politca mondiale avrebbe assunto</strong>. Malgrado il ruolo determinante che poi il Vaticano ebbe nel corso della Guerra Fredda in funzione anti sovietica, nessun cambiamento formale intervenne nel rapporto bilaterale.  Il presidente <em>H. S. Truman </em>nel 1952 dovette rinunciare a nominare il Generale M. Clark per <strong>il perdurante pregiudizio anticattolico, che venne meno solo quando con Kennedy il primo cattolico conquistò la Presidenza. </strong>Poi la storia delle relazioni fra le due entità venne sconvolta dall'irruzione di Giovanni Paolo II. Già nel corso del primo viaggio negli Stati Uniti, infatti, forte del rapporto personale con il Presidente Carter, <strong>Woytila intavolò veri e propri negoziati politici con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale <em>Z. Brzezinski</em>, che arrivò a dire che "i<em>l Presidente Carter sembra più simile a un leader religioso, mentre il Papa sembra più uno statista di fama mondiale</em>". </strong>L'approdo di questa nuova relazione fu lo <strong>stabilimento di relazioni diplomatiche il 10 gennaio 1984</strong>, fra il presidente Ronald Reagan e Papa Giovanni Paolo II, e l'apertura dell'Ambasciata degli USA a Roma il 9 aprile 1984.</p><p><strong>Il mondo è poi cambiato, e con esso le relazioni fra Stati Uniti e Vaticano</strong>. Sembra intercorso un secolo fra l'episodio del 1963, quando durante la visita del Presidente <em>J. F. Kennedy </em>al neo eletto Paolo VI le Guardie Svizzere impedirono l'accesso all'udienza alla segretaria del presidente, E. Lincoln, perché non vestita in modo conveniente, e il presente del 2025, in cui la legazione USA a Roma è guidata da due donne, funzionarie di carriera del Dipartimento di Stato: <em>Laura L. Hocla</em>, incaricato d'affari e <em>Sara Greengrass</em>, Vice capo missione. Segnali deboli di una trasformazione radicale.</p><p>Venendo a Papa Francesco, secondo "<em>Foreign Affairs</em>", <strong>il pontificato di Bergoglio  "<em>ha tracciato una rotta diplomatica indipendente dalle capitali occidentali, promosso leader cattolici in Paesi che non avevano mai fatto parte del governo della Chiesa e perfezionando un metodo diplomatico che è al tempo stesso pragmatico e ambizioso</em>".</strong><br>Bergoglio ha decisamente invertito la rotta rispetto a Ratzinger, promuovendo il riavvicinamento con le nazioni a maggioranza musulmana, simbolizzato dalla visita alla Moschea Istiqlal di Jakarta. Il Collegio Cardinalizio disegnato da Bergoglio è il meno eurocentrico di sempre con la nomina di 25 cardinali provenienti da nazioni  mai premiate dalla berretta cardinalizia come <em>Papua Nuova Guinea, Singapore, e Timor Est</em>.</p><p><strong>Agli interlocutori negli Stati Uniti alcune posizioni diplomatiche di Bergoglio sono apparse eccessive,</strong> come all'epoca delle critiche da parte dell'allora Segretario di Stato di <em>Trump, Mike Pompeo</em>, a fronte delle aperture ecclesiastiche del Vaticano verso la Cina, nel pieno della guerra commerciale della prima amministrazione <em>Trump</em>. Poi per tutta la durata della guerra in Ucraina <strong>la ferma posizione di Francesco centrata sulla priorità della pace non é stata gradita a Washington, </strong>nemmeno negli anni del cattolico Joe Biden. Anche in Medio Oriente, il costante richiamo alla pace "<em>preventiva</em>" si è concretizzato nelle <strong>nomine in Siria di Mario Zenari (19 novembre 2016) e a Gerusalemme, di Pierbattista Pizzaballa (30 settembre 2023), </strong>ora candidato a diventare il successore di Francesco, un binomio diplomatico ed ecclesiastico decisamente divergente dalla politica filo israeliana del governo americano.</p><p>Per quanto riguarda <strong>le relazioni dirette con gli Stati Uniti, c'è stata una notevole distanza fra il clima della visita pastorale del 2015 e quello della lettera alla Conferenza episcopale americana del 10 Febbraio 2025.</strong> Il Papa che si affacciava negli USA nel 2015 era stato percepito dal fronte conservatore quasi come un sovversivo, per il suo tono oltre che per le sue posizioni sulla questione omosessuale. Ma come ha detto <em>Joe Donnelly</em>, ex senatore democratico dell'Indiana, ambasciatore presso la Santa Sede di <em>Joe Biden </em>"<strong><em>ha reso la chiesa un luogo più accogliente, perché per gli americani di ogni ceto economico, per gli americani divorziati, praticamente per tutti nel nostro Paese, le sue braccia erano sempre aperte</em></strong>".<br>La comunicazione anche con i governi più conservatori non si è mai interrotta, come nelle migliori tradizioni della diplomazia pontificia, e se ne è avuta dimostrazione con la partecipazione ai funerali di Bergoglio del Presidente più duro della storia su immigrazione e diritti gay, come Donald Trump.  <strong>La popolarità di Francesco era stata però rafforzata oltre oceano dalla fermezza con cui era stata trattata la questione del Cardinale <em>Theodore E. McCarrick</em></strong>, sospeso dal sacro collegio e dalle funzioni per il coinvolgimento in uno scandalo sessuale. <strong>Nel 2025 è sembrato più accorato e propriamente sinodale il pur drastico accento messo da Francesco sulla natura drammaticamente umana del fenomeno migratorio, </strong>in cui Bergoglio esortava i "<em>fratelli vescovi americani</em>" a distinguere nettamente il lato umano del problema da quello economico e politico. Anche in questo <strong>Bergoglio ha saputo orientare in modo equilibrato la comunità cattolica americana, </strong>come nella natura della funzione della Santa Sede, durante le diversissime amministrazioni di tre Presidenti, <em>Obama, Biden e Trump</em>, facendole guadagnare prestigio e contrastando il processo di secolarizzazione  in atto nella società.</p><p>Alla vigilia del Conclave, <strong>si può dare per certo che le relazioni bilaterali fra USA e Vaticano resteranno stabili nell'avvicendarsi di papi e presidenti, ma l'interrogativo é se il nuovo Papa riuscirà a beneficiare dell'eredità di Francesco </strong>per rimettere negli Stati Uniti come altrove al centro delle relazioni internazionali della Chiesa cattolica le priorità ecclesiatiche, principalmente solidarietà, giustizia e pace.</p><p><a href="https://www.nytimes.com/2025/04/27/opinion/brzezinski-pope-john-paul-ii-poland.html">https://www.nytimes.com/2025/04/27/opinion/brzezinski-pope-john-paul-ii-poland.html</a></p><p><a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1952-54v06p2/d927">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1952-54v06p2/d927</a><br><a href="https://www.foreignaffairs.com/europe/popes-foreign-policy">https://www.foreignaffairs.com/europe/popes-foreign-policy</a>?<br><a href="https://www.nytimes.com/2025/04/21/us/pope-francis-legacy-us.html">https://www.nytimes.com/2025/04/21/us/pope-francis-legacy-us.html</a><br><a href="https://www.vatican.va/content/francesco/en/letters/2025/documents/20250210-lettera-vescovi-usa.html">https://www.vatican.va/content/francesco/en/letters/2025/documents/20250210-lettera-vescovi-usa.html</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[D. Trump: scoppia il conflitto di interessi sulle criptovalute]]></title><description><![CDATA[<p>Allo scadere dei primi 100 giorni del secondo mandato presidenziale di Donald Trump, si è aperto un<strong> dibattito sulla profondità dei cambiamenti portati in tutto il mondo dall'impetuosa condotta degli affari governativi a Washington.</strong> Il presidente e i media a lui fedeli rivendicano risultati straordinari in ogni campo, mentre al</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/d-trump-il-conflitto-di-interessi-sulle-criptovalute/</link><guid isPermaLink="false">68164a911dccf104daac627c</guid><category><![CDATA[Euramerica]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 03 May 2025 19:12:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new.png" alt="D. Trump: scoppia il conflitto di interessi sulle criptovalute"><p>Allo scadere dei primi 100 giorni del secondo mandato presidenziale di Donald Trump, si è aperto un<strong> dibattito sulla profondità dei cambiamenti portati in tutto il mondo dall'impetuosa condotta degli affari governativi a Washington.</strong> Il presidente e i media a lui fedeli rivendicano risultati straordinari in ogni campo, mentre al contrario i commentatori economici trovano nei fondamentali dell'economia americana scarsi appligli per promuovere l'azione del Presidente, le cui politiche peraltro si fanno e disfano nel giro di pochi giorni, come visto in materia di dazi. E di rivendicazioni territoriali su Canada, Groenlandia e Panama.</p><p>Nella raffica di ordini esecutivi che spiazzano il Congresso USA, Donald Trump ha anche affrontato i<strong>l nodo del sistema dei pagamenti, bloccando l'iter di approvazione della moneta digitale negli USA in favore di una apertura al mercato delle cripto valute</strong> con l'obiettivo di fare di Washington "<em>la capitale delle criptovalute del pianeta</em>". Si tratta del risvolto operativo degli attacchi personali contro il Presidente della FED <em>Jeremy Powell</em>, mirato a sottrarre alla banca centrale una parte importante della regolazione finanziaria. Favorendo nel contempo gli <em>stablecoin</em>, valute digitali dotate di valore stabile ancorato al dollaro, che secondo le ipotesi degli addetti ai lavori potrebbero presto essere utilizzate per i pagamenti al dettaglio. <strong>Al momento dalla Casa Bianca non è uscito un disegno complessivo di riordino in chiave <em>cripto </em>del sistema finanziario, </strong>ad oggi basato sul valore del dollaro, e non è ipotizzabile quale diverrebbe il rapporto con le altre banche centrali una volta rimpiazzato, in tutto o in parte, il dollaro con il mercato degli <em>stablecoins</em>. Di certo si è passati delle cause promosse dall'amministrazione Biden contro le aziende <em>crypto </em>all'ipotesi di una riserva strategica  federale fatta di <em>bitcoin</em>, per la gioia dei principali attori del settore: "<em>Il quadro generale è straordinario e abbiamo una prospettiva a lungo termine</em>" ha detto <em>Nic Carter</em>, fondatore di <em>Castle Island Ventures</em>, elogiando le proposte uscite dal gruppo di lavoro sullle risorse digitali, affidato da Trump a <em>David Sacks</em>, lo zar della Casa Bianca per l'intelligenza artificiale e le criptovalute.</p><p>Per cercare di capire le intenzioni di Trump si devono <strong>osservare alcune attività private che si svolgono sotto i riflettori della pubblica opinione</strong>. Dopo essere stato il primo ed unico Presidente americano a rifiutare di rendere pubblica la propria posizione finanziaria, <em>Donald Trump</em> si caratterizza anche come il primo a ostentare comportamenti che in altri momenti storici, ed a un livello ben inferiore, sarebbero stati sanzionati come corruttivi.<strong> In passato chi finanziava la politica USA fceva di tutto per non mostrare troppo quello che la politica gli dava in cambio</strong>. Oggi lo scambio non solo ha assunto dimensioni stratosferiche, ma avviene quasi interamente in diretta televisiva, senza nessuna remora. Stando solo alle notizie certe, e ignorando molti altri rumors clamorosi, <em>New Republic </em>ha stimato, che solo dal 4 novembre 2024 a metà febbraio 2025 <strong>la coppia presidenziale ha incrementato il proprio patrimonio di oltre 80 milioni di dollari, </strong>quasi un milione al giorno.</p><p>Oltre ai 10 milioni "donati" direttamente da <em>Elon Musk</em>, che ha ricevuto in cambio l'incarico di Direttore Generale de facto del governo americano, <strong>40 milioni sono arrivati da <em>Amazon</em> per la produzione del documentario sul ritorno alla Casa Bianca della first lady. </strong>Seondo queste fonti confermate anche dal <em>Wall Street Journal </em>(non etichettabile come stampa radicale) la somma sarebbe arrivata dopo una cena cui la first lady ha invitato <em>Jeff Bezos </em>e la sua fidanzata, <em>Lauren Sánchez</em>, a Mar-a-Lago, lo scorso Natale. Altre fonti non citate sostengono che Amazon avrebbe vinto la concorrenza di <em>Netflix, Apple, Disney e Paramount </em>che avevano offerto fra 4 e 14 milioni di dollari per i diritti di distribuzione. Inoltre sono piovute donazioni per la futura biblioteca presidenziale, che salvo sorprese non dovrebbe vedere la luce prima del 2028.</p><p><strong>Non è possibile calcolare esattamente i margini apportati al bilancio familiare dei Trump dall'operazione in criptovalute "<em>meme coin</em>", lanciati alla vigilia dell'insediamento alla Casa Bianca</strong>, che per New Republic è stato solo "<em>un mezzo palese per truffare i sostenitori di MAGA</em>". Secondo la più misurata e oggettiva valutazione dell'Università Bocconi, la “<em>Official Trump meme</em>” ha raggiunto una capitalizzazione massima, nel mercato non regolamentato della valuta digitale, di circa 15 miliardi di dollari, con prezzo unitario di 70 dollari. La “<em>Official Melania Meme</em>,” si sarebbe fermata a 2 miliardi totali, e 14 dollari unitari. Sono seguiti cali significativi (-61% per il Trump e -86% per il Melania ), mentre nello stesso periodo il valore di mercato del Bitcoin restava stabile sopra i 100.000 dollari, a riprova del carattere puramente speculativo dell'iniziativa del "cittadino" Trump. <strong>Queste parodie del Bitcoin sono solo speculazioni estreme, che arricchiscono promotori e sviluppatori grazie al controllo della liquidità generata da "non investitori", attirati dalla promessa di grandi guadagni </strong>garantiti dal nome di richiamo. La cortina di sospetti è alimentata dalla partecipazione al gioco di personalità già sotto le luci dei riflettori per altre operazioni opache come <em>Justin Sun</em>, il cripto miliardario di origine cinese, di cui si parlerà più avanti.</p><p>Qualche altro indizio viene, infatti, da Doha dve si è tenuta la conferenza "<em>Token2049</em>", una delle più importanti manifestazioni globali sulle criptovalute, alla quale <strong>la delegazione americana era guidata da Eric Trump secondgenito del Presidente. </strong>A margine dei lavori è stato annunciato che <strong>il fondo sovrano di <em>Abu Dhabi</em> avrebbe concluso un accordo commerciale da 2 miliardi di dollari , denominato <em>New Mideast Project</em>, con l'azienda di criptovalute della famiglia <em>Trump, World Liberty Financial</em></strong>. Il New York Times ha evidenziato il possibile conflitto d'interessi per la commistione fra attività aziendali e governative anche perché l'annuncio ha rivelato che una stablecoin sviluppata da <em>WLF </em>sarebbe stata utilizzata per realizzare la transazione tra la società di investimento dell'emirato, <em>MGX</em>, e <em>Binance</em>, uno dei maggiori sviluppatori di criptovalute al mondo. L'utilizzo da parte di <em>MGX </em>della stablecoin <em>World Liberty</em>, <strong>porta  direttamente un'azienda della famiglia Trump a stringere accordi con una società di venture capital sostenuta da un governo straniero. </strong>Per di più con un legame formale tra <em>World Liberty e Binance</em>, un'azienda sottoposta a indagine dal governo statunitense dal 2023, anno in cui <strong>Binance ha ammesso di aver violato le leggi federali antiriciclaggio. </strong>Il numero due di <em>Eric Trump </em>ad Abu Dhabi era <em>Zach Witkoff</em>, figlio dell'inviato della Casa Bianca in Medio Oriente, <em>Steve Witkoff</em>, ciò che aggiunge un ulteriore elemento di connessione fra attività personali e attività governative. I due erano accompagnati da <em>Justin Sun</em>, miliardario di origine cinese che gestisce la piattaforma di criptovalute <em>TRON</em>, che ha acquistato 75 milioni di dollari in coin $WLFI dopo le elezioni, mentre il suo gruppo era sottoposto a inchiesta da parte della Securities and Exchange Commission per aver manipolato il prezzo di questa criptovaluta. Secondo i media americani lo stesso Presidente Trump si recherà in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti per una visita di Stato tra due settimane.</p><p>Si tratta di un'altra delle evoluzioni del pensiero di<strong> Donald Trump, che nel primo periodo alla Casa Bianca aveva osteggiato le criptovalute, per poi cambiare opinione durante la campagna elettorale del 2024,</strong> quando il settore gli ha dato finanziamenti per decine di milioni di dollari. Poi da settembre 2024 con la presentazione di <em>WFL</em> come banca online, questa ha venduto la nuova criptovaluta $WLFI per un controvalore di 550 milioni di dollari chiamata , e nel marzo 2025 è passata alla stablecoin, destinata a mantenere il prezzo a 1 dollaro, con l'aperto obiettivo di utilizzarla per transazioni di grandi dimensioni, evitando le oscillazioni monetarie.</p><p><strong>Le attività di Trump tramite World Liberty hanno creato un conflitto di interessi senza precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti. </strong>Molti fra gli investitori che hanno acquistato monete <em>$WLFI </em>sono cittadini stranieri a cui in teoria è interdetto sostenere un candidato negli USA durante una campagna elettorale. Dopo l'annuncio fatto ad Abu Dhabi non si tratta più di a ingraziarsi un candidato, ma di <strong>condizionare il governo federale in relazione ad attività finanziarie che si realizzano nel mercato americano, con una totale confusione fra interessi commerciali della famiglia Trump e la politica regolatoria del governo degli Stati Uniti.</strong></p><p><a href="https://newrepublic.com/post/191543/how-much-money-trump-made-presidency">https://newrepublic.com/post/191543/how-much-money-trump-made-presidency</a>?</p><p><a href="https://www.wsj.com/politics/elections/trump-family-election-cash-bonanza-2f5f8714">https://www.wsj.com/politics/elections/trump-family-election-cash-bonanza-2f5f8714</a></p><p><a href="https://www.sdabocconi.it/it/sda-bocconi-insight/tesi-al-futuro/sistemi-informativi-it/bitcoin-contro-tutti-la-lezione-delle-meme-coin-di-trump-e-melania">https://www.sdabocconi.it/it/sda-bocconi-insight/tesi-al-futuro/sistemi-informativi-it/bitcoin-contro-tutti-la-lezione-delle-meme-coin-di-trump-e-melania</a></p><p><a href="https://www.token2049.com/">https://www.token2049.com/</a></p><p><a href="https://www.nytimes.com/2025/04/29/us/politics/trump-crypto-world-liberty-financial.html">https://www.nytimes.com/2025/04/29/us/politics/trump-crypto-world-liberty-financial.html</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[ACM vs Kennedy: si riduce ancora il welfare sanitario USA]]></title><description><![CDATA[<p>La politica dell'amministrazione Trump è dichiaratamente votata alla riduzione del debito pubblico americano e per questo uno degli obiettivi  riguarda i <strong>tagli di spesa del già limitato welfare sanitario</strong>. La questione è drammatica per milioni di americani che già alle prese con un sistema sanitario costoso quanto efficente, devono fronteggiare</p>]]></description><link>http://www.euramerica.it/acm-vs-kennedy-una-sentenza-che-riduce-il-welfare-sanitario-usa/</link><guid isPermaLink="false">681662771dccf104daac636a</guid><category><![CDATA[Voci dall'America]]></category><dc:creator><![CDATA[Gianfranco Pascazio]]></dc:creator><pubDate>Sat, 03 May 2025 19:12:00 GMT</pubDate><media:content url="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-1.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.euramerica.it/content/images/2025/05/a-america-new-1.png" alt="ACM vs Kennedy: si riduce ancora il welfare sanitario USA"><p>La politica dell'amministrazione Trump è dichiaratamente votata alla riduzione del debito pubblico americano e per questo uno degli obiettivi  riguarda i <strong>tagli di spesa del già limitato welfare sanitario</strong>. La questione è drammatica per milioni di americani che già alle prese con un sistema sanitario costoso quanto efficente, devono fronteggiare una probabile crisi economica causata anche dalle politiche isolazioniste della Casa Bianca.</p><p>In questo scenario è da segnalare la recente sentenza della Corte Suprema nel caso A<strong><em>dvocate Christ Medical Center vs Kennedy </em></strong>(<em>Docket </em>23-715), deciso lo scorso 29 Aprile con un dispositivo firmato dal giudice <em>Amy Coney Barrett</em>, che ha chiuso una controversia portata all'attenzione della Corte simbolicamente proprio nel giorno delle elezioni presidenziali del 2024.</p><p><strong>Un gruppo di oltre 200 ospedali a proprietà religiosa lamentava che il Ministero della Salute e dei Servizi Umani (<em>HHS</em>) avesse calcolato erroneamente i finanziamenti governativi erogati per perequare i costi delle cure </strong>(DSH). Si tratta di specifici fondi che la legge destina agli ospedali che curano un'alta percentuale di pazienti a basso reddito. Nella normativa <em>Medicare </em>approvata dal Congresso era inserito un complesso calcolo di adeguamento dei rimborsi, basato sulla determinazione di in coefficiente, noto come "<em>frazione Medicare</em>", che è il totale di tutti i giorni di degenza ospedaliera attribuibili a indigenti diviso per il numero di tutti i giorni di degenza attribuibili a tutti i beneficiari Medicare. Il pagamento DSH viene effettuato come integrazione al pagamento cumulativo Medicare DRG per ogni dimissione. Maggiore è il numeratore della frazione, maggiore è il pagamento DSH.</p><p><strong>La controversia si è incentrata sull'interpretazione dell'espressione "<em>avente diritto a prestazioni di reddito di sicurezza integrativo </em>(SSI)". </strong>Gli ospedali sostenevano che tale espressione avrebbe dovuto includere tutti i pazienti iscritti al sistema SSI al momento del ricovero, anche se non avevano diritto a un pagamento SSI durante quello specifico mese. L'interpretazione del ministero era invece che si riferisse ai pazienti che avevano diritto a ricevere un pagamento SSI specificamente durante il mese di ricovero.</p><p>Il <em>Provider Reimbursement Review Board </em>hanno poi respinto la richiesta di rimborso aggiuntivo degli ospedali, e i <em>Centers for Medicare &amp; Medicaid Services </em>negato il risarcimento nel merito, quindi gli ospedali avevano citato il governo. <strong>Il Tribunale Distrettuale cui l'associazione ospedaliera si era rivolto, ha respinto le richieste degli ospedali , </strong>successivamente in appello la Corte Federale del Circuito di Washington ha confermato la sentenza, concludendo che i sussidi SSI riguardano pagamenti in denaro per individui bisognosi e che ha poco senso affermare che gli individui abbiano diritto ai sussidi nei mesi in cui non hanno diritto al pagamento.</p><p><strong>La Corte Suprema degli Stati Uniti  con 7 voti favorevoli e 2 contrari si è pronunciata contro i ricorrenti ed a favore del Segretario alla Salute, stabilendo che un individuo ha "<em>diritto ai sussidi ai sensi della normativa Medicare quando ha diritto a ricevere un pagamento in denaro SSI durante il mese del suo ricovero ospedaliero</em></strong>". Ovvero che i giorni SSI che possono essere inclusi nel numeratore della <em>frazione Medicare </em>sono limitati a quei giorni del mese in cui un cittadino ha ricevuto un pagamento SSI. La Corte ha argomentato che trattandosi di sussidi in denaro determinati su base mensile, anche l'idoneità va determinata mensilmente. La Corte ha quindi confermato la sentenza del Giudice del Circuito di Washington , in quanto coerente con la formulazione prevista dalla legge federale per il calcolo della idoneità Medicare.</p><p><strong>L'impatto della sentenza sarà considerevole per gli ospedali che assistono un elevato numero di pazienti indigenti, mettendoli di fronte a un dilemma: devono fornire cure di alta qualità, ma i rimborsi fissi di Medicare non terranno più conto del differenziale dei maggiori costi operativi per pazienti a basso reddito.<br></strong>Se il contenuto fortemente tecnico della questione tornerà al Congresso per una revisione, ben difficilmente si riuscirà a reperire una maggioranza politica che riprisitini l'originaria intenzione del Congresso di sostenere  gli ospedali che assistono un numero elevato di pazienti a basso reddito. <strong>A farne le spese saranno gli oltre 67 milioni di americani che beneficiano dell'assistenza Medicare</strong>, quelli che non possono accedere alle costose coperture assicurative private, rendendo ancora più gravi le distanze fra questi due mondi distinti della società americana.</p><p><a href="https://www.scotusblog.com/cases/case-files/advocate-christ-medical-center-v-becerra/">https://www.scotusblog.com/cases/case-files/advocate-christ-medical-center-v-becerra/</a><br><a href="https://www.forbes.com/advisor/health-insurance/medicare/medicare-statistics/#:~:text=As%20of%20April%202024%2C%20approximately,are%20enrolled%20in%20Original%20Medicare%20">https://www.forbes.com/advisor/health-insurance/medicare/medicare-statistics/#:~:text=As of April 2024%2C approximately,are enrolled in Original Medicare </a>.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>