Alla ricerca della dottrina Biden

Il Presidente Biden è impegnato a rivedere ogni aspetto del governo americano, e definire, dopo la parentesi del populismo sovranista che ha ispirato D. Trump l'identità della sua amministrazione, che ispirerà le sue politiche, prima fra tutte la politica estera. Nei prossimi mesi sarà possibile verificare come il nuovo segretario di stato A. Blinken si muoverà sui dossier caldi: la competizione globale con la Cina, il difficile controllo delle ambizioni della Russia, la ripresa della fiducia nell'alleanza atlantica, il ritorno alla gestione multilaterale del mondo, i nuovi scenari di concorrenza in Africa.

Ma la strategia che verrà perseguita sui diversi teatri operativi, dipenderà dalla visione globale che la nuova amministrazione avrà del ruolo dell'America nell'arena mondiale. Al neo Presidente spetta per prima cosa di formulare la nuova dottrina che guiderà gli USA nelle relazioni internazionali.  Biden è costretto a recuperare il terreno perduto nei quattro anni di Trump che hanno fatto ripiombare l'America nella tradizione isolazionista. Sfruttato per tradirlo con una interpretazione messianica da Reagan e Bush jr., l'isolazionismo é stato quindi ridisegnato da Donald Trump in chiave di nazionalismo populista, ostile alla cooperazione internazionale e scettico sulle alleanze. Trump ha riportato gli orologi all'indietro, facendo ritirare gli Stati Uniti dalle alleanze stabili, prima fra tutte la NATO, e dalle sedi multilaterali, cominciando dall'ONU e dalle sue ramificazioni operative come l'Organizzazione mondiale della sanità, o come l'Organizzazione mondiale del commercio.

In completa antitesi Joe Biden si propone di "mobilitare il mondo per affrontare le nostre sfide comuni che nessuna nazione può affrontare da sola", rendendo inevitabile il richiamo alla visione di W. Wilson. Come in politica interna Biden cerca di recuperare il consenso della classe media americana, che include la working class, così in politica estera intende rinnovare l'impegno americano, equilibrando multilateralismo e interesse nazionale.

Per tutto il Novecento la politica estera americana ha risentito dell'approccio wilsoniano, che non limitandosi a parlare ai governi, aveva coinvolto l'opinione pubblica mondiale, in termini morali prima prima che politici. La dottrina Wilson non fu il prodotto di un negoziato o una necessità strategica contingente, come dopo il 194o fu la politica atlantica di Roosevelt e Truman, ma il prodotto di una combinazione fra idealismo personale e pragmatica necessità di posizionare gli USA fra vecchia strategia diplomatica e fughe in avanti quali la rivoluzione d'Ottobre.

Nei Quattordici Punti come li aveva inizialmente delineati nel discorso al Congresso del 8 Gennaio 1916, Wilson era partito dal principio prettamente americano della "giustizia per tutti i popoli e tutte le nazionalità", senza introdurre le parole "democrazia" o "autodeterminazione", che sarebbero arrivate in un secondo tempo. Wilson voleva un sistema flessibile che alla conferenza di pace facilitasse compromessi pratici fra le aspirazioni nazionali, e poi auspicava una gestione condivisa della pace mondiale all'interno della Società delle Nazioni. Pur essendo personalmente scettico sulla possibilità di regolare i confini nazionali su base etnica, accettò che l'autodeterminazione fosse aggiunta alla sua filosofia, creando le premesse per l'insuccesso del sistema. Woodrow Wilson, in patria, non riuscì a convincere i repubblicani guidati da H. C. Lodge, della sua idea che il multilateralismo sarebbe stata una strada contorta per affermare l'interesse nazionale americano. Così i Repubblicani negarono l'approvazione in Senato del Trattato di Pace, e senza l'appoggio americano il sistema di Versailles in poco più di dieci anni crollò, portando il mondo, fra le altre conseguenze, alla seconda guerra mondiale.

Tutto il Novecento è stato contrassegnato dal ciclico ritorno dell'isolazionismo. Nel decennio repubblicano 1920/1930 l'isolazionismo tornò a dirigere le relazioni estere USA, anche se le imprese e le istituzioni finanziarie cominciarono ad apprezzare le possibilità di sviluppo offerte dai mercati esteri. F. D. Roosevelt fu tenuto sotto pressione da un congresso isolazionista sino a Pearl Harbour, pur dando prova della volontà di dare agli USA un ruolo egemone anche in politica estera. In due celebri discorsi nell'ottobre 1937 a Chicago e poi nell'agosto 1938 al Queen’s University College di Kingston – Ontario, dichiarò che gli Stati Uniti erano pronti a mettere sotto controllo Germania e Giappone perché: "Quando s'iniza un'epidemia la comunità approva e mette in atto la quarantena dei malati così da proteggere la salute della comunità stessa contro il diffondersi della malattia". Roosevelt durante il conflitto mondiale diede prova della sua intransigente flessibilità nel gestire le alleanze, persino con il grande nemico comunista.

La dottrina Truman introdusse gli Stati Uniti alla competizione globale con l'Unione Sovietica, sul piano ideologico, militare, politico ed economico. La teoria del containement e del consegente supporto alle nazioni del mondo libero, nata per arginare l'influenza sovietica, finì per essere motivare l'espansione americana nel mondo. Gli anni di Eisehower, quando la competizione con la Russia sembrò a molti l'anticamera di una nuova guerra, portarono nuovamente le truppe USA fuori dai confini, a dispetto della spinta isolazionista che non si arrestò neanche di fronte alla pregiudiziale ideologica anticomunista. E anche il progressivo interesse nelle questioni mediorientali, a scapito delle potenze ex coloniali dopo i fatti di Suez, mostrarono il costante allargamento delle aree di diretto interesse della politica estera americana, ben lontano dal "cortile di casa".

Il decennio democratico degli anni sessanta, iniziato con la crisi di Cuba, eredità del passato, e continuata con il radicamento della potenza americana nel conflitto vietnamita, confermò la visione complessiva dell'impegno americano per la sicurezza mondiale attraverso la sfida con la Russia sovietica e l'imperialismo strisciante.

Gli anni di Nixon furono segnati dalla visione cinica e dal sistema operativo brillante, del consigliere e poi segretario di stato Henry Kissinger. In quegli anni gli USA vissero una grave crisi interna, importata in qualche modo dall'estero, a causa dalla guerra del Vietnam, e della crisi medio orientale con conseguente guerra del pertrolio. Kissinger riuscì a chiudere il dossier vietnamita e con l'apertura alla Cina ad allentare la pressione sovietica, mantenendo il controllo della sfera di influenza americana con sistemi cinici e sbrigativi, come dimostrato dal coinvolgimento americano nella soluzione di crisi locali, dalla Grecia al Cile.

A cavallo del nuovo secolo, l'alternanza fra i democratici Clinton e Obama, e dei repubblicani Reagan e Bush, sr e jr, non ha portato a una revisione sostanziale della linea di politica internazionale, pur con grandi differenze di metodo e di stile. Gli Stati Uniti hanno incarnato il ruolo di leader del mondo occidentale e poi di unica superpotenza, occupandosi della sicurezza internazionale come di un elemento di politica interna.

Solo con l'elezione di D. Trump nel 2016 è riaffiorata la mai sopita tendenza isolazionista, con il rifiuto della globalizzazione che dopo essere stata in qualche modo favorita dal sistema americano, si era ritorta contro una parte del mondo economico USA. Senza rinunciare a qualche deviazione da questo copione, Trump ha di fatto ritirato gli Stati Uniti dall'arena mondiale, chiudendo temporaneamente il lungo ciclo iniziato nel 1941, e nel congresso USA si è ricomposta una maggioranza isolazionista che non si vedeva da decenni.

Nei prossimi quattro anni l'amministrazione Biden affronterà questa tendenza, e un partito repubblicano riportato da Trump su posizioni isolazioniste, in una situazione strategica difficile, fatta di ambizioni cinesi, revanscismo russo e indecisioni europee. Prima ancora di decidere sul tipo di leadership che gli USA cercheranno di costituire, Biden dovrà convincere alleti e avversari, entro e fuori i confini nazionali, della coerenza dei principi su cui basare la leadership. Non è dfficile ipotizzare che questi principi siano ancora sostanzialmente quelli di Wilson. Persino un cinico realista come Henry Kissinger ha osservato che è "al ritmo dell'idealismo wilsoniano che la politica estera americana ha marciato dalla sua presidenza spartiacque e continua a marciare fino ad oggi". Una presa d'atto che, se non gli ideali, quanto meno i criteri per una politica estera americana fissati da Woodrow Wilson ancora non sono superati, e che l'amministrazione Biden agirà in continuità con essi.

https://thehill.com/opinion/white-house/533326-the-drumbeat-of-idealism-joe-biden-woodrow-wilson-and-the-fourteen-points

https://foreignpolicy.com/2020/12/21/how-to-finally-defeat-populism/

https://www.chathamhouse.org/2021/01/foreign-policy-priorities-biden-administration