27 12 2020 Diario della settimana

D. Trump dalla Casa Bianca di Mar-a-Lago divide il suo tempo, oltre al prediletto golf, fra le ultime mosse volte a cercare di delegittimare il Presidente eletto Biden, e la ricerca di una futura copertura per i fedelissimi.

Secondo diverse fonti Trump avrebbe concretizzato i tweet che incitano a "non mollare" nel tentativo di ribaltare i risultati elettorali, e incontrato alcuni Senatori per organizzare il boicottaggio della nomina di Biden da parte del Congresso che inizierà le sue sessioni come da consuetudine "at noon January 3 of each odd-numbered year following a general election". Il leader Repubblicano al Senato, M. McConnell ha ufficialmente invitato tutti i suoi  senatori a votare per la conferma di Biden, ma basteranno due senatori per complicare quello che è sempre stato solo un passaggio formale. È un’azione che anche i leader repubblicani considerano destinata a fallire, ed a creare un danno alla reputazione della democrazia americana, svilita a livello di “repubblica delle banane”.

Il presidente uscente per proteggere i collaboratori che resteranno esposti dopo il 20 Gennaio alle conseguenze delle azioni presidenziali o semplicemente alla vita reale, si muove su due piani: una raffica di nomine in enti governativi ha offerto un paracadute dorato a molti stretti collaboratori, con esiti  grotteschi,  come l’insediamento della fervente repubblicana della Florida Pam Bondi alla testa del John F. Kennedy Center for the Performing Arts. Il secondo gruppo di atti di fine regno riguarda la grazia concessa, dopo l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn anche al capo della campagna elettorale P. Monafort, ed a una ventina fra politici condannati per corruzione e altri criminali di guerra e agenti di polizia violenti.

Secondo voci non confermate, Trump starebbe valutando la possibilità di concedere un perdono preventivo alla figlia Ivanka e al marito Jared Kushner, protagonista della politica Medio Orientale di Trump, già in crisi per la contemporanea caduta di B. Nethanyu. Anche il padre di Kushner, Charles, condannato nel 2004 per evasione fiscale è stato perdonato dal Presidente. Nel perdono di fine mandato potrebbero rientrare anche i due figli del Presidente, Donald Jr. e Eric, coinvolti operativamente nello staff presidenziale. Il Senatore Repubblicano del Nebraska. Ben Sasse ha definito il comportamento di Trump sui condoni “marcio fino all’osso” (The Hill).

Il dimissionario ministro della giustizia William Barr,  ha detto nella sua ultima conferenza stampa il 21 Dicembre che non sussistono motivi per indagare sul figlio del presidente eletto Joe Biden, né per il sequestro dei macchinari elettorali in Pennsylvania, come richiesto dai tweet di D. Trump. Il successore di Barr potrebbe essere più ligio ai desideri del Presidente uscente, e nominare, prima del 20 Gennaio 2021,  un procuratore speciale come richiesto da Trump. La mossa avrebbe anche il senso di screditare anticipatamente come una “vendetta” eventuali future indagini sui cortigiani di Trump.

Infine Trump cerca di rendere le cose difficili per il suo successore e per i repubblicani tiepidi, attaccando il programma di aiuti economici per il dopo Coronavirus, approvato il 21 Dicembre dal Congresso con voto bipartisan 92/6. Il malumore presidenziale era stato anticipato dal voto contrario di alcuni dei seguaci più assidui di Trump: Blackburn del Tennessee, Cruz del Texas, Johnson del Wisconsin, Lee dello Utah, Paul del Kentucky e Scott della Florida.  Trump affossando la legge, intende dare un avvertimento per quello che considera un insufficiente sostegno da parte dei repubblicani del Congresso alla sua campagna per ribaltare i risultati delle elezioni del 3 novembre. La legge è stata peraltro criticata da numerosi ambienti politici per la natura di “omnibus”:  5.593 pagine, votate a “scatola chiusa”, che includono fra le misure urgenti anche il “rifinanziamento dello studio sulla rivolta di Springfield del 1908”. Nulla di nuovo sotto il sole di Euramerica.

Mercoledì 23 dicembre D. Trump ha posto il veto al National Defense Authorization Act, il disegno di legge che finanzia annualmente le operazioni di difesa degli Stati Uniti. Anche in questo caso si tratta della prima volta nella storia che il capo esecutivo della nazione impedisce al congresso di finanziare la difesa nazionale. Che si tratti di un regalo all’amico Putin, come sostengono i nemici di Trump, o solo di una mossa politica per scompaginare tradizioni ormai desuete, come pensano alcuni populisti, è certo che questo veto finisce per dividere ulteriormente il Partito Repubblicano.

Il GOP infatti è ancora al bivio: ha bisogno dei soldi raccolti da Trump per la campagna suppletiva in Georgia, ma non vorrebbe favorire una crisi istituzionale, vergognosa per l’immagine della democrazia americana, che manda invece in deliquio i nemici dell’America, Russia, Cina e Iran. Già nel 2016 Trump aveva assunto il controllo del Partito Repubblicano stracciando il libro delle regole nell’attonito silenzio dei leader del partito, mentre nelle ultime elezioni, per la prima volta dal 1856, il Partito Repubblicano non ha elaborato una piattaforma programmatica. Anche tralasciando le ipotesi più estreme, il personaggio Trump è ben conosciuto e non va dimenticato che per lui tutto è negoziabile, e ogni accordo può essere modificato e quindi smentito dopo averlo firmato.

(https://www.nytimes.com/2020/12/22/opinion/trump-republican-party.html?action=click&module=Opinion&pgtype=Homepage)..

Intanto alcuni dei più stretti collaboratori di Trump stanno organizzando quella che potrebbe essere una nuova formazione politica, con l’intento di mettere pressione sui moderati del GOP con la minaccia di un terzo partito. Fra i fondatori Larry Kudlow che con Trump era direttore del National Economic Council, Brooke Rollins, già consulente della Casa Bianca per la politica interna, Robert O’Brien  consulente della National Security e l’ex segretario per l’Energia Rick Perry.

In politica estera, materia in cui il presidente uscente è paralizzato e il neo eletto non ha poteri concreti da esercitare, le nazioni parte del JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), Iran, Germania, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia hanno emesso un comunicato congiunto il 21 dicembre per confermare il loro impegno nel mantenimento del piano di controllo del settore nucleare iraniano. Questa dichiarazione consentirà al Presidente eletto J. Biden di rimettere in gioco gli Stati Uniti per una soluzione negoziata e condivisa della controversia. H. Maas, Ministro degli Esteri Tedesco, ha ammonito l’ Iran a non compiere in questo periodo atti vietati dal precedente accordo, per non compromettere la possibilità che gli Stati Uniti riprendano il loro ruolo sulla questione nucleare (Foreign Policy magazine).